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novembre 09, 2006

Guida Edoardo; mi viene a prendere in macchina alla stazione, monto sulla sua FiatTipoBianca e partiamo. Che macchina del cazzo, che è la FiatTipo.
Lui c’ha sempre quel sorriso mezzo storto, da pirata con la paresi. Ce l’ha sempre avuto, e quella-là ci stava pure insieme. A lui, che sotto sotto è pure stronzo. Io lo so, eccome se lo so.
“Allora come va, Ramon? C’hai il cappellino degli Utah Jazz
se mi richiama Ramon un’altra volta, giuro che scendo dalla macchina mentre viaggia. Secondo lui assomiglio a Ramon Diaz, Gesù.
“Come mai c’hai il cappellino degli Utah Jazz? A me mi dicono che c’assomiglio, a Chris Lettner; secondo te c’assomiglio? Eh?”
“Non so… chi te l’ha detto? Dove gioca Lettner?”
Dobbiamo essere amici, su. E allora chissene se quando eravamo a Torquay – posto del cazzo, Torquay, sulla Manica – con Quella-Là c’ha provato lui e gli è andata pure bene. E io nulla. Io ero il suo amico nano, che giocava bene a pallone e che si era scelto lui di suo. E quanto a lei, a lei gli stavo pure simpatico, e magari… poi comunque lui l’ha lasciata, ma io ancora mica lo so. Dobbiamo essere amici. Ufficialmente son qui per andare a trovare altri due stronzi, tipo lui. Uno stronzo tipo lui; l’altro è a posto. Siamo onesti.
“Ma… Silvia?”, chiedo.
“L’ho lasciata. Dopo un po’ di tempo lei m’ha detto: «sai, io ho fatto voto di castità…», e io: ciaooo!
Ecco, adesso lo so. C’è voluto poco, a saperlo. Dicendo ciaooo ha lasciato per un attimo il volante e ha fatto un sonorissimo gesto d’ombrello.
“sbrighiamoci, che poi stasera voglio vedere la pallavolo. La semi-finale. C’ho il treno alle sette”
“visto che roba gli USA?”
Intende il basket, ovviamente. Visto; sì, certo.
Però poi mi manca qualche passaggio, non so bene; ma come che sia andata, finisce per riepilogarmi il medagliere dell’Italia, mentre guida. Cose tipo ci abbiamo, abbiamo fatto, siamo questo, siamo quest’altro.
Aggiungo che gli manca l’oro della pallanuoto.
“L’oro? Cazzo, davvero s’è vinto l’oro? Io non lo sapevo mica! S’è vinto l’oro”, va dicendo, e s’entusiasma a crescere, “S’è vinto… campioniii! ALEEE-OO, ALE-OOOOO!”
Se la canta e se la suona; si fa pure il coretto da solo e suona il clacson della sua FiatTipoBianca. Tutto ciò è molto stupido. Soprattutto lui. Che Pare di plastica; finto, artefatto, in tutto quello che fa. Figuriamoci in una manfrina come questa. 
Che vada in culo. E così Quella-Là. E già che ci siamo anche il suo amico, quello stronzo dei due che andiamo a trovare adesso, che l’ultima volta mi disse dove avevo messo il gatto, ché casa mia era il classico appartamento da gatto.
E io un gatto ce l’ho davvero. Lui cos’avrà avuto? Dieci armadilli? Faccia-di-Merda…

novembre 07, 2006

Non erano che le nove, e la nebbia stava coprendo tutto quello che ci circondava, lì intorno; anche se forse c'era dalla notte, in un pensierino delle elementari si sarebbe potuto scrivere che ammantava piano le cose, e che le nascondeva. I bambini la notte dormono, ne possono saper qualcosa? Ma in un pensierino delle elementari dubito che lo scenario sarebbe stato il vialone della zona industriale "Bernareggio", di Vimercate Azzurrone. Le strade, le macchine, i capannoni: su tutto si stendeva velocemente quel sipario biancastro, latte allungato e sporco, a spremere fuori da tutto ciò che man mano copriva il resto di quella tristezza che cercava di nascondersi.
“E lei quand’è che ha saputo che sarebbe diventato direttore di banca?”, chiesi al direttore, seduto al posto del passeggero, la cintura allacciata a contrasto con la pancia tesa e la mano stretta sulla valigetta, in equilibrio sulle ginocchia.
“Andavo da un mio amico a giocare, quando ero piccolo. Piccolo – da Medie, diciamo. Non ricordo, o forse avrò avuto 12 anni. Insomma, stavamo nel suo giardino, che era sul retro della casa e partiva da uno spiazzo d’asfalto ricavato sotto il piano rialzato della casa, proseguendo da lì col giardino vero e proprio, terra erba e piantine e tutto. Una volta sbucò fuori un topo. Un bel ratto, una pantegana. C’era anche la mamma del mio amico, in quel momento. Io avrò avuto 12 anni, come dicevo. Insomma, mi segui? Lei e il mio amico corsero alla porta-finestra, chiudendosi dentro, e rimasero a guardare fuori. Io non li avevo seguiti: ero rimasto col topo, ed ora mi trovavo proprio di fronte a loro, con quello che mi correva tra i piedi, impazzito. Insomma, presi un rastrello e lo costrinsi in un angolo. Cominciai a menare colpi alla cieca. Lo colpii una, due volte; tre – su cento colpi che tirai. E la pantegana morì. Insomma, poi rientrai in casa, e dissi alla mamma del mio amico di prendere un sacchetto per la spazzatura. Presi il topo per la coda e lo buttai dentro. Poi, non ricordo; forse ci preparò la merenda, forse ricominciammo a giocare in giardino…”
guidavo piano nella nebbia, cercando di orientarmi fra quel che restava da vedere di quei cazzo di capannoni tutti uguali e tutti tristi.
“capisco”, dissi; ma in realtà non capivo proprio un beato cazzo, e pensavo: “stronzate. Questo ciccione crede che sia uno strizzacervelli?
“È il fatto…”, proseguì lui inumidendosi orridamente le labbra, “è il fatto che non mi sia più ricordato il nome del mio amico, a distanza anche di poco tempo che mi ha dato da pensare. Insomma, mi ricordo benissimo la scena e non ricordo come si chiamava quel mio amico. Capisci, adesso?”
“Capisco”, ripetei; ma ancora nulla, e continuavo a pensare: “stronzate. Ciccione di merda.
“Se sei in grado di uccidere chi è più piccolo di te e non badi ai particolari pur di arrivare dritto al tuo scopo, hai dentro le potenzialità di un Grande della Finanza. Se quando lo fai, ti senti veramente al tuo posto, senza nessuna indecisione e con un gusto in te che ti prende la mano e ti fa grande, puoi pure diventare dirigente, o addirittura direttore di banca. Si chiama attitudine al comando. E ce l’hai o non ce l’hai, forse; ma si può sempre migliorare o anche coltivare. Ora ti è più chiaro?”
Avevo trovato il capannone giusto, che emergeva nella nebbia solo qua e là. Era come essere in cielo, e guidare fra le nuvole. Parcheggiai, e scendemmo. Io pensavo ancora: “stronzate”.
“È per questo che io sono il capo, qui, e tu no. Continua pure a non prendere niente sul serio; vedrai quanto lontano ti porta!”
Stronzate. Eravamo nulla più che dei banditi, dei criminali autorizzati e tanto celebrati dalla famosa parte-buona della Società. E adesso andavamo a riscuotere il credito. O a far impancare un altro debito con noi a qualcuno, per quel che ne sapevo. Poi ci saremmo presi tutto, anche lì.
Suonai, e quelli ci aprirono. Feci passare il capoi, la sua pancia, la sua valigetta.
“Poco tempo dopo era il mio compleanno, e i miei genitori mi aprirono il mio primo libretto, e ci versarono il mio primo milione. Segnali, altri segnali…”, disse sorridendo.
Un giorno morirai, stronzo”, pensai. Gli sorrisi, annuendo.
C’era da salir le scale, e poi stare a sentirlo un altro po’, col coglione di turno.

novembre 06, 2006

“Sì, fu proprio una bella serata, ieri. Peccato che non c’eri, guarda”
“che è successo?”
“No, niente: hanno bevuto la Spumador tutta la sera, nell’attesa di un qualche stronzo col plastico per il gioco che non arrivava. Poi uno, quello alto rapato a zero, s’è alzato e ha detto che lui c’aveva la licantropite-del-dungeonmaster – so un cazzo io cosa possa essere – e c'avessero a far qualcosa; sicché ha obbligato un altro, uno che in faccia c’aveva scritto NERD marchiato con la merda e il fuoco, a portargli qualcosa da mangiare. Patatine del sacchetto, Galatine al latte e un dolce al cioccolato che aveva preparato qualcun altro, penso. Si mangiava e intanto parlavano, loro. Si ricordavano di quando quello grasso coi capelli lunghi aveva attaccato la Manciuria con due Carri Armati, contro i dodici di quell’altro, quello brutto come pochi che chiamavano Umby. Vinse quello grasso. E giù le risate, fra tutti. Io fissavo il vuoto, e ti pensavo intensamente”
“merda, ho sempre odiato Risiko. Mi spiace non aver potuto esserci…”
“cazzo, mi sarei divertito di più a contar gli stronzi deposti sui binari del treno. Sai, questo è sull’asse di legno, questo è fuori, e via così. È divertente, mica dico per dire. Prova, mentre torni a casa. Comunque, il peggio è stato quando è arrivato l’altro, quello col plastico e un sacco di fogli e carte e altre cazzate simili. Lo chiamavano Il Capra, e Il Capra c’ha assegnato a tutti un’identità e abbiamo iniziato a giocare, col plastico e tutte quelle miniature. M’ha detto che le colorava lui personalmente. Comunque, a me è toccato un qualche nano del cazzo, deforme e verde, e da quel momento tutti hanno cominciato a chiamarmi Turf. C’erano il negromante e il druido, l’eremita, la vecchia, e un sacco di altri tipi del cazzo sul genere. Alcuni facevano più parti, perché i personaggi erano troppi”
“e tu che hai fatto?”
“bah, ho fatto la mia parte per un po’; poi, quando ho visto che quelli s’imbestialivano e prendevano troppo sul serio la cosa - cazzo, uno s’è incazzato a morte con un altro perché secondo lui questo non ci metteva l’enfasi giusta nel lanciare incantesimi agli altri! Voglio dire. Comunque sia, dicevo. Quando mi son reso conto che le mie palle ne avevano avuto abbastanza ho tirato fuori l’argenteria e li ho seccati tutti. Ho mirato alla testa, o a cosa quelli là possano averci al suo posto. Non si son nemmeno accorti. Coglioni. Avranno pensato che Turf s’era ribellato ai suoi padroni. Gesù!”
“Anche il brindellone rapato a zero?”
“Anche il brindellone rapato a zero”
“peccato. M’ispirava quasi simpatia”
“bah, era senz’altro la cosa giusta da fare. Sai, quelle stronzate da predicatori su Sodomia&Gomorra e la GiustaPunizione…”
“già, penso anch’io”
“però è un lavoraccio”
“vero. Ma dà tanta soddisfazione. A chi tocca oggi?”
“So che abbiamo un appuntamento col Commerciale di qualche ditta”
“mmm… gente seria. Con le palle. Sai le palle da-lavoro? Gente che dice cose come «voi ditemi cosa vi devo vendere e io ve lo vendo!» Pezzi grossi, cazzo”
“già. Ci divertiamo, eh?”
“Già. Lo vedi che ci divertiamo?”

novembre 03, 2006

Ovvai! Bòrda. Li volevi? Eccoci. Gonfia Mèo!
31. Con orrore & tedyo. E fastydio.
Però, per tutta la mattina di ieri, ho pensato fossero 32. A 32 ovviamente mi comprerò un bel cappellino di Vieri&Maldini, con scritto Baci&Abbracci, SweetYears e qualche altra stronzata. Poi, con quello in testa, mi suiciderò, cosicché la gente che mi ritrova sappia quanto ero Stupido&Stronzo.

Inoltre, sulla lapide vorrei riportate le seguenti parole, acuto concetto enunciato questa mane da tal (scusino il termine) Silvio Muccino – a cui tutti quanti non augureremmo un Domani, e invece è lì, e fa più soldi & bella vita di tutti noi messi insieme, e scrive anche libri a quattro mani, tre piedi e un cazzo e mezzo – segnalatomi con solerzia dal fido Pierone Teroldego di Capriate San Gervasio (VA – sì ma ‘n culo, va’):

“Ma quanto c’è di te nel personaggio del libro?”
“eeeh, c’è molto di me in quel personaggio. Si chiamano ALTER EGHI!”


AhahahahahahahahahahahahahahahahahaahahahVita-del-Cazzo
Ma se rinasco, vorrei rinascere Lichene. O Gruccione. O, al limite, Molator-del-Ferro, Tornitore. Alla Fresa. In culo.

novembre 02, 2006

E poi si parlò di tutto, di come si potesse intitolare la canzone che c'era con la pubblicità della Knorr, di quando restai ipnotizzato di fronte ad uno stronzo enorme sui binari, del calcolare la distanza tra un posto e l’altro, sulla cartina, in dita o falangi, altro che scala uno a qualcosa. Di quanto è bella la parola Palombaro.
M’avevan detto che dovevo far l’originale, che restano sempre colpite da stranezze e stramberie, quindi ordinai il tacchino in salsa di cacao. Orribile, ma tenni duro; sapeva di aceto. Buon viso, gioco cattivo anzi pessimo. I proverbi.
Poi dissi:
“e poi giocavo a pallone, da solo, e mi facevo la telecronaca!”
“L’abbiamo fatto tutti, da bambini…”
“io lo faccio adesso”
“gesù”.
Non era una battuta. E pazienza se non l’ho rivista più. Però, non ho avuto il tempo di dire un sacco di altre cose che potevano essere interessanti, prima di tutto quelle riguardo ai miei lavori artistici, che tengo sempre per una seconda occasione. Con metodo, colleziono nomi di posti strani e li custodisco gelosamente in una cartellina marrone. Ogni giorno assumo un’identità diversa, e volta volta vengo da uno di quei posti. E mi comporto di conseguenza. Oggi, ad esempio, dopo lunga battaglia interiore, mi sento di venire da Mandello del Larione, essendo io il buon Antonino Spuma, di anni quarantatre. Ma non è detto che duri.

ottobre 31, 2006

I RICORDI 

E mi ricordo, sissì se mi ricordo ma ti pare, anche il Nasi, che era anziano e risparmiatore già a sedici anni. Un Gene Hackman con quarant’anni di meno, ma molto più vecchio. Gli garbava Celentano. Di quelle persone con la barba anziana, coi vestiti anziani, che a sedici anni pajon cinquantenni, che da giovani son vecchi e fan vita de’ campi e non comprano il diario. Ogni altra considerazione, a suo tempo avendo già egli sedici anni che in realtà eran sessanta o più, ha certo ad essere implicita o tacita. Il Nasi. Oioi.

COLOPHON - E con questa persona che ricordo, io, Brunero da Montajuti Ianese, copista nell’anno del Signore MMMIII(nchia), I anno dell’era di pontificato di S.S. Matzinga Rota, concludo i ricordi, in data 3uno 8bre. Mi ricordo, sì mi ricordo, tutta questa cazzo di gente che mi ricordavo, di cui non importa a nessuno tanto meno a me. Tanto – vedrai – son tutti morti. Il Nasi per primo. Toh, così l’ho detto anche di lui. FINE. 

ottobre 27, 2006

I RICORDI 

Ma te lo ricordi, te, te lo ricordi il Poli, quello che giocava a pallone con la conchiglia e tutti a prenderlo per il culo, quando ci si batteva con le nocche per far vedere che lui c’aveva la conchiglia sui coglioni? Te lo ricordi? Poi una volta non se la mise, ci prese una pallonata e ci rimase. Peccato.
Certo, meglio finir così che diventare uno che organizza Kick-Off aziendali, eh? Però, peccato lo stesso. Son sfortune, sì sì.

ottobre 26, 2006

OVVOVE!!! (sì, pvopvio OVVOVE!)
L’onorevole (ahahah) Daniela Santanché minacciata di morte! Di morte & dannazione! E pestilenza & carestia! E delle sette piaghe bybliche! E del passaggio nella fornace più ardente! E di multa per sosta in ZTL!
Ma poi si svela l’arcano e il sordido: era soltanto un altro dei biechi
COMPLOTTI DEL MORTADELLA

Sì, amici: quando il crudele Imam di Segrate ha osato apostrofare l’on. Santanché, lì per tenergli una lezione di come il velo islamico non vada bene per le donne dell’Islam perché così non possono entrare al Twiga né far vedere agli uomini le gambe o anche il culo – d’altra parte c’è scritto anche sul Corano – dicevo, quando il perfido Imam le ha detto con malvagità sprezzante che lui certo non prende lezioni sul Corano da un’ignorante in materia come lei, è chiaro che subito la bella (“noi ce le abbiamo le onorevoli belle, perché noi siamo a favore delle donne, specie di quelle belle” – disse il nostro eroico Statista-Presidente-Operajo, a suo tempo!) Daniela ha avuto paura e ha subito tradotto il tutto in una sonante condanna a morte in contumacia, tipo Mazzini e la "Giovine Italia". Già, perché Islam e Comunismo vanno a braccetto col lassismo per l’Europa e per il mondo, a seminare morte e distruzione, ed anzi stan prendendo sempre più campo, tanto che se non stiamo attenti domani ci ritroveremo tutti in caffettano chador e burqa rossi, la barba lunga e il pugno alzato mentre stiamo in ginocchio a pregare rivolti verso la Mecca cantando l’Internazionale. Il tutto, dopo aver mangiato dei bambini, libando alla memoria del CheGuevara e di Stalin.
Presto però s’è svelato l’arcano: informato il Partito delle Persone Perbene (Forzitaglia) è subito partita, ad opera delle menti che ivi operano (mi si passi il giuoco di parole, che noi Forzitaglioti siam pure artisti della parola, un po’ tipo il nostro presidente-operajo-poeta-paroliere), una bella interrogazione parlamentare a titolo: “perché il mondo può fare a meno dell’Islam”, a firma Oriana Fallaci, che è morta ma tanto è uguale avrebbe certo sottoscritto e approvato queste tesi. L’on. Santanché intanto, visibilmente scossa, aveva fatto rilasciare dichiarazioni al suo ufficio staNpa acciocché si diffondesse la notizia che per la sera stessa e per le tre seguenti non le riservassero il tavolo al Billionaire. Affinché, poi, la cosa non passasse troppo sotto silenzio, i familiari l’avevano faticosamente convinta a partecipare alla quotidiana puntata di Porta a Porta, vestita da vergine di Norimberga e in lagrime, a ricordar l’orribil vissuto. Inoltre, a spese dello stato – perché, qualora non ci si ricordasse, lei è una Servitrice dello Stato – aveva preso una scorta di 15 uomini, 15 uomini su una cassa da mortoooooooooooooo (ops, m’è scappato). Insomma: un po’ tipo quando la diedero a Biagi o ai magistrati in Sicilia.
Nel contempo, il nostro Fulgido-Presidente-BiancoNatal, disturbato dai suoi collaboratori in candida preghiera & meditazione nella Cappella posta nella sede del Partito delle Persone Pulite (sempre Forzitaglia), non si scordava di esser stato anche presidente-investigatore e, munitosi di apposita lente d’ingrandimento e impermeabile d’ordinanza, dava il via alle implacabili indagini. Subito (è intelligente, lui – lo attesta anche il suo dottore personale), rivedendo la trasmissione incriminata s’è accorto che qualcosa non andava. Convocato lo stato maggiore di Forzitaglia (Schifani, Bondi, l’Orso Yogi, Micciché, Don Baget Bozzo, Darth Vader, Tremonti) e quello di AN e Lega (Bossi, Ataru Moruboshi, i sempre misurati Calderoni&Borghezio, il bolso Storace, Gasparri, il gerarca Farinacci, Zorro) e un par di veline & letterine per un sympatico dopo-riunione, ha svelato l’arcano:
“signori; camerati: siamo di fronte all’ennesimo complotto del mortadella! Vedete qui, nascosta dalla barba dell’Imam? C’è una spilla dell’Ulivo! Mi si consenta: ciò è segno inequivocabile che l’Imam era manovrato da Prodi. Ho controllato personalmente e addirittura esistono trattative segrete, condotte proprio dal Mortadella, con cui vogliono assegnargli addirittura un ministero. Non è ancora chiaro se la Cultura o la Famiglia, ma le trattative ci sono; ed ho le prove. Quanto alla povera Santanché, ancora chiusa in casa e fortemente scossa, era un chiaro tentativo di colpire me, per quando dissi a chiare e giuste lettere che l’Islam era una civiltà assolutamente inferiore. Denunciamo tutto questo, denunciamo una volta per tutte Prodi e la sua cricca Islamo-comunista!”
Al comprensibile sdegno degli astanti per l’ennesimo, bieco tentativo del Mortadella di affossare il prossimo, specie se il prossimo è una figura fvlgida e generosa come quella del nostro caro presidente-salvatore-bevitor-di-calici, è seguito il tentativo di ristabilire la consueta serenità e pace interiore, lì al Partito delle Personcine Pure, con le parole di DonBagetBozzo, che magari riportiamo in nota, in quanto non ci è possibile, per riverenza dovuta, accostarle troppo a quelle pronunciate dal nostro caro Presidente-Enimmista-Imprenditor-di-Grandi-Opere.


Ah, Mortadella, Mortadella! A che t'ostini a trarre in basso chi è vieppiù alto che te, per lignaggio, nobilitate e moralità? Ogni volta se' svelato e tristo, eppur t'ostini e passi e vai, che pari il 26 barrato, quello che passa da Papègo Valdiculo e Vallà. Come desso, sempre in ritardo vai, e sanza controllore.

ottobre 25, 2006

Ancora novità librarie. Due. Belle.

GIORGIONE GIOTTO, Bollette dell’Enel scoppiano nel freezer, Edizioni Con la voce che sa d’asfalto caldo, € 11,20 Anno Domini 1541. Carlo V, l’ultimo vero imperatore europeo, monarca assoluto di una Spagna al culmine della sua potenza, a capo di un regno su cui mai tramonta il sole, si ferma ad Alghero, con la sua flotta di 40 galere sulla via – via di guerra! – verso Algeri. Ospitato in pompa magna, strafesteggiato dalla popolazione vociante, pronuncia all’indirizzo della massa di popolani accorsi a reclamarlo la famosa frase “Estade Todos Caballeros”, sì da poter tornare tosto a coltivar le proprie privatissime esigenze e toglierseli di torno felici.
La storiella è certamente più edificante e vi consentirebbe magari di edurre quel che vi resta dei vostri lobi destri e sinistri, dopo anni e anni di televisionato duro; tuttavia la interrompiamo qui, che ci saremmo anche rotti i coglioni, e la convertiamo verso quel che ci interessa. E dunque: uno, dos, très… TODOS POETAS!
Sì amici, da oggi anche voi siete un po’ poeti! Se esce un libro di poesie come questo, lo siamo tutti! Si scrive andando a capo un po’ a caso, statuendo d’arbitrio che la punteggiatura è inutile e si buttan giù di quelle profonde contemplazioni banali sul senso dell’essere ed esistere che poi si tira fuori i "maestri americani". O se li si lasciasse un po' in pace, i maestri americani? Comunque, il risultato sarà, per dire:

Z. è tornato
è morto
ma si era sbagliato
era solo la voglia
che era passata
io faccio quel che posso –
la farfalle si stancan
del volo –
ma succede a tutti
prima
o poi.

Sentilì! O anche:

La strada
un serpente meccanico di luci
e gomme
e frenate e frecce
marciamo sempre
ci proviamo
ma la vita è più forte
vince lei
sempre
e non vuole neanche il CID

Oioi, sarò bravo? Oppure:

un gatto
caca felice
per strada
sia quella
la felicità?
Sì, se non la pesto però è meglio

Via, qui mi fermo sennò non smetto più. Vedete come son poeta, anch’io? Su dai, siatelo anche voi, poeti!

TRACIA FEZZICONI, Ditta di Sollevamenti, ed. Lìmamelo, vai!, € 7,99
Il capolavoro assoluto dell’autrice di Otturazioni, e Iodosan Gola (scritti quando le sue difficili condizioni economiche le imponevano di lavorare come assistente di sedia e giudice di carie presso il locale – locale rispetto a dove? – studio odontoiatrico "Atahualpa", del dottor Protesi, detto il Peone per il suo modo di vestire & suonar lo zufolo ai pazienti sotto anestesia), racconta la dolorosa vicenda di Mauro, dal momento in cui decide di cambiar lavoro, aprendo una nuova ditta, al momento in cui viene effettivamente ingaggiato da un capriccioso e beffardo miliardario, in spregio alla ragione sociale (“DiPerno Mauro – Ditta di Sollevamenti”) letta da questi sul nuovo furgone di Mauro, nel traffico, un pomeriggio mentre tornava da una riunione del Rotary. Il misterioso personaggio, che resta sempre nell’ombra, lo ingaggia per un bizzarro lavoro: recarsi tutti i giorni nella sua villa in collina, e sollevare e poi ripoggiare col traspallet o col muletto o anche a mano un imballaggio ogni giorno diverso, nello stesso punto, all’infinito. A fine giornata, Mauro viene regolarmente pagato, dal fido servo Ràgade, povero storpio dalle origini orientali nonché dall’aria minacciosa, affezionato oltremodo al suo padrone. Di lì a pochi giorni, preso dalla curiosità, Mauro prende a indagare incautamente riguardo al contenuto di quei misteriosi carichi che deve continuamente alzare e abbassare; ogni volta l’imballaggio rivela sconcertanti segreti: si può trattare di un carico di pietre, messe lì a spregio, di spugne gonfie d’acqua&aromî, di cilicî sottratti al negozio d’arredi sacri, di blocchi di cemento grezzo&inutile. Senza nessuna apparente logica. Disperato, Mauro medita e s’arrovella, ignaro del fatto che il misterioso individuo, grazie a un complesso sistema di telecamere a gettone lo sta osservando, sollazzandosi nella sua perfidia, da un’altra stanza. Nel contempo, Lotaringia, moglie di origini austriache di Mauro, trascurata dal marito, la cui mente vacilla ogni giorno di più, medita di tornarsene in Turingia, inconsapevole del fatto che la Turingia è una regione tedesca e non austriaca, e che è soltanto lei ad esser convinta d’avere origini nordiche, giacché in realtà è di Teramo e aveva soltanto due genitori un po’ stronzi.
Il tutto va avanti finché i gettoni per le telecamere finiscono, Ragade viene ucciso per la rabbia e Mauro muore schiacciato dal suo Traspallet Grande Alzata, causa un tragico errore nel carico del materiale del giorno, proprio quando il misterioso miliardario non può vederlo. Il funesto destino di morte dei DiPerno coinvolge del resto anche Lotaringia, che durante il trasloco-fuga messo in piedi di nascosto, scivola su un calzino e cade a testa in giù in uno scatolone di biancheria, soffocando implacabilmente fra le Liabel.
In vita resta solo il misterioso miliardario, a dimostrazione del fatto che chi ha i soldi vince sempre. E spesso è pure bello e magari ce l'ha anche lunghissimo.
Un romanzo sulla perversione umana, una lucida analisi sui rapporti fra classi, un alto esercizio di stile che ha fatto esclamare alla critica di tutto il mondo, all’unanimità: “è meglio PippoFranco!”.