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marzo 02, 2011

Squilli di tamburi, rulli di tromba (?), a grande richiesta (in realtà mi chiese qualcosa tipo ma non le fai più le schede di palestra? una ragazza, più o meno un paio d'anni fa - visto? Visto? se m'aspettate v'accontento tutti, ci sta anche che gli renda quelle millessettecentolire al Ciapetti di quando me le prestò nel 1987 per comprare l'Intrepido; peccato sia ormai morto, no l'Intrepido, cioè sì magari anche quello, ma più che altro dicevo il Ciapetti - toh, Ciapetti! Mòri, mòri, mòri! Mi sei sempre stato sulle palle) tornano I Record-di-Palestra.

oggi: Senatore© et altri Infelici.

La scena si svolge nello spogliatojo di una qualsivoglia palestra, nell'ora più o meno di pranzo, fra piselli all'aria e pance buttate là. Bello l'universo maschile; fra tutti e due quelli esistenti non si sa quale sia peggio. A me - lo dico per informarvi - mi garban tanto i sassi. E un tempo mi garbavano i ranocchi.
Comunque sia, in simili interni la conversazione invariabilmente verte su:
a) puttane, fica;
b) calcio, e gossip sul tema;
c) Grandi Verità Trascendenti sui temi a e b.
Non necessariamente in quest'ordine (e non necessariamente il problema sono i temi in sé).
Nel caso:
Senatore
©, appo i più similmente conosciuto in grazia della sua nobiltà d'animo e magnanimità generica, nonché profondità di sentimento e possanza del medésmo, vigoroso nelle sue opinioni come un fastidioso vento gelido invernale che ti sferza e risferza senza posa, crudo e malcreato, senza grazia alcuna ma quantomeno ruvido e spiacevole: "comunque per me questi rigori van sempre dati; io quando giocavo c'avevo il Brunelli - te lo ricordi il Brunelli, quello che il su' babbo c'aveva l'alimentari a Cozzile e Bamberga, sì insomma lui: ci legava le mani dietro quando ci s'allenava, perché diceva che non si deve tirare la maglia all'attaccanti. E poi 'unn'hanno nemmen mai fatto un tiro in porta quell'altri, il che vogliano?" (si sta parlando di una importantissima partita della sera prima, Milan-Napoli, e Senatore
©, sfoderando in tutta la sua misura il suo accento Cockney, a pareggiar e magari vieppiù approfondîr la finezza dei concetti espressi, perora la causa di una squadra, guardacaso la sua, probabilmente anche l'unica ragione di vita del medesimo).
"Che poi anche, per me gli arbitri possano anche sbagliare, fa parte del gioco. Lo fanno in buona fede, oh; l'errore ci sta!"
Interviene il-Nano-di-Saggezza-Popolare
©, un concentrato di gnoseologia et alti sentimenti di stampo prealessandrino, peccato abbia la voce a Topo-di-Cenerentola:
"Sì, però dice poi che stasera l'arbitro Rocchi trombi la nipote di Mubarak!"
Risate sguajate, tutti con gli asciugamani sulla spalla, mentre entrano in doccia. Ci mancano due pacche sulle spalle.
Senatore
©
, la faccia ammiccante, al massimo delle sue capacità di concentrazione: "chi, tromba la Ruby? Fa bene, fa bene! Io non ci credo, ma se l'ha tromba', Silvio ha fatto una gran cosa. Ha fatto bene, Silvio: è una Grande Fica, quella lì. E dicono minorenne? Ma minorenne un cazzo, ha un culo da urlo! Grande Silvio! Mi garberebbe mi fosse toccato a te! Che fica che è, ma l'hai vista?"
Or chiosa Misura©, così nomato perché sa sempre quel che dice, assennato come Manito e gli altri Grandi Spiriti (il giorno avanti parlava del fatto che lui la mattina prima d'entrare a lavoro passa da quella nigeriana, la fa entrare un po' in macchina a scaldarsi e poi giù rumba, come premio): "
Diceva ma bene il Giornalajo, l'altro giorno: Le donne sarebbero come 'sassofoni: vanno zufolate e rimesse nella gustodia!"

Alé. E via andare.

ottobre 12, 2007

Ah, quanto tutto è molto quïeto, quanto tutto è molto calmo, dacché son dysoccupato, e mia optima occupatio è rifare il letto, risciacquar stoviglie-scodelle-terraglie, tender panni anziani. Son qui con un mug del MOMA, nero nero come il caffè modello Starbucks che c’è dentro, con tanto di spruzzata di cannella e sugar-in-raw da frugare. Potrei lumare dalla finestra del mio loft un po’ di miseria, giù da basso, e scrivere di rabbia & frustrazione il Grande Romanzo che il mondo brama. Potrei mettere il camicione di flanella a quadri e guardar la pioggia sui vetri appannati dal vapore sprigionato dalla mia tazza di caffè, pensando pensieri acutissimi & lucidi su come questa società schiacci l’uomo e tutte le sue migliori aspirazioni, tenendolo compresso in una prigione che si chiama lavoro&dovere. Ma sono il tytolare dell’unico (un dei pochi, via…) blog che sdogana la merda e tutti i suoi derivati. Inoltre, non ho un loft, e non piove. Se guardo dalla mia finestra vedo una casa deserta colle persiane anziane, e un bel po’ di putridissimo pacciame. A dirla tutta non ho nemmeno il caffè con me. C’ho pensato sì a farmelo, poi mi faceva una fatica strafottutta, quindi niente. Tutt'al più un biscottino alla lampreda.

Tutto ciò premesso et considerato, cosa assai più a misura sarà il tornare ad occuparsi di ciò che mi si confà maggiormente, che nel caso in questione mi pare siano i

RECORD DI PALESTRA™

Quest’oggi (sì, quest'oggi una sega, neanche fossero quotidiani, ma vaffanculo): SFIGA®


Sfiga® dispone di due belle file di denti, in bocca. Due sopra e due sotto, come gli squali. Si badi bene, non si tratta di una manciata di denti sparati a caso; no, son due file, una davanti e una dietro, ordinatissime, solo magari un po’ pigiate. Perlopiù son tutti canini, non affilati. Sfiga® porta un par di tristissimi occhialini tondi, da vista ma con le lenti che s’oscurano, ed ha una capigliatura a metà strada fra il paggio con ciuffo (che si ravvia con la mano – brivido terrore & raccapriccio!) e il tortino di merda colato sulla calotta cranica, la quale è incredibilmente tonda ma sgraziata. Sfiga® pare un po’ Dan Aykroyd di qualche anno fa, solo meno interessante e più Sfiga®, se si capisce quel che intendo. Sfiga® è nerd e brindellone ma col buzzo, ed ha il mondo in gran dispitto. Il suo umorismo, pur essendo buono d'animo (si badi, quasi come Fungo - qualcuno studi la sintomatologia dei due casi), è vicino allo zero. Fa esercizi quieti e inutili; par fatto col trincetto, e ti saluta e dice “ah, io son contrario al computer”. Peccato che anche il computer sia contrario a lui. Sfiga® l’ha detto - pare - anche al suo professore. Fa statistica, o qualche cosa di matematicamente inutilissimo. Come si può, come, non volere bene a Sfiga®? Si può, eccome se si può. Tutti possono essere odiati. Anche voi. Ancor più se siete Sfiga®, con la vostra dentatura meravigliosa.


maggio 30, 2007

Pensavate, o voi merde, che i Record-di-Palestra™ fôsser stati trônchi dal Maligno o altro curiosissimo accidente, tipo l’afasia o la sodomia di chi tal righe usualmente verga tristo & miserello? No, niente di tutto ciò: solo un banalissimo svenimento in bagno, con conseguente perdita di coscienza e, provenienza cesso – ov’egli stava con le nvde terga assiso, nell’atto di regolare i conti con un pugnacissimo quanto notturno Cagotto-Da-Ciliegie™ (ah, qual finezza d’eloquio et esposizione di concetti! O chi mi sono, il barone Vivant Denon?) – sbattimento forte della geva ‘nsulla majolica del bidet, con relativo risveglio accanto all’acqua che scorre, aperta chissà come nel deliquio. Ma ciò non può, non può fermare – e in ciò la gïoia è tutta vostra, mia no di sicuro, che se ci rimanevo poteva esser anche meglio – i RECORD DI PALESTRA™. Sì, un po’ tipo il Togna-Due®, uno che faceva il cameriere al Keller, che una sera dell’ultimo dell’anno era lì che serviva poi svenì di botto e cadde fra i tavoli. Allora lo portarôn di là, nella cucina, e tempo mezz’ora riera lì che serviva ai tavoli, alacre e urlante per la gioja, salutato da un applauso isterico follemente dionisiaco. Insomma via, oggi:

PESTICIDA®
Pesticida® è tozzo, c’ha i capelli radi sul davanti ma un po’ lunghi dietro, mossi a ricciolo. Un po’ tipo Salman Rushdie, di cui ha anche l’espressione cattiva (ma meno cattiva, comunque). C’avrà quaranta, cinquant’anni. È Pesticida® perché quando lo vedi – sia la sua complessione fisica compatta e monoblocco, siano i capelli radi e un po’ unti, sia un po’ il cazzo che vi pare – uno non può esimersi dal dirsi: “Toh, ecco Pesticida!”, o anche “Badalì, alla grazia di Pesticida”, e via dicendo.
Pesticida® da uno a dieci puzza sette, sette virgola cinque, e il fatto di indossare insistentemente un pajo di pantaloncini a tre quarti non lo slancia né lo ajuta in alcun modo. Pesticida®, poi, pare sempre sudato, anche quando non sta facendo assolutamente un cazzo e magari sta disteso sul divano. Forse è un supereroe, che combatte il male coi liquami prodotti dal suo corpo; ma noi non lo sapremo mai, ché in fondo in fondo Pesticida® è bravo & quïeto, e nulla chiede e nulla vuole, e resta lì, tozzo e fermo e duro come un granchio in una fessura di uno scoglio, con l'acqua salsa che gli sbatte addosso ora sì ed ora no. C'ha anche l'espressione fissa. Non si muove di lato, però.

TACKLEBERRY®
Se avete la stessa espressione ebete di Eugene Tackleberry (David Graf) mentre guarda il culo dell’agente Kirkland (Katleen Turner) in Scuola di Polizia; se avete gli stessi denti e gli stessi occhi e pure lo stesso ovale del viso; se tutto ciò si assomma & inquadra entro la vostra personcina, diciamo che può non essere pienamente utile alla vostra bisogna l’ostentar vezzosi un pajo d’occhiali a goccia con le lenti azzurrate, molto anni ’80 e un po’ anche alla Leone di Lernia, a voler esser capziosi.
E ciò perché: 1) mentre alzi pesi o muovi il cvlo, non par bello né sta bene averci gli occhiali da sole, ancorché azzurrati e ancorché abbiano (essi) la doppia funzione vista-sole; 2) puoi ricordare ancor di più Tackelberry, magari proprio mentre è al poligono di tiro e fa esercitazione con qualche enorme pistola fuori dotazione & ordinanza col ghigno in faccia. Se, poi, quando ridi pari ancora di più lui, la soluzione può essere: ma sei Tackleberry (David Graf)? E – nel caso – perché vai in palestra in Italia? Perché nessuno ti chiede l’autografo? E perché dopo Scuola di Polizia non t’hanno fatto fare nessun altro film?
Comunque sia, a voler essere onesti, Tackleberry® non ha altre prerogative: non puzza, non è molesto, non insidia il muliebre consesso poppe-cul-mostrante. Solamente, è uguale a Eugene Tackleberry (David Graf), il quale tutto sommato – altro che Mahoney! – era il personaggio migliore di Scuola di Polizia. Indi, a Tackleberry® va tutto il nostro appoggio & ammirazione. O anche no.

maggio 04, 2007

Da’ più buî recessi di quella putridissima Terra di Mezzo (un po’ merda, un po’ fango - e comunque Terra di Mezzo sì, ma a' coglioni) che è la vita, altri RECORD-DI-PALESTRA escono alla luce. S’abbagliano e muojono, come falene impazzite d’alacrità. Ah, qual mi son poëta! Ah, somma arte di parola! Oioi, il ritorno a gola…

ANZIANITUDINE MOLESTA®
Io vi battezzo coll’acqua; ma verrà qualcuno che vi battezzerà col fuoco, ebbe a dire qualcun altro. Che è come dire: vi ci vorrebbe un po’ di guerra, a voi giovani. Sicché. Sicché Proteina® era niente, confronto a Anzianitudine Molesta®, il quale ha pantaloncini ascellari, canta arie d’opera che conosce solo lui nello spogliatojo e ti racconta dei bei polpacci che aveva tempo addietro, quando andava sul bicyclo, che lui lo consigliava anche al nipote che non lo stai mai a sentire e racconti di gioventù e ciarle vane e continue e tantissima altra roba aneddotica. Più che tutto, son moleste le spiegazioni sull’idioma anglofono:
“BOAT-RACE, c’hai scritto sulla maglia... Eh, vedi? BOAT-RACE, non RACE-BOAT… sì, perché in inglese si invertono gli aggettivi... io lo so… eh. L’inglese è così, l’inglese inverte le parole rispetto all’italiano. Lo sapevi, te? Eh? Sicché BOAT-RACE vorrebbe dire barcabarca… che vuol dire RACE?”
“Gare?”
“Ecco, sì: gare barcagare di barca, allora… vedi, vedi? L’inglese è strano eh? Io lo so, inverte tutte le parole…”
Anzianitudine Molesta® vi vuol bene. Anzianitudine molesta® cares about you (and your fuckin' mum).


SPALLE-A-GRUCCIA®
Ma come, COME dimenticare il povero, povero, povero Spalle-a-Gruccia®? Nocchìno sapido nel coppino & fryzione a strisciar la cvte per punir la dimenticanza, rrrapido.
Un bambino piccolo, alto un metro e tre quarti di fava, ai tempi delle elementari. Coi capelli rossi e le lentiggini, sempre allegro e sempre a raccontar a tutti delle parate che faceva quando giocava a pallone cogli amici. Il di lui padre aveva i baffi e pochi denti. Ah, be’ teNpi, quelli spensierati della puerizia elementare, allorquando si menava tutti insieme il Torchia o s’appiccava il fuoco alle talpe! Ah, nostalgia! Ah, mossa di corpo!
E comunque. Comunque gli anni passarono e Spalle-a-Gruccia®, evidentemente frustrato perché nano™, rispuntò fuori in una palestra, gonfio come pochi, torvo e coll’espressione dura & cattiva. Sempre incazzato e amarissimo – si badi, non già la rabbia irosa e livida di Filippo Argenti, “‘l fiorentino spirito bizzarro / [che] in sé medesmo si volvea co’ denti”, come chiunque ben saprà (e se non saprà, ‘l budello di so’ ma’; ah la rima, LA-RI-MA!); quanto, dicevo, quella scura e risentita dei minatori britannici negli anni del Thatcherismo, o dei Vinti di Verghiana memoria, per certi versi di Darth Vader – e, più che tutto, colle spalle a gruccia. Verso il basso, come un omino da panni. Come il carattere, anche il fisico s’è rassegnato contro l’ineluttabilità del fato avverso, ma non per questo è meno bilioso & stizzoso.
Spalle-a-Gruccia® quando ti parla ti dice solo cose brutte, cogli occhi bassi e fissi, muovendosi a scatti con acredine. Sta con una che par la mamma di Trinità, con tutto ciò che questo dato comporta.

MÌLCO®
Mi ricordo, sì mi ricordo, di Mìlco® che quand’ero piccino abitava nel palazzo accanto al mio. Di lui conservo solo quest’immagine: lui che sta scavalcando la ringhiera che divide i due cortili per venire a giocare nel mio, con me e il nanissimo Miccardino®. Mentre lo guardo fa una faccina come dire: posso? Ma ormai è già di qua, o digli qualcosa. Poi si trasferì, tipo a Satriano di Lucania o Ca’ da BoscoRalle ora non ricordo bene; ma per quel che conta, chi stracazzo se ne frega. Pensavo fosse morto & sepolto. E invece. Mìlco®, il quale si chiama veramente così, all’anagrafe (giuro), e c’ha i capelli gialli e la testa a palloncino, comparve in palestra, al pari di Spalle-a-Gruccia®. Flaccido e coll’accenno di epa incipiente, forse per fermare i segni dell’età Mìlco® si diede a mulinare i braccini e le gambette nella pugna physica, vestito da pensionato ma con lo zaino dell’Invicta, sempre colla testa a palloncino sua e’ capelli gialli. W Mìlco®! Mìlco®... ahahahahahahahahah

aprile 26, 2007

Magari voi potevate perfin pensare che fosser finiti. E ‘nvece. E ‘nvece, i RECORD-DI-PALESTRA™ tornân fïeri, ché la gente è sì tanto spettacolo d’arte varia di contiana memoria, e non c’ha nemmeno l’accappatojo azzuro. Massì: sapete un cazzo voi…

E quest’oggi: CULONE-SUDICIONE®
Similmente a tutti i ragazzini, o più precisamente quelli che in area anglofona si fregerebbero dell’onorevolissimo – sì: ‘stocazzo – suffisso teen- (oioi come son colto, peccato ieri mi sia quasi caàto addosso, e dice le persone colte non lo facciano) Culone-Sudicione® va in palestra; fa i suoi sporchi maledetti & rapidi esercizietti e poi non si lava, andando negli spogliatoî per togliersi i vestiti madidi di sudore & schifo e rimettersi tosto i suoi di prima, nei quali andar poi a fare il gagarone-fiero-fiero altrove, tipo al lounge-bar-café con corte interna & harem “Promotori del Bello & del Sublime” di Stuffione di Ravarino (prov. di Actarus), per un bell’happy-hour o anche aperitivo-cena che ora va tanto di moda e tutti questi nani sudici, non in grado di distinguere un White Lady da un Cocktail Champagne n.2, affollano i banconi, vestiti in guise censurabil-improponibil-perseguibili e con l’aspetto veramente VERAMENTE sudicio, dalla pelle ai capelli. Perché? Ma perché – signori miei (miei un cazzo: io fo per me, e voi avete a mori’ tutti) – è costume e norma fare come fa Culone-Sudicione®! 
E Culone-Sudicione® ha anche un notevolissimo posteriore: oscenamente alto, coi capelli perfettamente a posto col resto dell’esser suo (orribili, modellati a foggia di esplosione al napalm seppur coll’aura persistente del sudicissimo e dell’vnto, ancorché sparati verso l’alto), c’ha pure due ciancone belle grosse e fatte male, che culminano in un culone da antologia, larghissimo & bassissimo. Quando – altro inveterato costume de’ ragazzini molesti e puzzolenti, come quello di fare qualche corso triennale del cazzo presso qualche università parimenti del cazzo, studiando cinque menutini al giorno e il resto giocando alla plei – va a fare il ganzo colle phyae, par che gli dica:
“ha’ visto fia, io come fô? Eh? Ha’ visto? Non mi lavo… visto? Eh? Eh? Visto? Come fô, io? Oppigglia. Eh? Eh? Eh? Son ganzo?”1

SACCHINO PROTEINA®
Se hai poco più di settant’anni, corri ore & ore sul tapis roulant, fai tutti gli esercizi possibili e immaginabili – dal Fezzicone Altissimo (macchina per i mvscoli alti ma inutili dell’anca) al Galumòne Trepido (macchina per innalzare il livello del deltoide trapezoidale a quello del grande dorsale) – ti metti davanti allo specchio e boxi, convinto in gioventù di esser stato Rocky Marciano o anche Patrizio Oliva, ti presenti alla svdatissima pugna cor un sacchìno della spesa pieno della roba giusta da mangiare e rompi i coglioni al prossimo tuo con pleonastiche e logorroiche stronzate quali “bisogna sempre abbinare una giusta dose di carboidrati e proteine all’allenamento e bla bla bla”, “integrare potassio è fondamentale, quasi quanto gli aminoacidi assunti in bla bla bla”; se fai tutto questo, allora vuol dire che sei Sacchino Proteina®, Proteina® per gli amici. Tanto di cappello, ché sei anZïano, ma sei comunque un povero scemo.
Diffidate ardentemente di Proteina®: una volta ebbe da chiacchierare – spiegandole (ore) perché non andava bene – anche sul modo in cui una (tapina) correva a fianco a lui. Pensate che tutto vi vada male e che la vostra vita sia grigia e che il cane del vicino vi pisci ogni mattina sullo zerbino? Su, c'è sempre di peggio! Richiedete - presempio - le spiegazioni alimentari di Sacchino Proteina®. Poi mi dite.2


______________  
1 Già la voce, come del resto quella di Cacchio®, anche se per altri versi, esprime appieno l’esser suo Tardo, irrimediabilmente Tardo. 
2 O anche no, state a casa vostra; vero me se me ne giovo.

aprile 17, 2007

MICA VIVO IN COLPA, IO, SE LA GENTE È MYSERA E PVR VARIA (NOIOSAMENTE VARIA) COME LE MALATTIE TIPO LA PROSTATA O INFLUENZA DE’ MAJALÎ. CERTO NO: E' RECORD-DI-PALESTRA™ NE SON TERMOMETRO E MYSURA, CHÉ 'N QUE’ SYTI N’ENTRANO ANCHE MEGLIO. DI VMANI TIPY OD ECCE HOMINI, DICO.

E quest’oggi: TORCIOLONE®
Torciolone® è pelosissimo – tipo Il Pino, un metallarone che conoscevo (poi morì) di considerevoli proporzioni e dalla faccia molto lunga che decise d’andare in palestra e cominciò ad alzar pesi mosso da invasatura mistica & furiosa, facendosi agilmente uscire quattro ernie nel giro di tre giorni (il che argomenta il poi morì di cui sopra) – e grossissimo, e suo precipuo costume è utilizzare l’urlo sguaiatissimo e rimbombante quale tono di voce normale. Uno gli chiede che ore sono, e perde parte del timpano. Da uno a dieci non puzza niente, perché parlando si provoca un tale spostamento d’aria che fa folle ricyrcolo e condizionamento feroce, garantendosi così un costante alone di freschezza che nemmeno masticasse tre pacchetti di FISHERMAN’S FRIEND™ alla MentaAssassina & LiquriziaPerigliosa insieme. Certo, a meno che non abbia mangiato della merda. Torciolone®, con movenze aggraziate di colibrì verde di maremma (majala impestata e sudicia – scusino, ma certe terminologie obbligano e richiedono) dopo aver fatto kick-boxe o fist-facial o quel che sia, nello spogliatojo indi è aduso far girar conversazioni su argomenti culturali e ricercati, quali i sessualùsi di MaurizioCostanzo, riguardo ai quali i sodali di brigata ebbero a dibattere sul buco che il tapyno (sì, una sega: speriamo moja) è costretto a farsi nella foto della moglie, la quale tutt’al più – discettarôn quelli – ivi gliela fa vedere, e chiuso. Torciolone®, lui, gl’importa un cazzo, e questo è ciò che sostenne appresso:
“MAH, EHHHHH (pausa) EHHHHH… IO, QUANDO ERO GIOVANEEE… ANDAVO NEL CAMPO, PRENDEVO UNA ZUCCA AL SOLE, CI FACEVO UN TASSELLO… E VERGA DENTRO! OHI-OHIII, SENTISSI CHE LAVORIII… SAI CALDUCCINA… E POI SE È MATURA AL PUNTO GIUSTO… SENTISSI I SEMINI CHE LAVORIII!”
Che poi, se anche esulava dal contesto anzichenò, nessuno s’azzardò a contraddire o far notare. Che gli dici, a Torciolone®?
Chissà i risotti e torte e zuppe, poi…

PARÈSI®
Adunque: Parèsi® è danzatrice, che lo si sappia tosto in giro, ed esile come una promessa (citazione per schulzofili – sapete un cazzo voi), s’avvia altezzosa e pïen di boria colla sua borsa d’ordinanza (tassativamente, che si sappia ancora in giro – che trasudi e che si noti! – ch’ella danza & pyroetta, ancorché colla paresi), andando vestita nelle guise più metropolitano-underground-falsamentestraccione-masempreinDimensioneDanza sì da parer uscita dall’omonimo (omonimo?) film di Alan Parker (sì, quello delle penne) che poi diede – ahidesso! – la stura a miriadi di stronzate sulla scia. Una bella costellazione d’arte (?) varia, pïen di merda e di cazzate. Tutti son artisti, avanti in corsa, a cadere nella rete delle muse decurtate del discount. Saranno proprio famosi, sì. Bravi. Applausi. E rvti di contorno.
Pélla roba che le gabellano per danza, un continuo far di prese inutili e moleste, e mosse in odioso caso malaccorto e sanza grazia, alla captyva&trysta tipa l'è venuta una bella schiena a ‘S’, un collo di drago d’altri tempi, una mirabile scoliosi o iperlordosi, che mòvendosi fa sì che arrivi il pube un buon quarto d’ora prima: coi piedi dessa è in bagno, con il collo sta in cucina.
Quando balla, alcun le ha detto che la Stella dissimula lo sforzo e le fatiche e ‘l cimento ardimentoso, indi per cui ella sorride, sorride e ancor sorride. Scopre i denti e tira i labbri e sguardo vuoto – pare proprio una paresi! – secca e dura con quegli arti e quella schiena a pancia in fuori.
È danzatrice, Parèsi®, e non si dà punta importanza, coi calzini e scaldaspalle e tutta quanta quella boria. No: siccome è pure brava...

aprile 16, 2007

CHI DICE CHE LA PALESTRA NON ARRICCHISCE TE STESSO E’ TUOI SODALI & CONGIUNTI, FINANCO NELL'INTELLETTO? RECORD-DI-PALESTRA™ (record nel senso biblioteconomico di "scheda, dato, registrazione", bestie!); GIACCHÉ SE SI È STUPIDI SI VIVE MEGLIO ASSAI. E SI PORTA PURE SEI.

Quest’oggi: NECCIO®
A’ più, l’appellativo non dirà alcunché. Ma Neccio® è nome fortemente evocativo e solitamente, in determinate aree linguistiche – i dialetti toscani e mediani ad esempio – dell’Ytalico immondezzajo, denota un preparato culinario dalla forma circolare di circa 25 cm., di colore marrone e consistenza morbida, sapore e profumo di castagna, con la farina delle quali è preparato. Quello, o in alternativa – con invero assai più rozza ma potente e pregnantissima immagine (ah, la saggezza popolare!) – lo sconcio che il malaccorto individuo dall’eccesso mangereccio facile si può fare suo malgrado nelle mutande. La forma, la consistenza e financo il colore son assai prossimi parenti. Da qui, appunto, “il neccio nelle mutande”. Schifoso, nevvero? Eppure la vita sa esser anche così crudele e ripugnante, e il popolino sa sempre trovar soluzioni creative e immediatamente sapidissime, come pure l’espressione “corpo sciolto”, spesso usata proprio come preambolo giustificativo al neccio e tutto quanto ne consegue e discende (non ultimo la noja e il disagio, quando – a voi, certo non a me – l’evento si verifica).
Per estensione, ecco quindi che una locuzione quale "TUSSEIVERAMENTEUNNECCIO!" afferirà a un ambito semantico non propriamente lindo e pinto, o quantomeno favorevole nei rispetti della persona cui l’invocazione è diretta.
Indi, poiché la saggezza popolare di cui sopra opera spesso per elisione e sintesi, l’espressione NECCIO sottintenderà e racchiuderà in sé tutto quanto finora espresso, e nel caso in questione sarà da applicarsi a muliebre (sì: è una PHYA™) esemplare oscenamente vestito, ora con l’imbracatura-tutyna da ciclista del menga (decorazioni & sponsor inclusi, tra cui la gloriosa F.I.A.M.M.E. la Fondazione Internazionale per l’Amalgama-Magico Merda e Emmental), ora coi fuseaux e qualche altro indumento da palestra; ma sempre ad orgogliosamente mostrare un personalino pari a quello del Mostro-Che-Corre-E-Suda® di cui a suo tempo, physique ottenuto solo col palestraggio duro & costante, a partire dal tronco squadrato che nemmeno la Daihatsu Cuore,
con relativa e tassativa abolizione del punto-vita; le gambe in versione all-in-one (pezzo unico dall’anca alla caviglia) e il culone basso e bombatissimo. Malagrazia, insomma, con moderate trippe incluse e gloriosamente in vysta. Ché più se Neccio® non corresse, spinningasse, s’attaccasse al Trabagày Anziano (macchina pégli adduttori della mezzena inferiore) e tirasse costantemente il Piti-Trooty Duro (macchina per scolpir bovinamente il singolo quarto, in vista d’un miglior macello e vendita come Prima Scelta)? Il tutto, poi, si trova ad esser corredato da un’espressione costantemente fisa & boccia, che evidentissime tracce reca d’intelligenza e vivezza di motî e intenti. Da uno a dieci, puzza sette, a volte sette e cinque.
Noi tutti amiamo Neccio®!
We all love Neccio®!

MUSO-DI-CAVALLO®
Muso-di-cavallo® è anni ’80 a palla. C’ha anche i denti finti, di quelli che si vede benissimo son fynti; magari anche i molarî otturati con l’amalgama d’argento (50% mercurio, 12% rame, 15% stagno, 20% argento, 3% zinco) – ed esige sempre quello, alla faccia del progresso medico-scientifico. Ha gli occhiali da sole neri, con la montatura grossa e plastïona; i capelloni incolti, lunghi e riccioloni, tipo tutti e quattro gli Europe messi insieme. C’ha la canottiera viola, assai scollata, e un pajo di pantaloni da culturista (o da Aladino, anche – la differenza è nulla) larghi e vaporosi, versicolore & decoratissimî. Le scarpe alte e nere, a marca American Eagle o Converse, ora non ricordo. La macchina è cabrio, e c’ascolta di sicuro Belinda Carlise o Tarzan Boy, coi capelli al vento, e l'odor di colonia che si spande per l'aere.
Muso-di-Cavallo® è generoso e pieno di bontà d’intenti & spirito positivo, come gli anni ’80; non puzza, ma fa tanto colore. Lo vedi e pensi a Craxi e Reagan, e anche un po' a Samantha Fox e al Chinotto.
Tutto sommato, vogliam bene anche a Muso-di-Cavallo®. All in all, we all love also Muso-di-Cavallo®!

aprile 13, 2007

GAUDIO, TRYPUDIO & SONORITÀ FESTANTI (IN PRIMIS RVTI DI TESTA, IN SECUNDIS URLA AGGHIACCIANTI E ALL’IMPROMPTU, IN TERTIUM (?) SCOPPY DI RAUDY E BOMBE-CARTA SOTTO I TAVOLI E TRA’ PIEDI); I RECORD-DI-PALESTRA™ OGGI PORTAN NUOVE E BUONE SU

IL CAPO DI PETERPARKER®
Non dirige il Daily Bugle, eppurtuttavia riesce parimenti molestissimo, massimamente in grazia del suo provabilissimo – si badi, non probabile: certo – quanto ostinato pennellarsi le basette in grigio (et silenzio? Ahahah citazione per CorradoGovonofili, che noto or ora, par Fungo) per vieppiù esser simìle e affine al suo idolo J. Jonah Jameson. Amor di verisimiglianza impôn altresì di rivelare come qualmente il tapyno vada ponendo pur la testa in una morsa, avanti il coricarsi, imperocché anche la forma e la guisa cranica giungano all’omologia col vituperoso e incazzosissimo J.J.J., di cui segue anche la foggia del pettinarsi (inenarrabilmente phonandosi) e del vestire, colla camicia piquet-crema a maniche arricciate, la cravatta Regimental a nodo Mezzo-Windsor e le occasionali bretelle.
Idiosincrasie innate pel mondo degli aracnidi, deviatissimi transfert di freudiana derivazione, fraintendimenti di lettura de’ tempi di puerizia e pre-adolescenza – pvr alla onorabilissima etas d’anni quarantatre – fanno il caso che di tutti i supereroi Il capo di PeterParker® voglia eguagliare proprio desso, che supereroe non è, né buono né cattivo.
Dal modello e guida sua suprema discosta sol per sigaro – che palestra nol permette – e pell’odore, ché in scala da uno a dieci, Il Capo di PeterParker® puzza nove, nove e cinque. Ma si sa: il supereroe è di carta, al meglio sa di macero. Vestitevi da Lizard, poi se ne riparla. Sai l’odor-di-bestia™.

CAZZO-DI-CRAVATTA®
Nulla più, su Cazzo-di-Cravatta® che è salumajo 'nsulla Sala, a Piumazzo val di Rischio (prov di GIP), e che si veste a guisa di regio di danari, cioè malissimo e esosissimo, con pezzole versicolore di ermisino e frappe e drappî, colla mosca sotto il labbro e il berretto frigio portato blasé all'indietro, con vezzo e sprezzo dell’altrui. E ‘l borsello Gucci in tracolla, o quel di ugual cafone.
È l’idolo d’un taghero imbolsito ma travestito da omo vero™ ancorché vuoto e colle mèches, che con lui sovente s’accompagna. Del sodale e caporione magnifica le gesta ma ancor più la viril verga, d'estensione abnorme & smisurata, raccontando a’ myseri i binarî aneddotî:
aneddoto a) Prono, tempo addietro rovistava nella borsa, in spogliatojo, a testa china. E il cazzo gli facea cravatta. Onde, Cazzo-di-Cravatta®;
aneddoto b) Nell’amorosa schermaglia, se lasso e svigorito e indifferente decide quantunque di metterlo "a doppio", ripiegato, e d’infilarlo quindi mencio. La lei nemmeno se ne accorge, e gode.
Cazzo-di-Cravatta®. Che non syta neppur tanto, sempre asperso di profumo e unguenti e olî, mentre alza tutti i chili o ti taglia un Canestrato. Stagionato, di Crotone, al Pepe nero.
 

aprile 12, 2007

RECORD-DI-PALESTRA™ proseguono indefessi, che i typi s’affastellano e reclaman posto al sole in galleria d’obbrobrî. Ma son sempre quelli, dessi. Kretschmer c’aveva ragione: tra il Leptosomico, spesso Schizotimico, e il Picnico, spesso Ciclotimico, non vince nessuno; però fanno tutti e due parecchio cacare, giacché noi umani siam proprio delle merde limitate e ripetitive.

Oggi: IL CATTIVO DI LULÙ L'ANGELO TRA I FIORI®
Il Cattivo di Lulù l’Angelo tra i Fiori® ha la pelle fortemente olivastra e un bel monociglio sapido. Il suo nome è frutto di intensy momenti spesi a pensare a chi diavolo possa ricordare, e questa è la migliore delle ipotesi, che precisamente e meglio lo qualifica; del resto, se non avete mai visto Lulù l’Angelo tra i Fiori ("mòndo... biòndo lülù... cuore... di poesia... bòcca... senza bugïa") direi proprio che son cazzi vostri; io, se vi par di volervi limitare l’esistenza così accomodatevi pure, poi però quando a 35-40 anni la depressione v’attanaglierà e la barba vi diventerà rada e le gengive si ritrarranno infelici e gli arti cederanno in preda a sconforto agli arti™, non venite a piangere da me. Sicché, si diceva. Il Cattivo di Lulù l’Angelo tra i Fiori® ha una sola idea, che gira in quel capino. Fica. E chiunque si trovi a non esser provvisto di fallo e si trovi nel suo raggio d’azione, riceverà le sue attenzioni e/o parole e/o beneficio di un contatto tattile. Sì, poiché gli par foriera di felice riuscita d’abboccamento amoroso, una pratica nella quale egli s’avvicina, spara una stronzata qualunque all’orecchio della malcapitata trota e magari gli dà pure un pizzicotto sul fianco, mentre questa sta tirando giù un par di libbre al Tràfigo Frigio (macchina pei muscoli tricipitizy), o gli spinge su le gambe mentre questa le sta tirando su di suo al Cybòrio Perfido (macchina per le estremità gambali – ma allora sapete veramente un cazzo). Poi ride felice, mentre s’allontana, per tornar di lì a breve, esaurito il giro del suo terrorizzato e riottoso harem malgré-soi même. Da uno a dieci, puzza solo quattro, quattro e mezzo. È benodoroso, Il Cattivo di Lulù l’Angelo tra i Fiori®, forse memore del nome, fors'in nome della sua myssione. Chissà.
Il Cattivo di Lulù l’Angelo tra i Fiori® lo vedrai anche a ciondolare in centro, il sabato mattina, e la tecnica sarà la stessa. Passa una, all’orecchio gli dice qualcosa. E quella sen va, pei cazzi sua e con fastidio malcelato.

TESTA-A-ANANASSO®
Stesse peculiarità del precedente, ed ancor meno avèllo (tre/tre e cinque), per complessione fisica purtuttavia differente: cranio ananassiforme ma senza la cippa di verzura che si taglierebbe comunque via; pelle più chiara e espressione più vacua. La strategia è la stessa, e la devono aver buttata giù insieme, magari davanti a una bella Prinz-Bräu tiepida, salvo che costui si rivela vieppiù pertinace e pervicace, e la sua ostinazione nel Pediatio Trotae è ben più alacre e parcellare. Piglia una, ci sta un’ora, salvo toccarla o amichevolmente (?) pizzicarla a fin incontro od inizio.
Testa-a-Ananasso® sarebbe anche sposato, ma ciò turba no il soggetto, il quale tornerà e tornerà, zelante e solerte come l’IVA verso la sua Idea Pura di Platonica ascendenza, il suo noumeno di memoria Kantiana, nell’innanzi concedendosi qualche studiato (anche come posizione – laddove c’è Troterella solinga e malaccorta, accanto si alloca illum) quanto pretestuoso e vano esercizio: fica.
Testa-a-Ananasso® un giorno sparì, ed alcun pensò che il tempo per lui foss’ormai giunto. Quale? Quello dell’Uomo del Monte, par chiaro. Sarebbe stato meglio e tanto, sì. E 'nvece.

aprile 11, 2007

Anche se Pasqua è passata, ciò non significa che i RECORD-DI-PALESTRA™ abbiano a cessare. Perché mai? Così smaltite l’òvo, la colomba e anche il Porcello-al-Forno che i più avranno certo diluviato intero, sì da aver non pochi problemi al ricaàrlo, che il porcello – si sa – è assai tetragono al digerimento e scomposyzione gastrica.


Il soggetto di oggi è: IL-MOSTRO-CHE-CORRE®


Eddunque, Il-Mostro-Che-Corre® è bel donnino d’aggraziatissimo (o anche no) sesso femminile, d’anni presumibilmente molti (chissà: forse quarantatre?), a zodyaco del Tapis-roulant ascendente Sforzo. Suo nome completo è Il-Mostro-Che-Corre-E-Suda®, all’anagrafe Berenice Capotorto, indomita professoressa presso il Regio Ystituto “Gerry Palomba III” (martire nella guerra di Lybia) di Segromigno Piano (prov. di CIOCK), colla mansione d’insegnar agli alvnni a leggere, scrivere e far di conto in vista d’una futura carriera di guappi e/o sciacquette di malaffare nelle organizzazioni malavitose locali, tra cui lo Scornio e Brink-a-Bar.
Carattere precipuo del Mostro-Che-Corre® è quello di porre la propria piacevol persona sur un tapis-roulant qualunque, e farlo suo per settanta minuti d’infelicissima corsa e mulinamento di braccina, ripetendo il tutto a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi giorno, Natale e Festa del Ringraziamento comprese. Indi, passati i settanta minuti, lo (la) attende lo spinning più furioso ed estremo. Costume inveterato del Mostro-Che-Corre®, è altresì quel di porre un asciugamano (o pezzòla larga) a coprire a guisa di tovaglia l’intero blocco dei comandi del tapis-roulant, tirandosi nel contempo la maglia – solitamente un risibile drappo nero sformato e yndispettito dalle continue pratiche fisiche a cui lo sottopone chi l’indossa, seguito da un par di fuseaux parimenti neri e sotto il ginocchio – proprio sotto le mammelle, a mostrar un cardio-frequenzimetro a fascia dalla dubbia utilità e una interessantissima pancia sudata. Già, poiché Il-mostro-che-corre® ha un invidiabilissimo fisichino a tronco di quercia, e se non corresse ogni giorno settanta minuti e ci stai largo più una sapidissima ora di spinning più le altre volte che dove vai la vedi a correre per la strada, sai te che bel corpicino avrebbe. Meno male corre & svda. Già, perché: particolare ad assommar orror su tragoedia, Il-Mostro-Che-Corre® svda tantissimo.
Vieppiù, Il-Mostro-Che-Corre® è assai gioviale ed espansiva, e laddove ci sarà movimento e gaïezza et libagione – chessò: i festeggiamenti d’un qualche mentecatto, il quale pensa bene di portare una bella tegamata di Mvscoli Frytti e Pynoli (mantecato al miele di ràgia) nell’andron della palestra, sì che gli stolti partecipino della sua gioja pélla rycorrenza in questione (ad esempio San Zenobi, se uno è devoto, oppure il genetliaco di Mr. Universo, o il raggiungimento del 2% di massa grassa) – dicevo; dove c’è festa et allegria, il Mostro-Che-Corre® c’è, e ciaccola e ciarla, spensierata e agile, giacché come i porci in brago, lei in palestra. I risultati si vedono, a guiderdon di tanto sforzo.
Vàcci alle due, alle tre, alle sette e mezzo; il sabato, il mercoledì, il giovedì: Il-Mostro-Che-Corre-E-Suda® sarà lì. T’attende e corre; suda e parla, il bel personalino in bella mostra, felice che appena finito lì l’attenda una di quelle biciclettine del menga, péllo spinningato duro. Poi, prendi la macchina e torna a casa. Incrocerai Il-Mostro-Che-Corre®, lanciato in annosyssima pugna podistica, la maglia sempre a metà tronco, i capelli sciolti dietro, legati solo da un laccino in singola ciocca fin sullo stronzoliere, a sua turno inguaïnato nei fuseaux, alla foggia subacquea però senza la maschera.


Ah,i bei momenti! Ah, Il-Mostro-Che-Corre®! Ahi, la vita!

aprile 06, 2007

NATALE (in realtà pasqua e pasquetta, magari anche pasquina) È IMMANE, E QUINDI UN BEL REGALO NON VE LO TOGLIE NEANCHE IL PANICCHI (quello che toglie le mvlte, al solerte comando de’ Wiligi Uvbany di Cairo Montenotte, prov. di Robin).

TOH, VAI, SCARTATE IL PACCHETTO, GRUFOLANDO ALACRÎ COME DE’ MAJALÎ: SON I RECORD-DI-PALESTRA™, COSA NÒVA E LUCCICANTE, TUTTA PER VOI STRONZONI CHE NON SAPETE UN CAZZO DELLA VITA (e poco anche de’ fianchi - ahahahah)
Il soggetto di oggi è: NESTA PANZONE®


Nesta Panzone® è personaggio molestissimo e tutt’affatto niente schivo, specie e soprattutto con color le quali si trovano ad aver altro dal Pyngone; desse compiangerei assai – le tapine – considerando e assommando lor condizione al loco, non foss’io sì livoroso e bïeco, e tutte quante le mie lagrime l’abbia ampïamente versate allorquando Lycia pianta Satomi per Mirko. Ma di ciò, a suo teNpo, o anche no. Nel frattempo.
Nel frattempo, Nesta Panzone® ha il deretano molto basso e molto largo, la maglietta tirata sulle trippe, le gambone cicciute giacché gioca a pallone, ma a lui invece dei muscoli gli si sviluppano l’epa & l’adipe, ed adotta tosto questa strategia: un motto ciascuna. Laddove c’è femina, mulier, phya, c’è Nesta Panzone®, il quale tenterà l’esordio cor uno scoprir di denti amichevole, un verbo in guisa di funzione fàtica, una faccia che attenderebbe alla simpatia d’un sotto-sforzo-oioi-non-ce-la-faccio-e-sbuffo, ma che in realtà sommuove al vytuperio silenzioso e alla compassione donnesca.
Da uno a dieci puzza otto, otto virgola cinque.
Più che tutto, Nesta Panzone® c’ha i capelli untissimi e lunghetty, frutto susseguente al suo costume d’accompagnarsi sovente cor un malfido nano strepitante di lui più bello et piacente, il quale va blandendolo, mentre questi macina decametri virtuali sulla cyclette od altrove, con la storia che lui è pienamente simigliante a Nesta. Urlarglielo debbe forte, a guisa di checca agitatissima, imperocché tutti l’abbiano ad udire.

“U-gu-ale! GRANDE! UGUALE!!! SEMBRI NESTA! SEI NESTA! GRA-NDE!!!”
E poi dà la stura alla manfrina, tipo:
“Sandro?!”
(Nesta Panzone® non si chiama Sandro)
“VEDI? Vedi che ti sei girato? SEI LUI! GRRRANDE SANDRO NESTA!”1 
Et illo benpensò di seguire il malconsiglio, lasciando ch’allungasser le tricotiche appendici, e vezzosamente pettinandosi tutte le mattine cor un Sarago. Così sarebbe parso ancor di più l’orrido Nesta, e ciò sarebbegli stato certo fortezza & guarentigia colle phyae, presso le quali sarebbe tornato ad approcciarsi tosto. A tutt’oggi è lì che s’agita e briga e prova. Immaginando, sbava.
E questa è la storia di Nesta Panzone®, che Caina certo attende chi a vita lo mise e in giro lo mandò.

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1 Una scena veramente pessima e desolata in sommo grado, che solo il Mangiafagioli dell’Annibale Carracci saprebbe eguagliare. Forse qualche Brugel. Poi, non so.