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dicembre 16, 2005

XXX.
È tutto pronto: parto. Di C.X. (ah, mia adorata C.X.! È tutto finito, dunque?) non ho più notizie, almeno da quando mi spedì l’immagine di mio padre, Manlio Proaskinevic o come diavolo si chiama, ormai. Quindi partirò solo. Ahimè! È l’ennesimo ritaglio buio di questa storia. Da quando io proprio io, Manlio Sacchetti, (ops… no, volevo dire: Manlio Lo Presti), ho messo in piedi il mio sogno, sono successe un sacco di cose molto strane. L’ultima, ieri: ho incontrato Astante Torchia Bernardini, gestore dell’albergo “Gli Astrusi Asterischi d’Astante”, di stelle quattro ma dubbie (in realtà è un misero due stelle, ma si dice in giro che abbia a suo tempo corrotto gli ispettori Michelin, blandendoli con un paio di treni delle omonime gomme, ben sapendo che per quella gente vanesia e superficiale l’avere anche i pneumatici della macchina con stampate le proprie cifre è una tentazione irresistibile), e si è lamentato del fatto che da qualche giorno ha un ospite che perde peli in maniera esagerata, e che da quando c’è lui ha già dovuto far cambiare alla cameriera dei piani quattro sacchi all’aspirapolvere. Inoltre, quello gli ha finito la scorta di Guinness.
Mah.
Qualcosa mi è ronzato in testa per un po’, come se fossero parole di una canzone già sentita, ma poi ho fatto finta di nulla. Solo, mi chiedo sempre come mai l’Uomo dai Peli delle Ascelle più Lunghe del Mondo non sia venuto all’inaugurazione. È stato l’unico. E poi, soprattutto: come diavolo mi è venuto in mente di chiamarlo, un tipo così? Cosa c’entrava, in tutto il mio sogno? Non avrà chiamato lui, e non ricordo?
Non lo so. Io so solo che devo partire.
L’ultimo sogno che ho fatto (anche questo è un segno ben preciso, direi) è stato del tutto diverso: sopra un palco celeste e rosa, realizzato solo su dei tubi al neon, c’era C.X. Ballava, una scena che ricordava tanto un qualche film con Rita Hayworth di cui adesso non ricordo il titolo. Mentre ballava, canticchiando mi confessava che era stata l’amante del tipo del quale mi aveva fatto avere il ritratto. Vale a dire mio padre. Scusate se è poco.
Potrei vivere in un guscio di noce e credermi re dell’infinito, se non fosse che ho brutti sogni…
Ma non diamo troppo peso ai sogni – C.X., lì, ha anche detto che non vuole essere cercata più: TETRA DISPERAZIONE! – tutto si risolverà: adesso sono qui (uno dei miei sette gatti, Mytridathe II, il persiano antico, è appena saltato sulla mia scrivania, miagolando) che scrivo queste ultime righe prima di partire da Gianfrusto sul Nerchio, in provincia di Zorro, e magari è pure tempo di bilanci. Sì, insomma… ho già venduto tantissimo (soprattutto cacche); ho il mio bel tesserino magnetico viola verde e rosa, la foto del guru degli scherzi (che ho pure, tra l’altro, scoperto essere mio crudele genitore); conto di scalar presto posizioni su posizioni nella graduatoria dell’ALSCAR grazie ai miei geniali suggerimenti, e via così. Un uomo felice, no? Inoltre, ho fatto scoperte rivoluzionare sul cast di Happy Days, e sul modo in cui Winston Churchill consolidò il suo potere in anni difficili.
E poi… ehi, ma che sta succedendo? Qualcuno di fuori mi chiama… sembra la voce di Cristino… l’avevo lasciato in negozio da solo, un’ora fa… che diavolo… cosa sta urlando…
STA BRUCIANDO IL NEGOZIO!
NO! Le mie cacche…
ODDIO!
Le mie cacche… no… brucia tutto… come mio zio… cioè, padre… no… devo andare a salvarle… io proprio io… brucerò con loro… no…
mmmmmmmmmmeeeeeeeeeeeerrrrrddddaaaaaaAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!

(Suore Orsoline o no…)

dicembre 15, 2005

XXIX.
Decisionismo. Ho affrontato mia cugina, a muso duro. Siccome restava alquanto tetragona alla mia richiesta di collaborazione, l’ho legata ad una sedia e ho minacciato di lasciarla in una stanza con l’amabile compagnia di uno stereo (acceso) e la serie completa di cassette (autografate) di Mino Reitano, che Dito possiede e custodisce gelosamente (è un grande fan del cantante – non solo, pare si curino il look a vicenda). Anzi, già che c’ero – sono un perfezionista, io – ho aggiunto pure, come ulteriore minaccia, la presenza di Dito in carne ed ossa (il quale in verità mal sopporta che le sue preziose cassette girino senza di lui). E così mia cugina si è sciolta, subito – ho già detto che Dito ha una cotta per lei? E dunque, ecco qui quanto ho saputo:
è stato mio padre Prohaska a portarla lì quel giorno, ed è stato mio padre a costringerla a fare quel che ha fatto. Per scherzo, diceva lui. Poi il sole e la natura fecero il loro corso. Prohaska, con l’animo leggermente contrito (che bel genitore ho appena scoperto di avere!), fuggì, e la sua nuova missione per la vita diventò quella di continuare ciò che il fratello aveva lasciato: ne assunse il nome, il cognome se lo inventò (scarsa fantasia, direi) e andò ad abitare prima in Croazia (ecco spiegata la desinenza), poi sulle Highland scozzesi, dove creò un alone di mistero attorno a sé, con l’allevamento di Trote e le spedizioni all’USSC di quei moduli rivoluzionari e innovativi per il mondo degli scherzi di carnevale, il 4 di ogni mese.
Ma tutti vogliono dimenticare. Perché io non voglio capirlo? Perché ho voluto aprire un nuovo negozio di scherzi, e con esso anche le vecchie ferite? Perché, ha concluso mia cugina urlando, sono “COSÌ STRONZO DA FAR IMPALLIDIRE ANCHE LA MERDA DEI CANI?”
Mia cugina ha studiato dalle rigidissime suore Orsoline dell’altero convento “Picchia il Capino, Carmelitana” (PCC) di Marina di Zorro. Ogni tanto però non se lo ricorda…
ah, quasi dimenticavo, alla fine ha aggiunto che un’ambizione di mio padre – cosa piuttosto misteriosa e inverosimile, a dire il vero – era entrare a tutti i costi, per qualsiasi cosa o disciplina, nel Guinness dei Primati.
Mah.
Poi ha aggiunto, sibillina, che “quando i gorilla bevono birra, bevono la Guinness dei Primati”, sorridendo beffarda, compiaciuta del suo enigma. Se lo scioglierò, probabilmente, avrò in mano la chiave di tutto.
A questo punto l’ho slegata, e lei, per tutta risposta mi ha mandato “A FARE IN CULO”. Sempre urlando.
Ah, suore Orsoline, riprendetevela…
basta, la situazione precipita. Non andrò nemmeno il 4 del mese a consegnare il foglio all’USSC (lo spedirò – tanto sono SUO figlio!). Alla faccia di tutti (anche dello zoppo, sì…), rintraccerò mio padre, e gli chiederò conto di quello che ha fatto. Tanto più che nel solito sogno, stanotte, si è insinuato anche Dito, che mi canzona senza motivo. Insopportabile.
Ho già fatto le valigie. Sono pronto. L’A-112 del ’78 è calda; ho pure messo in bauliera la mia muta di gechi indiani (da sempre, non posso dormire fuori casa senza la mia muta di gechi indiani al muro, a mangiarmi le zanzare e gli insetti importuni – odio gli insetti, e loro odiano me). Infine, porterò con me anche qualcosa di mio padre, per intenerirlo coi ricordi quando lo vedrò. Ma in cantina, ci sono solo quelle lattine di birra. Guinness, perlopiù.
“Era un grande bevitore di Birra, tuo padre”, ha detto la mamma sorprendendomi lì.
Mah.
L’ho ricondotta su, mentre diceva qualcosa a proposito di “quel maledetto Napoleone” e di Trafalgar Square.

dicembre 14, 2005

XXVIII.
Incontro Limerno Pitocco, a giro senza meta né scopo. Ciondolava, triste. Io tornavo dall’aver appena noleggiato la macchina, per il mio imminente viaggio verso le Highland Scozzesi, alla ricerca del mio presunto padre. L’ho noleggiata spendendo praticamente niente – è bastato impegnare i denti d’oro e il femore di Cristino, per avere un’auto con tutti i comfort del caso: una A-112 del ‘78, con tanto di tettino apribile e posacenere in madreperla, pieno di mentine dure, per di più colorate.
Dicevo, ho incontrato Limerno Pitocco, ed era alquanto giù. Ho chiesto che c’era, e dopo un po’ mi ha confessato che è depresso perché si taglia ogni volta che si fa la barba. Gli ho risolto questo problema, confidandogli sulla questione un importante e risolutivo segreto (che essendo segreto, e per giunta importante, mi pare logico che non scriverò qui…), e lui per gratitudine mi ha confessato una cosa che mi ha alquanto scioccato. Ha cominciato così, con un tono da rivelazione biblica:
“sai perché ci conosciamo tu ed io, Manlio? Perché si conoscevano i nostri Padri & Avi! E perché si conoscevano i nostri rispettivi Padri & Avi? Perché lavoravano insieme. Già, Manlio…” e qui la sua voce, da cavernosa si faceva più morbida, “l’attività della tua come della mia famiglia era tutta nel ramo contabilità!”
Santi Numi, e chi ne sapeva nulla?
“Il tutto finché tuo zio, colui che è morto nell’incendio del primo Dingo Ceruleo – già, perché quello non era affatto uno zio da parte di madre, come ti hanno fatto credere… no, è il fratello di tuo padre, e si chiamava Manlio. Insomma, quando tuo Zio, Manlio Lo Presti, prese la decisione di aprire il negozio di scherzi, tuo padre, Prohaska Lo Presti (tuo nonno, Cilestrino Lo Presti detto Ceruleo appunto, era un grande fan del giocatore, e ai mondiali tifava sempre Austria…) lo canzonò per tre giorni e tre notti. Di fila. Semplicemente, non concepiva l’idea: la contabilità è roba solida, sicura; l’aprire un negozio di Cacche Finte di Carnevale & Affini, no, almeno ai suoi occhi. Ma tuo zio Manlio tirò per la sua strada ed aprì così il negozio, spolverando ogni giorno con allegria le sue Cacche Finte, lì in bella vista sugli scaffali. Inutile dirti che all’inaugurazione – una festa gioiosa con tanto di intervento di un anziano Robert Mitchum, di Moses Malone agli albori della carriera, di Moira Orfei e un sacco di altri personaggi, tra cui anche l’onesto Zac – tuo padre, il fratello di Manlio Lo Presti, non partecipò affatto, assai piccato”.
Quel goffo personaggio che solo poco prima era depresso perché si tagliava a farsi la barba raccontava bene; aveva un tono quasi da cantilena, fiabesco. Seduto su una panchina accanto a lui, quasi mi addormentavo. E lui andava avanti, e la sua voce mi cullava:
“e piccato, Prohaska, lo era soprattutto per una cosa: passavano i giorni e il negozio andava a gonfie vele! Non se ne capacitava, e piano piano diventarono sempre più tesi i rapporti fra i due fratelli. Finché l’uno decise di fare uno scherzo all’altro. Un giorno che l’aiutante di tuo zio al negozio, tale Luiso Di Pasquale, era in ferie (era nato suo figlio, quel Cristino che adesso lavora per te…), tuo padre condusse lì tua cugina, vale a dire la figlia di tuo zio. La prese in braccio e la mise accovacciata su uno scaffale su cui erano riposte in bella mostra – Luiso era di una precisione maniacale – l’assortimento di cacche. La bambina ci lasciò la sua. Prohaska pensava che sarebbe stato bello vedere la faccia di Manlio mentre faceva per prendere e incartare per qualcuno quella che pensava fosse una sue delle tante cacche finte!”
Mi stavo addormentando davvero, nonostante quello là mi stesse illustrando il mio vero albero genealogico. Come mai non riuscivo a star sveglio? Io, proprio io…
“sfortunatamente nessuno gliela chiese mai, e il sole, dietro la vetrina, fece il resto. Dell’incendio, sai già tutto, penso. Quello che non sai invece, è che tuo padre si rese subito conto della gravità dell’accaduto e in lui si fece strada la convinzione che fosse colpa sua…”
(già, come potè mai pensarlo?, mi chiedevo quasi ironico, mentre ormai i miei occhi cedevano al sonno, e nel dormiveglia irreversibile notavo che Limerno prendeva a ravviarsi i peli che gli spuntavano dalle ascelle, e che parevano lunghi, sempre più lunghi, lunghissimi… pareva anche che si stesse sfilando una maschera… e non riuscivo a capire se stavo sognando – e come allineare logicamente, pensavo, tutti questi eventi, e come collocare poi il fatto che mi stesse pure tornando in mente il fatto che Limerno Pitocco era da sempre completamente glabro, e suo padre faceva il ciabattino a Ramazza sul Chiorbo, lì vicino, e non il contabile? Maledizione, c’era qualcosa che non tornava, provai a dirmi, a partire dal fatto che gli avevo lasciato, a suo padre, un paio di scarpe a risuolare e quello non me le aveva mai rese… ma già ormai stavo scivolando nel sogno, nel mio solito sogno, che venne di corsa e obnubilò tutto quello che successe dopo… mi avvolse, e mi avvolse ancora, e ancora…ancora…).
Mi svegliai più tardi, ed ero da solo. Le parole finali che avevo sentito, o così mi pareva di ricordare, erano: “tua madre da allora è impazzita, e pensa ogni notte di essere l’ammiraglio Nelson. Tuo padre ha capito che il futuro sta nelle cacche, e ha preso il nome e l’attività di tuo zio, altrove. NON vuole essere trovato…”
accanto a me c’era un mucchietto di peli, che presto il vento scompigliò via.
Dannazione… che fare, adesso?

dicembre 13, 2005

XXVII.
Si avvicina il quattro del mese, e io ho preparato un paio di suggerimenti e migliorie che consegnerò all’USSC. (ne ho scritte un paio giacché sono figlio di Manlio Proaskinevic – lo confesserò anche a loro!). Roba esplosiva; conto di guadagnarci punti su punti. Poi, partirò per le Highlands scozzesi. Ormai ho preso la decisone.
Ecco di seguito quello che ho scritto nella sezione apposita del 34/a:
1) La Cacca Finta di Carnevale – Versione Morbida: Quando alla stessa persona fate lo stesso scherzo più volte, quella non ci casca più. È pacifico. Se, ad esempio, le fate trovare per casa una cacca finta in terra, la prima volta reagirà con disgusto, ma la seconda già si abbasserà a raccoglierla, senza più timore, e con sufficienza.
Provate allora l’innovazione che propongo: La Cacca Finta di Carnevale – versione Morbida! La prima volta usate una Cacca Finta tradizionale; la seconda questa. Il fesso di turno si abbasserà a raccoglierla, bonario, dicendovi qualcosa come “ah, ah… mi rifai lo stesso scherzo eh? E dagli con le Cacche Finte! Pensi che sia scemo?”
Farà per prenderla in mano e… Ops! Stringerà qualcosa di morbido! E diventerà verde di raccapriccio & schifo, per qualche istante, e voi avrete la Vostra agognata rivincita!
(Disponibile anche in un’ulteriore versione: Morbida e Odorosa, per una spassosissima terza puntata! Già, irrorata da un’ottima fiala puzzolente! – in questo caso ho proposto la vendita in una confezione sottovuoto, così per conservarne l’odore; oppure una confezione con tanto di fiala a parte, da versare sulla cacca a tempo debito);
2) Formaggio per i Vostri Spaghetti: Quante volte a tavola avrete chiesto un po’ di formaggio grattugiato da mettere sopra i vostri spaghetti, da buoni Italiani spaghetti-pizza-mandolino-baffineri-mafia, con tanto di mento sporco di sugo e canotta decorata con cospicue medaglie d’unto! (bella questa parte, suggestiva – eh, sì, son proprio pöeta!). Se procederete alla sostituzione del tradizionale formaggio con questa polverina gialla che lo imita alla perfezione, saranno garantite le risate, per tutti! Il malcapitato spolvererà copiosamente i suoi spaghetti di (crede lui, il tapino!) Parmigiano Reggiano o Grana Padano, e come per magia, gli spaghetti diverranno un pappone unico e schifoso, assolutamente impenetrabile ad ogni forchetta, del tutto immangiabile. Difatti la particolare composizione chimica di questo falso formaggio aderirà compatta al glutine presente nella pasta, formando sopra di essa una crosta spessa un dito, assai spassosa! Lì per lì lo smarrimento si impadronirà del commensale, e lo smarrimento poi cederà il passo ad una irresistibile ilarità.
Controindicazioni: dopo, gli spaghetti sono da buttare. Le esalazioni venefiche della sostanza inoltre, pare facciano diventare biondi. Ma questo non lo si dice. MAP Docet!
(La trovata, dal punto di vista della realizzazione della sostanza, è di Vinnegard Batrace, il mio chimico di fiducia, il quale ha lavorato per anni nei laboratori dei NAS sez. di Stramazzo, sbattendo la porta quando ha scoperto che le sue ingegnose trovate non erano usate dagli 007 locali, ma solo dalle Fiamme Gialle per farsi due risate alle loro feste private. Quindi, per sfogo & denuncia, è andato a pestare i calli a qualche caporione della sezione, il quale lo ha subito destituito, anche perché non sta bene, ha aggiunto questo, “che Lei mi monti sui piedi così, che mi fanno anche male, tra l’altro… senza contare che così la Sua faccia è a cinque centimetri dalla mia, e la mia segretaria, fuori può pure pensare che ci stiamo baciando! Virilità, anzitutto, almeno per i fulgidi tutori della legge!”).

dicembre 12, 2005

XXVI.
Sono prossimo alla pazzia. Quel maledetto sogno continua a tormentarmi. Di più, si arricchisce ogni giorno che passa. In origine era solo un comunissimo incubo, in cui mi appariva qualcosa di molto simile ad uno spettro, con dei serpenti per capelli, ed enormi ragni scuri al posto delle mani (avvicinandomi, però, scoprivo che erano serpenti e ragni di gomma, di carnevale). In faccia, assomigliava vagamente ad un visone, ma con la barba. Lo spettro rideva, e dopo un po’ cominciava a tossire e grattarsi dappertutto. Questo, finché si dissolveva. A questo punto dal nulla guizzava una trota, una bella trota fario, grossa e sana. Nemmeno un’iridea o una salmonata: no, una trota fario, la quale pensava bene di dirmi, con voce cavernosa (non si pensa mai a che tipo di voce possa avere una trota fario, almeno finché questa non si decida a parlarti – veramente sorprendente): “PARTI, FESSO!”
Poi, qualcosa è cambiato, man mano che i giorni passavano: dapprima, a condurmi al cospetto dello spettro compariva un vecchio zoppo, ravvolto in un tabarro unto, da straccione; poi allo spettro si è sostituito l’Uomo dai Peli delle Ascelle più Lunghi del Mondo, che col tempo teneva stretta a sé la mia vedovella preferita (ah, mia C.X.! Come puoi farlo? Non con uno come lui!); finché ecco come mi si propone al momento – e sono comunque pienamente consapevole del fatto che anche stanotte potrebbe essersi già rinnovato. Angoscia, angoscia tremenda.
Provo a raccontarlo, per farne esorcismo:
è il quattro del mese, ed io busso ad una porta enorme. Ho indosso la mia vestaglia d’ordinanza. Viene ad aprirmi uno zoppo piuttosto malconcio, tutto coperto da un razzimato tabarro. Mi guarda e mi dice, beffardo: “alla faccia dello zoppo!”, poi mi fa cenno di seguirlo. Mentre mi conduce da qualche parte (e io so già dove andremo), si gratta frenetico, e ad ogni passo pesta una cacca di cane. Ogni volta si gira, e ammiccando mi dice: “meno male che è finta!”. Poi scompare. Dal niente allora appare l’Uomo dai Peli delle Ascelle più Lunghi del Mondo. Mi guarda, comincia a ridere beffardo, e allunga un braccio nel buio che lo circonda. Lo ritira pieno, vale a dire con avvinghiata ad esso C.X., la quale ha ai piedi un paio di coturni rosa (le stanno a meraviglia, va notato). Dopo avermi detto qualcosa che ogni volta non riesco a ricordarmi, paiono sparire entrambi a bordo di una nave, mentre C.X. pare baciarlo. Io, qui, solitamente comincio a piangere copiosamente. La nave è guidata da Winston Churchill, e invece che nell’acqua, naviga per una verdissima e folta foresta shakespeariana, foresta dalla quale escono un visone inseguito da un feroce dingo azzurro, un coniglio bianco, e Ralph Malph (Donnie Most) con i capelli in fiamme. Quindi si fa buio, e appena i miei occhi si abituano all’oscurità mi ritrovo faccia a faccia con una persona che ogni volta stimo essere il cav. Aperitivio Terrazzy, e invece è Roberto Malone. Quest’ultimo mi mette in mano – dannazione: di tutti, proprio lui? – una boccia di vetro, dentro la quale Ares Tavolazzi & Ellade Bandini stanno amabilmente nuotando. Non c’è acqua lì dentro, ma solo la mia salsa Crescione & Bottarga. Guizza un elefante, con Moira Orfei in groppa, e quando è in aria mi sputa in faccia una trota (l’elefante, non Moira Orfei, che non si permetterebbe mai, ammetto). La trota è Fario, ancora. La scaccio con la mano, e quella, da terra, mi spara questi versi:

Amor è que’ che mi guida e conduce
nell’opera la qual a scriver vegno;
Amor è que’ ch’a far questo m’induce,
e che la forza mi dona e lo ‘ngegno;
Amore è que’ ch’è mia scorta e mia luce,
e che di lui trattar m’ha fatto degno;
Amor è que’ che mi sforza ch’i’ dica
un’amorosa storia molto antica.

Prima che possa riconoscerci il Ninfale Fiesolano di Boccaccio, la voce nasale di Valentino Zeichen (la riconosco ogni volta!) stride: “Parti, e raggiungi tuo padre!”
Così, ovviamente, sciupa la metrica, inzeppando un ottonario che nulla c’incastra con la serie di endecasillabi troteschi di poco prima, ma questo lui non lo sa – d’altra parte, il Quattrocento è finito da un pezzo… gliel’ho pure detto non so più quante volte. Senza contare che il Ninfale Fiesolano è pure del secolo prima.
Devo partire, devo andare alla ricerca di mio padre. Il mio PRESUNTO padre! Solo, vorrei tanto che C.X. venisse con me! Ma è come se non esistesse più. Che sia stata un sogno, anche lei?


dicembre 10, 2005

XXV.
Qualche notizia sparsa, prima di dar conto di un sogno che mi sta angosciando da un po’.
Ho saputo da fonti che non posso citare (in realtà me l’ha raccontato Dito – ok, non avrei dovuto dirlo, ma tanto lui è un povero mentecatto…) che ad aizzare Gianfrusto contro di me è stato Glenn P. Strömberg, il quale a tempo perso fa il sindacalista. Razza Dannata! Bel ringraziamento per aver letto e diffuso il suo libro! Beh, diciamo che qualche fialetta puzzolente nascosta nel di lui frigorifero, in Finlandia, dovrebbe esibirgli tutta la mia gratitudine! Manderò Limerno, appena la compagnia aerea Mule Lines di Staziona sul Pìloro (CX – ah, mia adorata C.X.! Dove sei?) si decide a risarcirmi l’abnorme debito che il loro direttore ha contratto verso di me, a dadi.
Inoltre Barkley, dagli USA, mi sta oberando di e-mail. Vuole, fortissimamente vuole, la ricetta della mia salsa Crescione & Bottarga. In segno di amicizia mi ha mandato una sua ricetta, che si chiama Timballo di Totano e Taleggio (Taleggio & Totano’s Timballo); ma io non cederò. In primis, perché è un segreto tramandato da generazioni, e poi perché Barkley non è sincero: l’American Way to cook anything: part 12 (ho tutta la raccolta, nella biblioteca di famiglia) riporta una ricetta assai simile. Soltanto, c’è il Mulo al posto del Totano (Mule & Taleggio’s Timbals). Che disonesto! Mi sono pure accorto che mi ha fregato il mio aspira-briciole da tavola preferito, dono di uno scià di Persia amico di un mio avo.
Ah, a proposito… io & il mio fòndaco siamo stati inseriti sul sito dell’ANSIA! Ci doveva essere qualche osservatore in incognito, alla mia festa d’inaugurazione. Ha parlato benissimo di tutto, dagli elefanti di Moira Orfei (non di lei, però, che ha definito “la tronfia e supponente Moira degli Elefanti”) a Cristino (“solerte e ligio commesso, il dipendente che ogni mastro di bottega vorrebbe sempre avere – mèches a parte”), e raccontando infine con una finezza di penna pari al barone Vivant Denon, l’episodio del cane di Giacometti. Invero, ho dei sospetti sull’identità di questa persona: alla festa era presente anche il noto pornodivo Roberto Malone, il quale girava sempre con un taccuino in mano, e ogni tanto ci scarabocchiava qualcosa sopra. La cosa mi ha fatto venire dei dubbi, dubbi che sono alquanto aumentati allorquando, ieri, Capogrossi ha telefonato, e parlando è venuto fuori che il secondo lavoro di Roberto Malone (e di molti altri divi dell’hard, a quel che dice lui), è quello di osservatore per molte riviste specializzate.
Maledizione, però… quel sogno mi avvelena i giorni e le notti. Riguarda mio padre. Il mio PRESUNTO padre…

dicembre 09, 2005

XXIV.
Il mio amico Gianfrusto Pupazzy si fa vivo. O meglio, dovrei dire forse ex-amico, visto che vuole a tutti i costi esser pagato, e parecchio. Gli ho offerto una notte d’amore con Cristino (di cui ovviamente, in quanto mio dipendente, dispongo a mio piacimento): lui ha accettato; ha consumato, e adesso fa finta di niente, tornando a batter cassa. Gli ho detto di stare attento a non tirare troppo la corda, ché questa prima o poi si spezza, ma lui non dà ascolto. E allora non mi lascia altra scelta: divulgherò il suo Terribile Segreto (!). In questo mi farò aiutare dal commendator Caloggero LoVòi, lo quale – cioè no, il quale – si è detto dispostissimo, e si metterà all’opera per stampare 1600 volantini, che farà spargere sul paese da un aeromobile di sua proprietà, guidato da un discendente di Gabriele D’Annunzio che, come l’avo, tanto adora volare e far di queste cose.
Ecco il suo Terribile Segreto, come apparirà di qui a poco sul volantino:

Gianfrusto Pupazzy, pittore in conto terzi e riparatore di molle da orologi belga, ha sulla coscienza un orribile delitto! Quando lui e la moglie, tale Gasparetta F. Zepponi, per l’appunto in Pupazzy, di anni 31, segno dell’accendisigari ascendente mensola, e capo-contabile presso la ditta di cani a rate “C. Lupo” (ove C. sta per Cane, è chiaro), abitavano un appartamento dello stabile di proprietà della povera Isolina Miconi, ved. Terrazzy, avevano un cane lupo (portato a casa ovviamente dalla Zepponi in Pupazzy, che lo aveva acquistato al lavoro, ovviamente a rate, e ovviamente al prezzo di acquisto e non a quello di realizzo, d’altra parte la contabilità non è un’opinione – pare in realtà che l’avessero comunque truffata, e che il sedicente cane Lupo, dal nome invero un po’ frou-frou di Django Filippo, fosse in realtà un incrocio tra uno spaniel di terra e un gargoyl di pietra, e che fosse venuto cane lupo solo per effetto del caso, ma questo è altro discorso), amabile ma vivace bestiola che tenevano nel loro pezzo di giardino.
Nella parte, opportunamente recintata, della padrona di casa, invece, scorrazzava quasi libero – perlopiù stava in una gabbietta, per motivi che adesso andrò a spiegare – un coniglietto nano, bianco, rispondente al nome di Flagèllo Rotùleo (il nome gliel’aveva dato il nipote della Miconi ved. Terrazzy, Bruto I, incline a vezzosi giochi di parole). Flagèllo Rotùleo aveva come hobby l’arrampicata sulla rete da giardino, cosa che gli valeva ogni volta gli alti lai della vecchia, che lo vezzeggiava come solo le vecchie signore sole sanno fare con i propri animaletti domestici, ma che al contempo aveva anche gran paura che la bestiola fuggisse.
Ciò per quanto riguarda l’antefatto.
Un giorno, la Zepponi in Pupazzy sente il cane raspare alla porta di casa. Va ad aprire e – spettacolo orribile! – il cane Django Filippo ha in bocca il bianco coniglietto. Un tantino morto stecchito, e tutto sporco di terra. Orrore, brivido e raccapriccio si impadroniscono della dolce metà di Gianfrusto (in realtà pare che lei già lo tradisse, praticando l’arte del libero maniglione a tutti quelli il cui cognome iniziasse per F. – da qui anche, forse, quella criptica iniziale nel suo nome per esteso, Gasparetta F. Zepponi-Pupazzy): “oddio, oddio… la vecchia ci caccerà di casa! Finiremo in mezzo a una strada!”
Da qui ad allertare Gianfrusto il passo è breve. Insieme partoriscono un’idea: poiché Flagello Rotuleo non presentava segni di morsi di cane, lo avrebbero ripulito alla meglio, e lo avrebbero rimesso di nascosto nella gabbia. In fin dei conti, la vecchia, finora non si era accorta di niente. “Quando andrà a dargli da mangiare, domattina”, argomentava un lucido & calmo Pupazzy, “lo troverà morto nella sua gabbietta in giardino. Tutti i conigli, prima o poi muoiono. E perlopiù, lo fanno per cause naturali!”. Inattaccabile.
Così fecero. Il giorno dopo, tornando dal lavoro (aveva riparato tredici molle per orologi, quella mattina, e dipinto una copia dell’Annunciazione del Beato Angelico, che un tale del vicino paese di Rimbalza val di Bosforo – fraz. di Frullo, a sua volta prov. di Zorro – voleva per farsi bello agli occhi dei suoi stolidi amici, dichiarando che il sig. Angelico Beato era suo amico intimo, e che quel DIPINTO l’aveva fatto per lui, pochi anni addietro), Gianfrusto trova l’ambulanza, di fronte a casa. Sirene accese.
“Ecco”, pensa il Nostro, “la vecchia ha trovato il coniglio morto, e il suo cuore non ha retto!”
Ed era così.
Più o meno, però… giacché pare che la Vecchia, poco prima di spirare e farsi accogliere in paradiso purgatorio od inferno che fosse dal di lei marito Aperitivio Terrazzy, cav. del Lavoro e anche (pare) del Sacro Graal, continuasse a ripetere in stato di semi-incoscienza, ai barellieri che cercavano di rianimarla:
“non è possibile! L'avevo seppellito ieri mattina!”

E questo è quanto. Aggiungiamo solo che poco tempo dopo, la famiglia Pupazzy-Zepponi si sfasciò. Evidentemente, non poteva reggere la pressione di sì terribile segreto! I coniugi litigavano ogni giorno di più, ed il cane Dijango-Filippo non obbediva più a nessuno dei due, ristagnando in un’atavica apatia che pareva proprio venirgli dalle sue origini gargoylesche. La goccia che fece traboccare il vaso però furono le vacanze. La Zepponi in Pupazzy voleva un mare con riviera sabbiosa; Gianfrusto esigeva lo scoglio.
“Andiamo in Croazia!,” ripeteva con animo inasprito ed amaro quest’ultimo.
“No!”, si ergeva fiera e altera la moglie.
La cosa andò avanti così per un po’, finché poi Gianfrusto si fece prendere dal bruciante sarcasmo: “senti, ho un’idea: perché non andiamo in Croazia ed aspettiamo, per duecento-duecentocinquant’anni, che il mare eroda gli scogli? Poi c’è sabbia anche lì!”
La moglie non gradì. Il giorno dopo già l’aveva lasciato, portandosi via i vestiti, la macchinetta per fare la salamoja (cosa, questa, che addolorò l’ormai ex-marito, il quale si nutriva quasi solamente di alimenti in salamoja, per convinzioni etiche maturate dopo aver letto – e frainteso, parrebbe, almeno ad una prima occhiata – il Trattato sulla Tolleranza di Voltaire) e ovviamente il cane lupo a rate Django-Filippo, che per inciso Gianfrusto aveva appena finito di pagare.”

Ah, il dolce sapore della vendetta!

dicembre 08, 2005

XXIII.
Primo giorno vero di apertura: ma ho avuto solo il tempo di attaccare, come da tradizione, il ritratto di Proaskinevic nel retrobottega, e poi sono dovuto correre al carcere della vicina Torricella Bottaja (presso il torrente Inganno, provincia di RGQ), per pagare la cauzione a Barkley, che domenica ha pestato chiunque si avvicinasse alla salsa Crescione & Bottarga. La cauzione è stata piuttosto elevata; ne ha pagata la metà Al Pacino, impegnando così tutto il suo cachet ricevuto per uno dei suoi film peggio riusciti, People I know. Nel frattempo, il dott. Marcello Melassa sposato Buccianti sta applicando la giusta dose di mignatte per salassi (miglior cura da sempre e per qualsiasi cosa, secondo lui) ai malcapitati. Lui lo farò pagare con un abile raggiro contabile da Limerno Pitocco, spillando quattrini dal conto corrente di Dito, lo scemo del paese (personaggio che gira sempre con un chiodo in simil-pelle, borchiato ma rugginoso, sul quale lui ha scritto, rigorosamente a gesso bianco, di quelli per lavagna: “THE FALCON”. Quando piove è sempre un dramma, poveretto…).
Inoltre gli elefanti, ballando il ragtime, hanno provocato ingenti danni alla strada e alle infrastrutture in genere, e il neo-sindaco di Gianfrusto, on. Achille Totaro (che ha stravinto una sessione elettorale lampo, e adesso me le vuol far scontare tutte, il permalosone), ha chiesto un conto salatissimo. Ovviamente, Moira Orfei fa orecchie da mercante, al riguardo.
Mi ossessiona il fatto che Manlio Proaskinevic sia mio padre. E la mia vedova di Ampelio sul Lago è come sparita nel nulla! Domande mi si accavallano nella mente: mio zio, quello che morì nel primo Dingo Ceruleo, era suo fratello, allora? E l’allevamento di trote? Cosa gli dà da mangiare? E che fine aveva fatto l’Uomo dai Peli delle Ascelle più Lunghi del Mondo?
Maledizione, mille volte maledizione! Devo saperne di più.
Comunque ho venduto già 237 cacche finte di carnevale. Cavalcare la tigre. Degli altri scherzi non mi curo nemmeno più. Cristino è abile venditore, anche se si è rifatto le mèches.

dicembre 07, 2005

XXII.
E venne il giorno della festa. Dall’alba, uno stuolo di persone lavorava, indefesso: nonostante i rispettivi rifiuti, i vari Burri, Giacometti (che aveva portato pure il cane, Filippo, bestiola assai acuta & carina, peccato fosse di scarsa collaboratività e, soprattutto, pesasse 80 kg, ovviamente a secco, cosa che non ci ha certo favorito quando – sia stato il caldo, o magari la noia, chissà – ha deciso di fare un tuffo nella vasca del ponce, raggiungendo così il rispettabilissimo peso di 130 kg), Pomodoro (giunto insieme a Piero Manzoni – sì proprio quello della “Merda d’Artista”… beh, insomma poteva mancare?), sono accorsi in aiuto, e lì mulinavano le loro gambette che parevano unti dal Signore Domineddio Nostro. C’era anche Valentino Zeichen, e se ne stava in un angolo, ancora imbronciato per il nostro recente battibecco; mi ha confessato di avere provato e riprovato a mettere insieme l’ottava che avevo chiesto – le occhiaie che gli cerchiavano l’occipite ne erano il miglior testimone e alleato. Intenerito, ho abbassato un attimo la guardia, e lui ne ha approfittato per mettermi in mano un foglio: “sa… intanto ho buttato giù qualche verso libero… no, mica vuol dir nulla, per carità, ma magari, intanto, mentre penso all’ottava, ci dà un’occhiata, così, per farsi un’idea… in fondo non mi sembra male, io intanto provo, se poi magari andasse bene anche così… insomma, capisce…”
anche in imbarazzo, il mariuolo cercava di uccellarmi! Notai che mentre parlava torturava qualcosa con le mani, dietro la schiena. Ho cercato di vedere cos’era, ma è stato rapido nel nasconderla. Capogrossi, che passava di lì con due vassoi di focaccine origano lampredotto & nutria d’Arno che avrebbe sistemato di lì a poco sulla tavola da rinfresco a centro sala, mi ha fatto cenno di lasciar perdere. Dopo, mi ha spiegato che si trattava di Orso, il coniglio di peluche che Valentino Zeichen porta con sé quando è nervoso, e che lui si ostina a chiamare Orso per motivi tuttora oscuri.
Cristino, il quale per l’occasione sfoggiava la classica pettinatura detta “schiaffo” (ogni giorno che passa sono sempre più perplesso relativamente alla virilità di Cristino), freneticamente saltellava con movenze da Colibrì di Maremma, ritoccando piccolezze stilistiche e suggerendo cosa era meglio e peggio in ambito di posizionamento dei fiocchi sugli scaffali.
Al Pacino conversava amabilmente un po’ con me, un po’ con Emilio Vedova (ah, mia C.X., la sua presenza è stata una vera tortura per me! Ho dovuto, per non pensarti troppo, chiamarlo sempre per nome, Emilio; e quello secondo me si è offeso, perché è uno – me l’ha detto Capogrossi, che pare sapere un po’ tutto di tutti – che a queste cose ci bada, e assai), e un po’ con Manzoni, il quale, piuttosto crudelmente direi, gli ha fatto credere di essere l’altro Manzoni, quello dei Promessi Sposi. Al Pacino era rapito, e continuava a ripetere, sbattendo gli occhi ammirato, nel suo italiano stentato: “questo matrimonio non s’ha da fare! Né domani, né mai!”. L’ingenuo.
Indi è arrivata la famiglia: cognati, cugine, sorelle, zie. Con il resto del menu da inaugurazione: oltre alle focaccine c’erano i crostini al burro di Persia (ricetta segreta di mia cugina – quella di otto anni, nessuno ha mai avuto il coraggio di chiederle come li fa), le tartine jena & trucioli, le coreografiche e delicate Pizzette sull’Orso (il quale, poi, è scappato in preda al panico furioso, lasciandoci così solo le pizzette, subito dopo che Giacometti è scoppiato a piangere. Capogrossi, al proposito, mi ha spiegato che lui si commuove sempre, alle feste), e infine i cornettini salati ventresca e scaglie di porfido. Il tutto accompagnato da tre vasche: una piena di Ponce al Mango, l’altra di spuma bionda, e l’ultima di raffinatissimo Angel Face. Ovviamente, non poteva mancare una bella zuppiera della mia salsa Crescione & Bottarga, al centro delle tavolate.
Così abbiamo atteso le 16 – orario di apertura rigidamente previsto dall’ALSCAR per tutti i negozi di scherzi di carnevale – amabilmente intrattenendoci, (insuperabili, al proposito, gli sketch a due di Piero Manzoni e Rotella). Il “Dingo Ceruleo” stava per nascere. Emozione. Gaudio. E, nell’attesa, sono arrivati: Ellade Bandini & Ares Tavolazzi (che viaggiano sempre in coppia, un po’ come Onoma & Rema), Moira Orfei, gli elefanti di Moira Orfei (non c’era Jazhir – lei mi ha detto che l’ha venduto, ma giuro che questa è l’ultima volta che invito o parlo con Moira Orfei!), Gianfrusto Pupazzy con il mio commercialista Limerno Pitocco, e infine l’on. Achille Totaro. Giacometti, di tendenze politiche tutt’altro che simili alle sue, ha pensato bene di aizzargli il cane Filippo, che invece di sbranarlo, ha a sua volta pensato bene di assaggiare il mio ponce, come ricordavo poco sopra. Le vasche utilizzabili sono così diventate due, e noi ci abbiamo guadagnato un cane ubriaco di 130 kg., che per tutta la durata dell’inaugurazione ha impazzato per il negozio e dintorni, seminando terrore & distruzione. Achille Totaro è scappato, e non ho potuto nemmeno fargli uno scherzo. Prima che Giacometti liberasse il cane, avevo solo potuto dargli un sigaro esplosivo. Abbiamo sentito un botto otto minuti più tardi, dalla strada che portava fuori dal paese. Siamo stati tutti molto soddisfatti, poi ho mandato Al Pacino a vedere che fine aveva fatto.
Quindi sono arrivate le 16, e la festa è iniziata. È arrivata la banda del paese, che suonava un ragtime di Scott Joplin. Gli elefanti ballavano a tempo, aggraziati. Moira Orfei no. Ci saranno state… non so… 1573 persone, nella piazzetta davanti. Il Dingo Ceruleo dell’insegna, ad un comando di Mimmo Rotella, si è acceso, tutto celeste e rosa. Io, pareva avessi un cucchiaino di zucchero nel cuore. Sono salito in soffitta, e da lì sul tetto del mio negozio-già-deposito-di-navi, e mi sono goduto lo spettacolo per un po’. Tutti si abbuffavano di tartine e crostini, e bevevano, e io rimanevo lì, in attesa di non avrei nemmeno saputo dire cosa. Ho sentito la voce di Cristino che mi chiamava; è salito sul tetto e mi ha dato un pacco a tubo, andandosene. Ho aperto: era il ritratto di Manlio Proaskinevic! Il cuore mi batteva, niente più ombra di zucchero. C.X. dietro aveva scritto, col rossetto (che peraltro non usa mai, cosicché la cosa dava assai maggior risalto all’evento): “questo è tuo padre. Mi manchi davvero…”
Dannazione. Il vento mi ha sferzato il viso. Poi mi sono accorto che non c’era affatto vento, ero solo io che stavo cadendo giù dal tetto. Fortunatamente sono caduto sul cane ubriaco di Giacometti.
Vedova (ironia del destino) mi ha tirato su. Mi ha presentato un tipo biondo, coi capelli lunghi lunghi che parevano spade: era Glenn Peter Strömberg, che siccome ha il dono della lucentezza, mi aveva “sentito” leggere il suo libro. Seppur corrucciato dal fatto che lo leggessi in traduzione – “orribile!”, ha garantito lui – ha comunque deciso di venirmi a trovare, per rendermi omaggio. Aveva portato con sé il suo cane, un spaniel turco di nome Achille, come Totaro, che appena l’ha saputo si è impermalito ed è riscappato via, con gran rammarico di Al Pacino, che l’aveva appena ritrovato e ricondotto lì. Stavolta abbiamo deciso che bastava così. E poi, lo avevamo appena spruzzato ben bene di polverina irritante…
“ma Lei non doveva essere morto?”, ho chiesto con discreto tatto a Strömberg. Lui non ci ha fatto caso, si è ravviato i lunghi capelli, e si è mescolato alla festa. Che continuava. Barkley ha passato la giornata cercando di rubare la zuppiera di salsa Crescione & Bottarga. Che dia una qualche forma di dipendenza?
Io, nell’ebbrezza, pensando un po’ al ritratto in mio possesso, un po’ alla notizia sconvolgente ivi vergata col rossetto, ho venduto un MAP ad un ragazzino coi capelli rossi. Speriamo bene…