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giugno 25, 2012

E mi ricordo, sì, mi ricordo di quando nel mezzanino o ballatojo (che belle parole, mezzanino e ballatojo - tutte le volte ci rido e perdo il filo di quel che devo dire o scrivere. Foss'io geometra sarebbe invero un dramma), dell'asylo avevo messo a punto un inespugnabile fortino fatto di sedie, messe a quadrilatero intorno a me, la seduta rivolta all'esterno, e io dentro Signore & Padrone dello spazio, solo nella sala (mezzanino, o ballatojo - ahahah, cosa stavo dicendo?), in penombra & quïete, gli altri tutti giù o chissà dove mai, e io nel mentre intento & fiso a compier l'opra che m'avrebbe ricongiunto al Nirvana, posto in pace co' miei Lari, e via così. Ricordo l'ebbrezza del prendere una sedia e porla filo perfetta con l'altra, l'angolo, la fila dritta, l'andarle a prendere impilate all'altro capo della stanza, l'emozione del sentir nascere in petto un grido liberatorio - "sono il Signore del Mondo, e questa fortezza è inespugnabile per quanto vi affanniate, o somme Teste-Di-Cazzo!".
In  quella, apre la porta il Merulla Maurilio, un bambino sicuramente in qualche modo disagiato - da casa, in testa, per parte di zio: non saprei - alto 1,80 e con dei riccioli corti e cattivi, la maglia nera accollata da criminale in libertà. 
Il Merulla Maurilio si sporge col busto nella stanza, i piedi fuori, e s'intromette nel mio processo catartico afferrando le zampe davanti di una delle sedie. 
Poi me la tira sulla testa. Io ero girato di spalle che consideravo se lasciare un pertugio sul lato opposto del mio imprendibile fortilizio.
Il Merulla Maurilio richiude la porta dietro di sé. Nessuna parola. La roccaforte perde la sua sacralità, e l'inesprimibile & mysteriosa armonia delle sfere se ne va a rotoli.
Le maestre (tra cui una che si chiamava Ylta) mi dissero: 
"eh, ma sai... lui è un bambino che ha delle difficoltà... 
a casa, poi anche là...
(là dove?)
e... i genitori... e sicché è aggressivo, sai... e insomma, sicché...
è un bambino che ha problemi".
O io allora? Non vi sembro un bambino che ha dei problemi, che ero lì che mi facevo il fortino inespugnabile con le sedie (nel mezzanino o ballatojo) e poi è arrivato un altro bambino, s'è sporto nella stanza, ha preso una sedia e me l'ha data in capo? Io non ho problemi, allora? Ma secondo voi.
Da lì, cominciò un dramma di perdita degli Avi e ricongiugimenti mancati, che ancor perdura.
Però il Merulla Maurilio pare sia morto, vendicato dallo spirito del mio bisnonno Sordo (Sordo è il nome, il cognome non l'ho mai saputo proprio per quell'Atto Vile).

giugno 22, 2012

"Voi dovete imparare la quiete ancestrale degli archivi!"
Ce lo diceva Il Barba®, a me e al Quagliani, il tizio che faceva con me la relazione per Archivistica, a titolo Le modalità di leva secondo i Registri del Regno d'Italia negli anni a cavallo fra i due Secoli. Eravamo al "Pregiato Archivio Storico" di Via dell'Oriuolo di Menga Superiore, e uno degli archivisti era appunto lui, Il Barba®. E Il Barba® si era mostrato assai interessato sin da subito (noi, molto meno, ma era obbligatorio) al tema a noi proposto da Antonello Topo Romiti, il tytolare della Cattedra in questione presso l'Università degli studi di Menga Intermedio, che divideva l'ufficio con l'immarcescibile prof. emerita Panierina Mosicii, detta Maga Magò nonché affermata luminare di Codicologia e Diplomatica, perché - sappiatelo - c'è sempre qualcuno che può cadere più in basso di voi.
Ci aveva anche consigliato, Il Barba®, un imprescindible testo sull'argomento, autori tali Ceva-Quazza. Il titolo non lo ricordo, ma credo di non averlo neppure mai saputo con esattezza, dal momento che tale Imprescindbile Testo fu da noi utilizzato come mazza da baseball, per far canestro (ah, sublima sintesi di sport multipli!) coi fogli accartocciati: io lanciavo, il Quagliani li batteva e cercava di piazzarli nel cestino, urlando "cevaquazzacevaquazza", come mantra propiziatorio per la buona riuscita del colpo. Poi ci mettevamo a discettare animatamente su quanto fossero esilaranti le parole Fusibile e Fuco, e su quanto fosse decrepito il tizio che ogni tanto sedeva nel banchino alla nostra destra, con un codice di tre chili in grembo.
Tutto ciò nella sala di lettura dell'archivio. 
Per questo Il Barba® ci disse poi voi dovete imparare la quiete ancestrale degli archivi.
E io, non so voi, ma io la sto ancora imparando.
Imparo la quiete ancestrale degli archivi. Un po' per volta, sennò è troppo.
Il Barba® penso sia morto, crepato, sepolto, andato, tra l'altro.
Antonello Topo Romiti pure, sepolto sotto qualche catasta di documenti con vincolo del Magnifico Archivio Marucellesyo di Menga Inferiore.
Bah, affari loro. Io imparo la quiete ancestrale degli archivi. 
Anche adesso, anche dopo, anche ieri.

gennaio 02, 2012

SALVARSI L'ANIMA #15 (o anche: DI RELIGIONE E BRACCI ARMATI)

Tre o quattro ragazzini giocano a pallone in un prato, con gli alberi a far da porta. Siamo in un'epoca trascorsa già da un po', quando ancora i videogiochi non avevano tutto quel peso e quell'importanza. Idem i vestiti, per lo meno a quell'età. Idem per un sacco di cose, magari.
Arriva la madre di uno di loro, un botolo di un metro e venti in entrambi i sensi (lei, non lui, che comunque avrà tutto il tempo di avviarcisi di lì a qualche decina d'anni), con un testa come un menhir incassata sul collo e poi giù fino al petto, e lo chiama dentro per i compiti. Lui risponde come al solito "vaffanculo, li faccio poi", o qualcosa del genere, al che questa si avvicina e si mette di tre quarti in possa scenica, col dito alzato:
"Preferisci giocare ora a pallone e essere dannato per l'Eternita, o giocare per tutta la vita, poi, nelle vaste terre del Signore dopo il giudizio?"
"Ti ho detto vaffanculo, li faccio dopo. Forse"
Avrebbe dovuto rispondere quel bambino, che invece si avviò verso casa, più che altro minacciato dalla sicura labbrata serale del padre in caso fosse rimasto lì con gli altri che per qualsiasi altra cosa.
Che poi la sera avrebbe avuto anche l'Adunanza, a tema:
possibile vivere in un mondo senza malattie?"

È possibile sì, basta curarsi, che cazzo di domanda era? C'è bisogno di rompere le scatole al prossimo con domande come questa e sul fatto che siamo tutti dannati e non si può nemmeno giocare a pallone un pomeriggio freddo con la terra spaccata e secca e il cielo grigio? Comunque il padre non ci andava, all'adunanza; quella era un'orgogliosa conquista intellettuale della madre, che andava starnazzando felice e minacciosa al tempo stesso del prossimo Armagghedòn, che avrebbe diviso i buoni dai cattivi, e portato tutti i buoni su una zattera in un posto da qualche parte nello Yucatan.
E l'Adunanza immediatamente precedente si sarebbe (forse) intitolata:
"Le meraviglie del Creato: il Peyote".

settembre 01, 2011


Se devo proprio ripensare a qualcuno, allora ripenso a tre tizi della casa accanto, un condominio su tre piani e sei appartamenti, tre terrazze una sopra l'altra per quelli esposti a sud, che davano sul giardino del palazzo, proprietà privata di chi abitava nell'appartamento a piano terra. Da questo terrazzo scavalcavano i Fanfulla, tre diavoli sudici e sghembi, selvaggi e scatenati, ognuno con la sua particolarità: William Fanfulla, il più grande, con una manciata di denti grossi sparati a caso in bocca; Katiuscia Fanfulla, la mezzana, futura culona sempre ridente in modo sgangherato; Devis Fanfulla detto Chicco, un paperotto paffuto a cui pareva mancare solo il becco, alto un metro e mezzo e largo meno della metà, che seguiva sempre i due fratelli come ombre ed aveva un'espressione ebete ma quantomeno occhi dolci e capelli colati come un tortino ricoperto alla mou. Il padre era Mariano Fanfulla, un pezzo grosso - o più probabilmente medio - della vicina acciaieria portuale, che poco tempo dopo sarebbe stato licenziato insieme ad altri cento, ed avrebbe allora aperto una specie di locale, un pub dalle pareti giallo canarino e i tavoloni di legno rosso, lui e un tizio che pareva il maggiordomo di The Rocky Horror Picture Show però coi baffi.
Comunque, coi tre fratelli, usavamo la rete a maglie larghe che divideva i due giardini per fare giochi di varia natura: da una classica quanto approssimativa pallavolo, con la palla che doveva esser sistematicamente battezzata tirandola in testa a Chicco come preavviso di battuta da parte loro, a cose assai più schifose, tipo cucinar qualcosa (fango), cuocere qualcosa (fango), far mangiare qualcosa a Chicco (fango, cotto o crudo che fosse), dopo avergli tirato una pallonata in testa a scopo benaugurante.
A volte scavalcavano la rete per venir di qua, storcendola tutta e sputacchiando per lo sforzo: una volta di qua, davano morsi alle pesche sugli alberi, ancora con la buccia e tutto, e poi tiravano in terra o in testa al fratello il frutto mezzo morsicato. O si arrampicavano dove potevano, cose così.
Dalla loro parte avevano perennemente mattonelle di scorta impilate, foratini e mini sacche di cemento; roba per piccoli lavori da fare in casa, foglie e pacciame vario.
Una volta, mentre giocavamo a pallavolo, William disse che ci avrebbe fatto vedere come cacava tra due mattonelle. La sorella rise. Chicco non disse nulla, e si prese un'altra pallonata in testa, a rintronarlo ancor di più. Quindi, sparato il pallone in alto a caso, verso la nostra parte, cercando di tirarlo il più lontano possibile, William si girò; si abbassò i pantalonacci unti piegandosi, e la sorella prese due mattonelle - le scelse con cura, non prese le prime due - usandole a mo' di sandwich sotto il culo del fratello, la parte buona all'interno, aperte, in attesa. Poiché per i primi minuti niente successe, Katiuscia, sempre ridacchiando, diede due colpi con la mattonella di sopra al fratello:
"Forza... culone!"
Il fratello cominciò a cacare.
Uno spettacolo.
La sorella la chiuse fra le due mattonelle.
Devis Fanfulla detto Chicco guardava in silenzio, finché poi cominciò, di punto in bianco, a piangere - forse di gelosia, perché di sicuro avrebbe voluto averci pensato lui.
William si girò soddisfatto tirandosi su i pantaloni.
Non mi ricordo mica, cosa ne fecero di quelle due mattonelle.

agosto 24, 2011


ACCORATO APPELLO, O: L'INSOSTENIBILE PESO D'UN MOMENTO DI RELAX

"next!"
"american coffee, black, one. Please."
"here or take away?"
"here."
"milk, sugar, tall, small, medium, large?"
"no milk please. tall."
"next!"

Ritiri il caffè. da un altro tizio all'estremità opposta del bancone. è take away. ti viene l'atroce sospetto. alzi il coperchio di plastica. c'è il latte.
Decidi che è abbastanza.
otto giorni sono abbastanza. otto giorni di caffè macchiato a sproposito (lo chiedi black), zuccherato con lo sciroppo al gusto cannella (lo chiedi black, con cannella in polvere), grande (lo chiedi black; tall, primo, small, quel che è), uno (ne chiedevi due, black); in confezione take away (tu dici: "here"), con latte (tu dici: "no milk").
decidi che è abbastanza, e tiri fuori la pistola, e prendi per i lacci del grembiule il tizio alla macchina da caffè:

"why the hell are you keepin' milking my coffee? I just hate milk! For Christ sake, I don't want milk! I told you and told you and told you again. No milk. Fuck! Understand? No Milk! What the hell you have in your ear? I don't want any milk, syrup, sugar, plastic, chocolate, frappuccino, espresso, milk, milk, milk. Gee... I can't stand milk! If I'm saying: americano black tall no sugar no milk; why do you keep puttin' milk in? Oh, man! Fuck!"

E a quel punto spari due o tre colpi in aria, per dare un po' più di enfasi alle tue parole.
Dico: voi che avreste fatto, cazzo?
Ho anche evitato di tirare addosso al personale il liquame marroncino del bicchiere take away che mi hanno dato.
Posso dire di essere orgoglioso di me.
Indi ripongo l'arma; torno alla cassa e rifaccio l'ordine.
Solita storia: stavolta mi ci mettono lo sciroppo di glucosio, aromatizzato allo yogurt.
A quel punto decido che faccio una strage.
Tiro fuori nuovamente la pistola, poi mi sveglio.

Certe cose ti segnano dentro. Non posso escludere nulla; fosse realtà, realtà e ricordi, solo ricordi.
Chissà.

giugno 09, 2011


Avevamo un professore di italiano che era un vero mattacchione, una sagomaccia. Un barbapapà con la frangetta grigia e l'espressione di chi ti ha appena rubato la marmellata di sotto il naso. Quindi, quando con tutta la classe andammo in gita - lui non c'era, con noi avevamo soltanto la professoressa d'inglese, vecchia troia rintronata, e quello di diritto, un tizio che parlava solo in dialetto stretto e dormiva con la papalina e il pigiama coi bottoni - a Lampagnone Cistola, ci venne naturale, a me al Bronze, il mio compagno di banco fortunato con le donne (peccato a tutt'oggi sia morto per droga), di spedirgli una cartolina in classe con su scritto: "Saluti da Beppe Fenoglio".
Quando tornammo, il lunedì, lo trovammo ad attenderci sulla porta della nostra aula. Aveva il solito sorriso da metalmeccanico in pausa, e ci agitava davanti agli occhi la cartolina, giocoso:
"L'hai scritta te, eh, questa, Testina? Voi, eh? Bravi, bravi... è morto, Fenoglio, è morto!"
E ci lasciò lì, ad entrare in classe perché c'era l'ora di francese, ed arrivava la professoressa Manitoba, una tizia coi capelli color melanzana sparati sul cranio, mentre le sopracciglia erano nere peciate e quasi unite.
Contenti, entrammo.
Ci divertivamo un bel po', col professor Gramagnola, Enzo, da Brugone di Romagna gran giocatore di biliardo e amante della musica barocca. E lui con noi, suppongo.

marzo 14, 2011


Quando ero bambino, c'era questa vecchia nel mio palazzo, una vecchia bisbetica e maligna, acida, dedita alle più turpi pratiche quali ad esempio imboccare il cane (un orrida bestiola col pelo bianco sporco che pareva un fuoco d'artificio scoppiato male) sul letto; maledire noialtri bambini perché potevamo far confusione sulle scale e in giardino, parlar male del prossimo augurandogli cose tipo una gamba rotta, una settimana in ospedale e via discorrendo. Ricordo anche che le piaceva la pasticceria più sporca e squallida della città, "da Frullone-Patacchio", che già come nome non è che inviti granché, poi per carità tutti i gusti son gusti, se rimangono tra le proprie pareti - dico questo perché tutte le volte che ci andava riportava dei dolci stantii e guasti, e voleva che noialtri bambini si mangiassero davanti a lei e a quel cane mefitico, col risultato che a volte ti veniva quantomeno la diarrea. Il suo disegno era chiaro: ripulire il condominio da tutti i bambini, così da poter disporre di tutti gli spazi e di tutti i diritti che nella sua mente marcia immaginava le fossero sottratti a causa dei bambini.
Insomma, una vecchia malvagia e senza dio; una vecchia, per di più, che si circondava d'ogni sorta di animali, anche e soprattutto i più molesti. Pare avesse anche un biacco e un pipistrello, in gabbia o sotto il letto. Noialtri (io, c'ero solo io nel condominio, ma proprio per questo avevo tutta una schiera di amici immaginari -  il Setola, Cisti, Baracca, Trappolone sol per citare i più degni) la chiamavamo Tzìnghera. Gli unici parenti che aveva erano un mostro pieno di nei, che non ho mai capito se fosse uomo o donna, e una nana che guidava una A112 blé. Questo, mi rendo conto, non depone né a suo favore né a suo sfavore, però facevo tanto per dire.
Per dire che in ogni caso, la fucina che l'aveva forgiata era chiaramente guasta, quantomeno a livello di genìa.
Comunque sia, Tzìnghera - quando la vedevamo avvicinarsi io e il Signor Pachancka (un altro dei miei amici immaginari, quello distinto ma di origini ucraine) canticchiavamo sempre prendi questa manaaaaaaaaaaaaa tzingheraaaaaaaaaaaaaaaaaa - una volta mi raccontò che la sera prima le era morto un canarino. Era sempre una tragedia di proporzioni bibliche, quando le moriva un animale, e di tutti quanti amava, col suo gusto tutto perverso, raccontarci i patimenti e le ragioni dei decessi.
In pratica, questo canarino era morto come "strozzato alla rovescia": aveva da deporre un uovo, e quello gli si era messo di traverso al momento dell'uscita. Spingi spingi, il canarino era morto (presumibilmente, ma non potrei giurarlo) in preda ai patimenti. La diagnosi era certa poiché Tzìnghera si era poi unta il dito ed era risalita nell'orifizio dell'animale, per andare a scoprire il perché d'una morte così repentina e apparentemente senza traumi esterni. Aveva - come si suol dire (insomma: qualcuno da qualche parte lo dirà pure) - messo un dito in culo all'uccello (e tirato fuori l'uovo).
E se pensate che la morte dell'uccello - povera bestia - sia stata atroce, che potreste dunque dire di questo modo di passare il tempo? Immagino che il cane, l'orrida bestia di cui sopra - che detto per inciso si chiamava Anacione, o Alberto, o Meregazio III, non mi ricordo granché bene - sia stato lì a osservare, poi desso e padrona si siano guardati soddisfatti e abbiano tirato un'altra tacca sul muro, ché la vita è sofferenza e morte.
Per il me-bambino era decisamente troppo: checché ne sapesse lei, io però conoscevo il suo punto debole. La vecchiaccia temeva fortemente i ragni; e io avevo giustappunto un amico, Maurizio-Mangia-e-Caca (stavolta, un amico vero, un compagno di scuola) che aveva un grosso ragno di gomma, fatto piuttosto a paura. Entrambi erano fatti piuttosto a paura, invero, ma ora mi interessa il ragno di gomma: era tanto che glielo puntavo, e lui non voleva saperne di prestarmelo: decisi quindi di rubarlo - la faccio corta in merito, non essendo questa la storia in cui Maurizio-Mangia-e-Caca si erga a protagonista (seguirà, oh se seguirà!) - mettendo in pratica la prima lezione che la vita ebbe dunque da offrirmi (ruba al prossimo tuo, prima che lo faccia lui), e la mattina dopo mi appostai dietro un tronchetto della felicità appena innaffiato, sul pianerottolo sopra all'appartamento di Tzìnghera. Da lì - la ringhiera che avevamo era aperta, in ferro battuto, non in muratura - vedevo benissimo la tromba delle scale. Avevo il ragnone grigio stretto in pugno, e mentre l'orrida settuagenaria risaliva le scale glielo lanciai, senza darmi a vedere, addosso.
Appena si accorse di ciò che stava accadendo, Tzìnghera cominciò ad urlare, smaniando e dando in escandescenze. Corse in casa e si sbatté dietro la porta. Morì la sera stessa, di crepacuore o di vanagloria non ricordo bene. Anacione la seguì due giorni dopo, finendo così di esplodere, vecchio fuoco d'artificio andato a male del cazzo. Lei, non si era nemmeno accorta che il ragno era finto. Era - per così dire - morta a vuoto.
E noi tutti fummo liberi, e ciò - neanche a dirlo - aprì a me una vita di infinite felicità & successy.

gennaio 10, 2011


TYTOLO: GATTI (NERI) INCOMBENTI SULLA SPALLA, o: UNA BELLA MATTINATA

Ovviamente il modem non c'era verso di installarlo. I driver per MacOsX, frutto di una ricerca infinita e aleatoria andavano bene, eran proprio loro (e quanto è cool dire MacOsX - pare che uno nel suo pigiare tasti a caso segua davvero una logica), e aperto lo zip che li conteneva sul Mac veniva fuori un file .pck (e porto sei) da cui, se lanciato, s'ingenerava una graditissima schermata che annunciava l'imminente installazione del driver Alcatel Manta Speed Touch Usb e ci stai largo. Cliccate su avanti (merde).
Voi, che avreste fatto?
Quindi, mentre ero ancora lì che mi dicevo: "GÏOITE!", tanto per rinverdire i ricordi di un tizio che conoscevo non fosse che poi è morto schiantato così come nulla fosse - ah, le umane & vane pompe! (sissì, però meglio lui che io) - sullo schermo giungeva la lieta et immancabile novella: "impossibile installare la periferica. Mancante l'indice 17".
Sola opzione, un "ok" da cliccare. Una volta fatto, a ribadire il tutto, il sistema aggiungeva: "questa periferica non può essere installata su questo computer".
E io ero ancora alla t di "GÏOITE!".
Comunque fosse, giacché son pugnace, mi son connesso col 56k e di corsa (si fa per dire) ho navigato su google alla ricerca di cosa mai potesse essere quest'indice 17 che era così tetragono a me e soprattutto in relazione a questo driver.
I nemici possono nascondersi ovunque, specie oggigiorno.
Come ci si può agevolmente immaginare, venivano fuori link a forum e ancora forum, in cui si gente disquisiva sul fatto che l'indice 17 era tetragono anche a loro (il bello dell'informatica: non ti senti mai solo, nelle grane. Solitamente non ci fai neanche un cazzo - ma insomma, il consorzio sociale innanzitutto!) e diceva cose del tipo: "cosa cacchio è l'indice 17?"; "non posso installare il modem... aiutooo", "puttanaccia troia, ti pareva?", e via così.
Certo, anche le soluzioni al problema erano presenti; si possono riassumere così: "rassegnati, vatti a comprare un modem più recente".
C'era anche un tizio che era riuscito, editando il file .pck alla (suppongo) guisa marziana nonché alla zitta (certe cose, nell'informatica, vanno necessariamente fatte alla zitta) a superare il problema relativo all'indice 17, portanto quindi a termine l'installazione; peccato che però poi - diceva il medesimo - il modem non si connettesse. Considerando che un modem questo dovrebbe fare, non mi pareva un gran raggiungimento, o comunque sia qualcosa di cui vantarsi in un forum davanti a gente che aveva nick tipo efestione, deception69, cicciobombasex, e via così. Specie se tu ti chiami Topesio44 e come immagine hai un Lupin che patisce, insomma.
Ripongo dunque il modem ed abbasso le orecchie, in settimana ne andrò a comprare uno. O quello o un mazzolo, ora vedremo.
(A me i mac peraltro son sempre stati anche sul culo).
Quindi, secondo tempo. La macchina, il tubicino e l'innaffiatojo (questa va a finire bene, me lo sento)
La macchina è anziana e per i prossimi mesi ha intenzione di STARE® lì, tetragona anch'essa a qualsivoglia idea di moto verso luogo per cui è stata concepita. Indi per cui non c'è ragione di lasciare un serbatojo pieno del liquido che serve a porre in essere quel concetto di base che giustifica in sé l'esistenza di tale apparecchio di cui sopra (in cui di cui sopra può esser riferito sia al veicolo che al concetto - questa è sintassi d'alta scuola, cari voialtri, ma che cazzo ne volete sapere voi?). Questo, considerando anche (l'indotto) valore di mercato che questo liquido scuro ha nell'oggigiorno, cioè cazzo no, scusate, voglio dire, eh? (cosa?).
Apro il serbatojo e infilo il tubicino, il quale sembra scorrere collaborativo. Scorro finché mi par che vada, poi aspiro.
Metto giù.
Niente.
Ri-aspiro. Stavolta sento tipo l'odore come se si avvicinasse una sciagura.
Metto giù.
Niente.
Terzo tentativo, aspiro più forte.
Penso: vai una bella boccata! Aperitivo!
Niente.
Chiudo il serbatojo, invocando in malo modo San Renitenzio e San Cosplei.
Sbatacchio con inconcludente vigore l'innaffiatojo (lo faccio solo per ingenerare un po' di virilità, a mascherar la sconfitta su tutta la linea), riprendo tutta la mia robetta e vado a far la spesa.
Ovviamente, c'avevo con me due buoni sconto gelosamente custoditi (scadenza: oggi) da consegnare alle casse.
Me ne sarò ricordato?

dicembre 26, 2010


L. pensava ai suoi nodi.
Sapeva di averne a migliaia, dentro di sé. Come capelli sporchi, che era poi un modo – anche se brutto – di sentirsi l'anima: capelli sporchi, sfibrati, nodi (appunto) e doppie punte. E andiamo.
Ne aveva anche parlato con uno bravo (se avessimo un'ambientazione newyorkese inizi '90 potremmo anche dire col suo analista), e in fondo sapeva che tutta la colpa era sua: sapeva che erano lì, che si erano formati e si stavano formando e si sarebbero formati ancora, e a poco valeva scioglierne uno o due, magari giusto in tempo per vedersene – o, per meglio dire, sentirsene – spuntare sette.
Per scioglierli, o quantomeno provare a farlo, gli era stato detto di fare la cosa che meno di tutte, forse, era disposto a fare: parlare, parlarne. Un nodo veniva per così dire isolato, minimizzato; e ridurlo in qualche modo voleva dire renderlo innocuo, se non del tutto sciolto. La personalità di ognuno di noi è come la superficie di una grattugia per il formaggio, gli aveva detto l'analista (sì, insomma: la persona di cui sopra), ed è molto facile, per non dire ovvio, che su quella superficie si fermi un sacco di roba, che questa si accumuli e si attorcigli, e dopo diventa tutto più difficile: prova un po', ad andare in giro con un sacco di roba non tuo, tutta appesa nei punti più scomodi e impensabili. Per scrollartela, però, ti può bastare guardarla, guardarla davvero, considerarla, e dire ad alta voce: ehi, e questo che diavolo è? E a quel punto lo togli. Facile. Se non se ne va, è segno che c'è da lavorarci un po' più in profondità, ma alla fine le cose che restano piantate lì sono una netta minoranza, ma se intanto sfoltisci tutto il ciarpame poi togliere quel che conta davvero sarà più facile.
Solo che, di parlare, L. non aveva proprio voglia. Era la cosa più faticosa che potesse immaginare, e la più vicina all'idea che si era fatto del concetto di frustrante che potesse avere: e se la persona che ho davanti di punto in bianco sbadiglia? E se qualcos'altro cattura la sua attenzione e mi rendo conto di star parlando a vuoto? E se mi vergogno? E se non riesco a dire quello che vorrei?
Coinvolgere altri soggetti, per quanto vicini, per quanto amici, in una cosa del genere gli pareva intollerabilmente difficile, e questo nonostante si rendesse chiaramente conto che tutto – i nodi, i disagi, le incomprensioni, come anche le cose più belle, dal fare l'amore al ridere passando per qualsiasi esperienza – fosse il risultato di una continua relazione con gli altri soggetti. Tutto è condiviso, e prima di tutto noi stessi; attraverso gli altri ci conosciamo di più, e solo attraverso gli altri – o meglio, attraverso la nostra esperienza con e degli altri: le emozioni che viviamo attraverso e assieme e in contrapposizione a loro, rielaborandole secondo il nostro punto di vista – acquistiamo significato: certo, gli altri ci lasciano un bel po' di ciarpame addosso, ma una volta che hai fatto una cernita (frutto di una più o meno approfondita riflessione sul concetto di altri), già hai circoscritto in modo utile – a quel punto si tratta solo di lavorare sugli episodi. Se il protagonista di Into the wild molla tutto e si ritrova solo in Alaska con un alce andato a male come (infausto) pranzo per giungere alfine a scrivere la felicità ha senso solo se condivisa, un motivo ci sarà.
Idem se è da sempre noto che siamo animali sociali. Un motivo, vuoi che non ci sia?
Da soli siamo un mare calmo e immoto. Bello quanto si vuole, ma piuttosto fermo, in tutti i sensi. Basta che qualcosa di esterno venga immesso – ed è, per così dire, inevitabile e giusto, ed ovviamente augurabile – ed ecco che la stasi se ne va. Ed è un bene. Da lì nascono confronti più o meno fecondi, opinioni, scintille, litigi, amplessi, pianti, frizioni, di tutto un po': da lì nasciamo noi stessi come persone, mari (al nostro punto di vista) che si confrontano e reagiscono ad altre forme di vita, più sullo sfondo, sul nostro sfondo – ciascuno il suo – ma agenti volontari o involontari, ditretti o indiretti di un buon 99% di tutto ciò che accade nel mare dell'io.
E per L. era proprio questa la causa della sua crisi e dei suoi nodi: magari aveva a che fare con una certa entità, e ciò gli piaceva; ma questa entità chiamava in causa altre entità a sé più o meno direttamente legate, e magari queste gli spiacevano, o non sentiva minimamente il bisogno di relazionarcisi. Se non lo stridente e doloroso conflitto fra una frizione netta per ciò che da quella entità discendeva e ciò che essa era.
O magari, essendo anche quella qualcosa dinamicamente in movimento, poteva in qualsiasi momento potenzialmente cambiare il quadro delle carte in tavola, in modo del tutto inaspettato (chi diavolo sa cosa possono avere in mente gli altri?).
E come avremmo potuto metterla poi, con un astratto concetto di possesso o di felicità che per te magari è nulla più che un'ovvia risultanza di un processo che in te ha inizio e fine, ma che in questo caso coinvolge e delega a un sacco di persone? O anche una sola, o tre, o dieci.
Un attimo di incomprensione, se non avevi la prontezza di farlo notare subito, nomandolo ed insieme esorcizzandolo, rimpicciolendolo, dandogli il giusto spazio prima della sua (a quel punto) inevitabile scomparsa, rischiava di divenire un pericoloso sedimento, che in due o tre giorni avrebbe raccolto attorno a sé detriti e dato origine a un nuovo nodo, che poi avrebbe inciso nel rapporto con quell'altro, o quegli altri, o perfino con te stesso.
Se non riuscivi a parlarne subito, così rischiando litigi, rischiando di essere spiacevole, rischiando l'attenzione dell'interlocutore, e via discorrendo... tutte cose che a L. parevano infiniti pericoli e fatiche non sopportabili.
Si era sempre immaginato – magari peccando di scarsa immaginazione - una seduta dall'analista come un lungo chiacchericcio del tipo sa mi ricordo di quando andavo alle superiori e c'era questa cosa della messa di natale; tutta la scuola, il giorno prima delle vacanze natalizie era tenuta a recarsi alla chiesa più vicina all'istituto, in cui appositamente veniva celebrata una funzione addirittura col vescovo e noi dovevamo essere tutti in divisa e in fila, e c'era uno di noi che tutti gli anni stava in cima e doveva portare la bandiera della scuola, e tutte le volte dopo poco che la messa era iniziata quel tizio sveniva e noi lo vedeamo sempre portato fuori in braccio, mentre qualcun altro prendeva la bandiera al posto suo e che significa dottore, che ho fatto una scuola maledetta da dio? Lo sapevo, l'avevo intuito, ero sicuro ci fosse un'origine lontana delle mie sventure e che per questo fossi così attratto dal seno delle donne e da queste invece parzialmente rifuggito o quantomeno tollerato. E il tizio che avrebbe annuito gravemente, mentre scribacchiava qualcosa d'importante sul suo taccuino, e nel giro di qualche seduta lo avrebbe trasformato in un uomo nuovo, una bomba sexy e una persona interessante, cui anche il fisico avrebbe risposto agli esercizi che faceva in palestra.
A volte, la vita è questione di passi giusti.
E invece tutto questo era nient'altro che un lungo esercizio su se stessi, frustrante, ed in definitiva non era nemmeno una seduta, perché non c'era proprio per niente da sedersi, nella vita. In piedi, e se qualcuno ti tira calci negli stinchi - perché ci sarà sempre qualcuno che tira calci negli stinchi - far finta di niente e pedalare, caro mio.
E i nodi? Vuoi preoccuparti dei nodi quando c'è qualcuno che tira calci negli stinchi e sputa?
E se poi anche il tuo lettore dvd smette di funzionare e tu avevi appena programmato di guardarti harry ti presento sally?
Ce le avrai le tue sfortune, eh?

novembre 27, 2010


EPIFANIE (FORSE, QUASI)

Ti può capitare di essere a Bologna, e girare tra Torri Asinelli Nettuni e Berengar
î (tra l'altro, notevole la torre Azzoguidi, così detta probabilmente dal modo in cui si rivolgeva il capofamiglia al rampollo della stessa, commentanto la frequenza con cui a quest'ultimo alla guida d'una Mini o d'un Gippone, veniva ritirata la patente - alle volte, a sperdersi nei vicoli!) così, senza meta né scopo, da un portico all'altro, la gente che passa veloce e tutte le 'e' al contrario. Anche se magari ti maledici perché ti sei scordato la macchina fotografica in hotel e – ovviamente – è una giornata limpida e serena (il giorno dopo, pioverà, stanne pur certo), una di quelle giornate invernali in cui l'aria ricorda le mele croccanti e l'odor delle frugiate, per caso ti trovi a passare sotto un portico antico, il palazzo di Re Enzo, san Petronio in restauro, via Pescherie Vecchie e poi la via degli Orefici, e senza nemmeno renderti conto sei seduto a una botte, fuori, solo, in attesa di un tagliere misto salumi e formaggi con spruzzata d'aceto balsamico e un cestino di pane dalla strana consistenza nonché probabile presenza di ciccioli nell'impasto, e guardi le persone e tutti ti sembrano più belli, mentre un cameriere con la barba ti consiglia un calice di Montepiròlo rosso e ti dice son burbero e grezzo però son simpatico - in realtà nemmeno lo dice a te, ma a due ragazze sole sedute due botti più in là; ma fa niente, a te ha solo consigliato il vino e tanto ti basta, il simpatico lo faccia con loro, certo.
Per inciso, poco oltre c'è anche una fiera del cioccolato, e i banchi da cui sei passato per arrivar fin qui hanno levato al cielo un odore che non lasciava certo indifferenti, fra la frutta e gli utensili e altre notevoli sculture.
Ti può capitare allora di appoggiare i gomiti alla botte e affondar la faccia - il posto si chiama Tamburini, ed è una salumeria, gastronomia, enoteca, di tutto un po' - nel dorso delle mani, mentre il sole, per quanto può farlo, ti scalda: tu apprezzi e resti lì, e tra gli altri passa un ragazzo - un basco magari da donna sulla testa, un cappotto di maglia di lana molto probabilmente da donna infilato, un foulard quasi sicuramente da donna al collo, una borsa sicuramente da donna nella mano; parla al cellulare, quella voce un po' così; ti sembra anche abbia gli occhi sottolineati a matita: tu ti gratti la barba e sorridi, mentre arriva il tuo tagliere il tuo pane e il tuo calice e una donna petulante col marito e un cane nero e marrone – un cane di dubbio gusto anche nell'abbinamento dei colori, parrebbe, non fosse che a quanto ne sai i cani vedon tutto in bianco e nero e quindi cosa ne può sapere lui, dei colori – che si chiama Lapo si fanno spazio per arrivare alla botte dietro la tua e sedersi, la donna che comincia a armeggiare col fungo perché dice che ha freddo e se quello non parte lei s'alza e se ne va - il sole, quel sole, a lei non basta, povera donna. Lapo, per conto suo, s'è già posizionato sotto il tuo sgabello, e quando il fungo si accende ti senti anche il debole caldo sulla schiena, la donna che ti chiede cos'hai ordinato, tra il gentile e l'inquisitorio.
Rispondi, sorridi, guardi Lapo lì sotto, che molto probabilmente è un cocker o uno spaniel o quel che diavolo vuole, ma non abbaia né sbava e questo è quel che conta: ti senti avvolto in una specie di cristallo di felicità, come esser dentro una caramella ripiena. Condivideresti qualsiasi cosa, in quel momento, e ti dici che la vita non fa poi così schifo e ti senti così pieno di non so bene quale sensazione e gentilezza e felicità e disponibilità: è un'atmosfera magica e forse dipende tutto dal tempo, non ti saresti mai detto metereopatico e invece pensa un po' alle volte, la vita, ti vien da pensare, mentre affetti la finocchiona e la avvolgi alla forchetta toccandola appena nell'aceto balsamico e poi via di piacer del palato - bravo Lapo, stai lì, mentre io levo questo pecorino, magari la coppa o quello che è questa roba strana te la passo, se la padrona non se ne ha a male!
Se poi mentre torni, dopo aver preso l'autobus al volo, come per caso, senza nemmeno dover attendere un minuto, ti capita anche di leggere che in zona si dà inizio ad un corso per Tecnico Superiore della Logistica Integrata e delle Spedizioni, e che questo tizio è un tale che opera all'interno di imprese industriali e aziende di servizi, nell'ambito della pianificazione, della gestione e del controllo dei flussi fisici dei beni e delle relative informazioni a partire dalla fornitura iniziale fino alla distribuzione finale, e che – bontà sua - ha una visione sistemica del ciclo logistico ed è in grado di gestire relazioni con gli altri attori del canale, sia all'interno che all'esterno dell'azienda; beh, se c'è anche questo, allora ti dici proprio che è stata una gran bella giornata, cazzo, mentre la ragazza seduta sul seggiolino di fronte si chiede probabilmente se sei scemo, a ridacchiare in quel modo mentre leggi quella pubblicità messa sopra la sua testa.
Probabilmente lo sei, e hai perso su tutta la linea, da sempre; ma non è che conti poi granché, no, oggi proprio no; che ostenti pure, lei, il suo sguardo fra l'imbarazzato lo schifato e il fisso, davanti a sé, e che tu non sia né oggi né mai un Tecnico Superiore della Logistica Integrata e delle Spedizioni: arriva la tua fermata, scendi, continui a ridere; buon proseguimento.
E buona fortuna, a chiunque faccia quel
corso.

novembre 08, 2010


In un tempo assai lontano, quando fui ingenuo bambino che s'aspettava chissà cosa dalla vita o forse nessun pensiero ne faceva (facendo peraltro benissimo), ebbi per le mani il rubik-snake, una specie di cubo di Rubik versione serpentone ma senza nessun rompicapo, che a niente serviva se non ad esser piegato nelle fogge più strane - due o tre combinazioni, non di più.
Ero al mare da qualche parte, due famiglie con bambini che dividevano la casa dei parenti di una delle due, non ricordo quale. A me e al mio corrispettivo - generalmente questo tipo di situazioni vedeo sempre famiglie-specchio, ad agire sul momentaneo palcoscenico della vita (garaglò) - deuteragonista (io o lui, insomma) che senza alcuna ombra di dubbio si sarà chiamato Maurilio, avevano comprato questo serpentone bianco e rosso, due confezioni che parevan due spazzolini da denti e questi due affari snodabili dentro.
Il suo (peccato - peccato un cazzo: m'è sempre stato sui coglioni, Maurilio) era difettoso: gli ultimi tre pezzi dello snodo non stavano su, erano lassi. Quindi si immagini l'acuto disagio quando, per le ardite figure geometriche che andavamo creando (quadrato inutile, cubo con un pezzetto in fuori, sega sbilenca, periscopio approssimativo, triangolo instabile), lui scopriva di trovarsi limitato nella creatività - dramma - e menomato quanto ai mezzi: tragoedia.
La morte nel cuore e il dolore sommo nonché inaccettabile di Maurilio eran tali che questi, al parossismo dello sdegno, giunse ad invocare l'intervento apotropaico della Madre, acciocché fossero rimesse le cose a posto e giungere ad un felice scioglimento della vicenda, trionfando sull'avverso fato e battendo l'iniquo destino che l'aveva reso - povero Maurilio! - ingiustamente possessore d'un oggetto non conforme alla descrizione ed alle aspettattive, fatto reso ancor più beffardo ed iniquo dalla coeva esistenza d'un identico oggetto che della sua perfezione faceva beato sfoggio.
L'invocata madre, aruspice per modo di dire nonché tizia eccessiva col rossetto fin sugli orecchi e gli occhi pesti di matita & mascara, si sedette di fronte a noi, in piedi innanzi lei per chieder (lui) giustizia e (io) semplicemente assistere a un cazzo qualunque che per una volta capitava a qualcun altro.
Ella ascoltò la triste sinossi che Maurilio espose in silenzio; poi ieraticamente ci ingiunse di dare a lei entrambi i serpentoni.
Di fronte a me che titubavo, intuendo un sin troppo facile scioglimento della vicenda (nel contempo avvertendo - magico presagio indotto da fervida immaginazione di bambino! - un lieve pizzicore all'altezza del stronzoliere), Maurilio, con un'enfasi che avrei più avanti senz'altro saputo classificare come melodrammatica o da fiction mediaset, si produceva in un insuperabile quanto serissimo crescendo:
"Dallo a mia madre, cane! Dallo a mia madre, maiale!"
Alla fine, consegnai anch'io lo scettro (aveva simil sembiante, sul momento).
La madre c'impose di chiuder gli occhi, tutti e due, mentre lei eseguiva - questo è quanto almeno penso io oggi, mentre vado riesumando nella mente la vicenda - qualche sortilegio sciamanico teso alla felice ricomposizione del tutto ed al ristabilimento dell'armonia delle sfere celesti, in un panteismo d'insieme che avrebbe fuor d'ogni dubbio cancellato ogni crepa, asciugato ogni male, azzerato ogni torto.
La catarsi terminò d'improvviso, dopo ch'ebbe vaticinato il certo quanto vicinissimo risanamento dell'accidente. Ci comandò quindi di riaprire gli occhi, e in mano ci ritrovammo ognuno un serpentone, bianco, rosso, snodabile; uno sagomato a forma di scettro - maestoso, un'ouverture potente, ipostasi di sicuro successo nella vita; l'altro a forma di scettro mencio, uno stelo di fiore che cominciava ad appassire malinconico, una gimnopedia triste, come minimo in qualche bemolle minore.
Bella magia, tegame.
Maurilio, col suo scettro dritto e turgido come un cazzo ritto, mi lanciò d'imperio una maledizione.
Io mi riparai come meglio potevo, ma la bacchetta bicolore proseguì a morirmi nella mano.
Oggi, Maurilio è dirigente d'azienda.
Chissà il budello di sua madre... sia ancor viva?

agosto 19, 2010

Stiamo andando verso quel cazzo di posto dove vendono mobili a prezzi inferiori rispetto alla concorrenza (o così dicono loro), e io guido per accompagnare 'sto tizio che veniva a scuola con me, e che ho riesumato controvoglia da una vecchia rubrica telefonica dietro la promessa di una percentuale su quel che comprerà basta che io lo convinca ad andare poi a tutto il resto ci pensano loro, fidati, è gente che sa proprio bene il suo mestiere, il resto lo fanno i prezzi e la qualità capiscimi bene, insomma, tu pensa a fare il tuo e trovarci gente poi si vede.
Il posto è in una qualche piana desolatamente industriale, brutta come solo questo tipo di posti riescono ad essere, e il tizio sarebbe anche andato da solo, com'è nella regola di solito ed era nei patti tra noi due; però si è fatto male ad andare in moto poco tempo prima, e ormai eravamo in ballo, quindi ho dovuto ballare. La vuoi la tua percentuale, o no?
Il fatto che si dovesse – a volte, ma solo a volte, la fortuna ti sorride! – sposare a breve, e che per questo avesse un po' di soldi, aveva senz'altro contribuito a farlo essere lì: il tizio sarebbe arrivato, avrebbe fatto acquisti, io mi sarei preso la mia merdosa commissione e tutti quanti gli ingranaggi della macchina avrebbero fatto il loro consueto giro e tutti quanti sarebbero stati felici e contenti, fino alla prossima volta.
Ricordavo che il tizio era un tipo a posto; se non fosse stato per la mia ritrosia a continuare a frequentar gente che in un modo o nell'altro qualcuno in un dato momento della vita ti ha imposto – possa esser stata la scuola, il lavoro, la chiesa, qualsiasi altro cazzo – avremmo magari anche potuto essere amici. Forse.
Comunque sia, una legge codificata da qualcuno che adesso non ricordo dice che due persone che non si vedono da tanto e che – anche per questo, forse – non molto hanno in comune, una volta che si trovano costrette ad intraprendere una conversazione continuata, finiranno inevitabilmente per cercare un territorio comune.
Ciò - certo - perché l'essere umano tende troppo spesso a disconoscere il valore del silenzio, ma questa è un'altra storia; nel caso in questione, si ponga solo mente a quel che poteva essere.
Ho sempre odiato gli aneddoti scolastici, quelle guasconerie con una finta complicità da giovani pirati, e pacche sulle spalle e ammiccamenti tra camerati quando si raccontano. Ma tant'è.
Ci sono cose che uno odia, no?
Ok, ammetto che io ne ho parecchie; però mi piaceva la storia dei polli nello Yorkshire settentrionale, quindi l'ho ascoltata di nuovo, zitto, e ridendo al momento giusto. A volte sono anche un essere sociale, coi tempi e i modi che tutti condividono.
Arriviamo in Inghilterra; alcuni di noi (me compreso) hanno partecipato al classico scambio con studenti stranieri: prima stai tu da un tizio che nemmeno conosci e di cui t'importa un cazzo e che magari finirai poi pure per odiare, dovendo scrivergli per forza, dopo, qualche letterina, e poi viene lui a casa tua. Solitamente, per alcuni ci scappa qualche storiella e una scopata (per me no, ti pareva?), il tutto parlando una lingua straniera, vuoi mettere.
All'aeroporto ci vengono a prendere i nostri ospiti, con le famiglie, e ci portano alle rispettivi abitazioni. Con gli altri ci rivedremo la mattina dopo, a scuola. Io, il tizio e un altro coglione ci ritroviamo sul furgone di una famiglia di origini gallesi, con due figli maschi decisamente brutti. e una casa presumibilmente grande. La famiglia ha un allevamento di polli, e ce ne parla mentre andiamo da loro.
“Che cazzo hanno detto?”, fa il Coglione, che come suggerisce il nome, una cima non doveva essere.
“Boh, mi pare che abbiano un allevamento di polli piuttosto grande. Settemila polli, mi pare abbia detto”, rispondo io, pensando sai il colesterolo di questa gente.
“Settemila? Io ho capito settantamila”, dice il tizio a cui adesso, con quindici anni di distanza, faccio da autista, “settantamila. Capite? Settantamila polli!”
“Cazzo! Settantamila!”, chiosa il Coglione a bocca aperta, pieno d'estasi.
“Settantamila polli?", dice il tizio, "vi rendete conto? settantamila polli è San Siro pieno di polli, cazzo!”
Io, per me, poi non li ho contati, né m'hanno mai svegliato: l'intero periodo l'ho passato ubriaco cercando di farmi la professoressa d'inglese che ci aveva accompagnato dall'Italia, quindi potevo sapere un cazzo della storia dei polli.
Però mi piace sempre risentirla.
Mi fa sentire uomo.
Io, settantamila polli e una professoressa d'inglese che non ci sta.
Pare un titolo d'un film, cazzo.


luglio 23, 2010

È notte più o meno fonda, e me ne sto sdraiato sul retro di una Spider Alfa Romeo (o è una giulietta? un duetto? Le macchine mi son sempre state sui coglioni), rossa, compresso fra i sedili davanti e l'assoluta mancanza di spazio che c'è dietro, mentre il guidatore scende rombando giù per stradine tortuose, un ciglio di bosco alla sinistra e una ripida vallata dall'altra. Incrociarsi con altre macchine è tragico; ficcato lì dietro, ringrazio il cielo che non vedo un beneamato cazzo. Il guidatore è Romano, proprietario dell'hotel dove lavoro, un tizio mediamente anziano, con la faccia da volpe e gli occhiali spessi un centimetro, la cocuzza ricoperta da una specie di capigliatura a pratino all'inglese in versione sale e pepe (più sale che pepe). Tutto sommato un taglio da duro, come da duro sono i modi con cui ci affronta, noi sottoposti lì all'hotel, un torcione sulla spalla e l'abbigliamento da cuoco esibito come un'uniforme da sergente. Un duro d'altri tempi, un nonno burbero che sacramenta se non lo stai a sentire, ma non morde né sa cosa sia l'altezzosità o la superbia - lavoro, lavoro, lavoro, ché la vita è dura e si soffre, porco mondo! Questo tizio in pratica passa trecentosessantacinque giorni l'anno nel suo hotel, schiavo del suo lavoro e del relativo accumular soldi che ciò comporta: forse è per sentirsi più vivo che s'è comprato la spider rossa e passa le ore libere a lucidarla, tirandola fuori in grandi occasioni come questa.
Accanto a lui siede Antonio, capo cameriere dell'albergo (capirai la bravura, i camerieri son due, massimo tre!), un tizio mezzo ritardato con una dentatura da cavallo con dei problemi e una pronuncia con la lisca che i clienti cercano più che possono di non ridergli in faccia.
A fine serata - a fine servizio, come dicon loro - il gran capoccia volpino viene da noi e ci fa: andiamo, vi porto da Attanasio, dieci minuti e si parte. Io son sempre qui che mi chiedo chi cazzo sia Attanasio e nel frattempo mi ritrovo già pressato come una cazzo di sardina nella macchina sportiva del grande capo, che per l'occasione s'è calzato sulla testa una coppola da guidatore di ferrarini d'antan e infilato alla bell'e meglio un paio di pantaloni non a quadretti bianchi e grigi, con sopra una maglioncino di cui non ho ben afferrato il colore.
Sento arrivare una macchina, sempre più vicina, e le ruote del lato destro della nostra spider grattare il cordolo sul ciglio, e mi metto a pensare cazzo non son nemmeno maggiorenne, che cazzo me ne potrà fregare a me di conoscere uno che si chiama Attanasio se poi nemmeno ci si arriva e ci si sfracella giù per un burrone, ma di lì a poco la strada di campagna è finita, e su strade più larghe, Romano può dar sfogo alla sua voglia di vita da signore.
Antonio, accanto a lui, apprezza l'aria ed il pericolo. Che accidenti vuoi che ne possa sapere, quello lì, che questiona sulle mance e frulla come un passero impazzito dietro ai desideri del clienti, rendendosi la maggior parte delle volte ridicolo nella sua somma aspirazione di compiacerli. C'è solo quello, e quello è il massimo. Cazzo ne sa, lui?
Io mi limito a pensare, meno male che davanti non c'è Jane, che sarebbe la nostra cuoca inglese, cioè, centoquattro chili di cuoca inglese, però molto simpatica, e che a me mi dice sempre che sono intelligente ("you're very clever!") perché so come si dice fisarmonica in inglese e ogni tanto si prova a parlare in quella lingua.
Oh, mica per lei, eh; saremmo stati anche meglio, come compagnia, che non averci quello stronzo pulcioso lì sul sedile del passeggero che comunque a propria volta è meglio assai dell'Oriana, la cameriera in seconda, acida ed irosa come non so nemmeno cosa, sempre pronta ad altercare, aver sempre ragione e rompere in genere i coglioni. Se dio vuole era già a letto, quando il capoccia ha avuto l'illuminazione. Ed a sua volta lui a letto ha messo la sua, di moglie, e poi via a viver da signore, coi suoi camerieri.
Io però sono il barista, senz'altro una figura di incompreso fiorellino senza pari che spicca in quel letamajo d'insieme che è l'hotel Imposto, 3*** e ci stai largo nel paese di San Renitente Alla Leva, su péi monti e pélle valli.
Servo caffè e amari di origine plebea ai vecchini del paese, un baby doppio agli operai in riposo, un bicchierino di Kambusa, una cedrata e via così. Mi sogno le lattine di birra che mi aggrediscono, e ho il pollice sgallato per aver aperto troppe bottiglie d'acqua con quei cazzo di cavatappi. I vecchini comunque giocano a carte, e io mi sorbisco le tirate del chiacchierone del posto, che gira col bastone e occhiali neri (io mi chiedo sempre: sarà cieco?) e racconta i soliti due o tre aneddoti da almeno tre generazioni, e di quando in quando (sempre) provo a fare il ganzo con qualche ospite-ragazza, con un successo per lo più di bassa tacca (ma sicuramente è colpa loro, o del posto a me tetragono): una volta ho pure suonato il piano per due o tre tenniste di roma, che eran lì per un torneo del cazzo di non so cosa. Esito: nessuno, ma m'hanno detto bravo. Son soddisfazioni.
Mi chiedo come son finito lì, un po' come nella vita si fa tutti, prima o poi.
Alla fine però arriviamo da Attanasio, che nient'altro era che un ristorantino di medio lusso per gente che s'illude che l'esser signori sia qualcosa che si compra.
Come mai non c'ho pensato da me? Questa gente tutta si trova, tutta s'accorpa, nel lavoro. E fanno lega, società, sindacato, amicizia.
Antonio capo-cameriere scodinzola, gongola, è felice: questa è la vita, per lui, questo il suo massimo - per stasera è nel mondo dei grandi; si è seduto pure accanto al suo modello, un po' com'è un padre per un bimbo.
Che cazzo ne sa, lui?

luglio 13, 2010

"La corruzione, intesa come mezzo e fine, a se stesso bastante, realizzazione somma di qualcosa che un tempo potevano essere gli ideali e le ideologie, è la base fondante di qualsiasi sistema di governo occidentale contemporaneo. A quel punto, sarà solo questione di minimi scarti (es. il governo x è totalmente affogato nella corruzione; il governo y al 90%, etc. etc.), ma questo è il portato inevitabile di una situazione generale che pone a sovrana esclusiva l'economia, a tutto dando ostinatamente un prezzo. Se anche gli uomini hanno un prezzo, niente di più facile che comprare gli uomini. Se il prezzo è scalata sociale e privilegio, niente di più facile che far salire posizioni e acquisir privilegi. Se privilegio è in definitiva lusso, una bella macchina, una villa a sbafo, un'esibizione continua di status symbol e (magari) anche visibilità mediatica, il gioco è presto fatto.
Il tutto in un'escalation continua che nutre - cane che si morde la coda, ma senza una fine se non (presumibilmente) violenta - i suoi protagonisti, e nulla fa per la collettività ed il sociale, badando esclusivamente ad autogarantirsi, mantenere posizioni, tirare a campare nel proprio, menando ciascuno l'orticello (il quale spesso diventa invero piuttosto grande, poiché il mondo di oggi vira ineluttabile verso la globalizzazione, intesa come estensione dei domini di pochi sui più): che senso potrebbe avrebbe, allora, garantire uno Stato Sociale? Quale significato, il sostenere che il benessere dell'uno passa inevitabilmente e giocoforza da quello di tutti? Il mio è il mio, signori, e più ce n'è per me, meglio è: d'altronde, ho bisogno di soldi e appoggi per garantirmi tutto questo; nel mondo di oggi tutto costa, e più soldi avrò, più alto sarà il mio privilegio. Sono tutti quanti in vendita, in una società che tutto prezza, e questo - ben lungi dall'essere un male necessario, che sopportano in nome d'un ben fare che non esiste più - è tutto quello che ci distingue dalle bestie e dalla natura".

(Giovandomenico Persiana, Fenomenologia di ciò che c'incupisce & indigna, Ed. Galaxy Express 1999, Ravanate sul Ditone, TRP)

maggio 28, 2010

II.

Dall'altura godesi un gran bel panorama, ma qual due (tre) pugnaci fanti come noialtri siam, figurarsi se il bello per il bello può incantarci. Senza requie s'infila il filo, si avvita il morsetto, si fissa il dado.

Nel frattempo è giunta l'ora IPSILON e tre quarti: e Bruno come l'orso da giù richiama attenzione: non passa il cavo, non c'è verso.
Si passa al piano B. Buttare un salmone vivo a Bruno. No cioè, volevo dire: lubrificare il cavo col sapone.
Niente da fare.
Piano C (scocca l'ora Z): si passa da sopra, prima però ci si accerta su quale possa mai essere la forassite che raggiunge la di me magione, mentre Bruno comincia ad agitarsi, strofinando il dorso al più vicino albero. Si stacca il primo cavo dell'antenna. La TV funziona ancora, probabilmente la abbiamo appena tolta al cav. Erniego Polpa, vicino di casa a giorni alterni. Meno male oggi era venerdì, vedrai non c'era, sennò poi lo sentivi. Secondo cavo dell'antenna (io da giù faccio la spola): ancora tutto ok; il faccione di un qualche bellimbusto dei meravigliosi programmi TV del mattino – che divergono da quelli del pomeriggio solo per l'ora, penso – sorride ancora (che cazzo c'avrete tutti, da ridere, poi?). Chissà chi non vedrà Il Grande Fratello, stasera, nel casamento. Cazzi loro. La TV diseduca & imbarbarisce, più che altro gli s'è fatto un favore. Dopo tre cavi, il quarto magicamente mi fa saltare in aria i programmi. Peccato, Bruno s'era appassionato, giù, alla vita sentimentale della Principessa Eritrea II di Mangrovia sposata Ciapetti-Früsthuck che davan su Verissimo, replica delle ore XX-ZZ. Indi per cui il cavo è quello. Via col passar la sonda. Scorre, scorre, scorre: non scorre più.
Again, boys!
Scorre, scorre, scorre: non scorre più.
Ok, piano D: dopo un interessantissimo florilegio di litanie indissolubilmente legato ai nomi dei santi più comuni e financo più peregrini, si decide per un passaggio esterno del cavo. Nel frattempo, l'operazione è cresciuta in modo preoccupante: sono sette i tecnici che si radunano sotto il tetto, e quattro i furgoni che si sono fermati. Io sospetto che siano i due panzer sul tetto riescono telepaticamente a chiamare in aiuto macchine da guerra lor pari (o quantomeno a proiettar i loro ologrammi geneticamente modificati), quando vengo interrotto nelle mie elucubrazioni da uno dei nuovi arrivati, tale Trutta Salmo, noto ai più come “Il Miccia” per i suoi modi spicci e spregiudicati.
Il Miccia, cartucciera piena di attrezzi incrociata sul petto in fuori, così mi apostrofa:

“Dovremo passare il cavo da qua fuori, faremo un foro qui, passeremo qui dietro, toglieremo questo e sfonderemo l'infisso”
Prima che abbia avuto il tempo di dire scusi, e lei chi sarebbe?, Il Miccia ha un trapano di ragguardevoli dimensioni in mano, e si sta dirigendo in casa. Lo accoglie Bruno come l'orso, ormai a suo agio sul divano, nell'atto di sbucciare un cavo coassiale di rete.
“Certo, potremmo però passare anche da qui e buttare giù questo muro. Poi lo ritiriamo su di cartongesso dopo che ci abbiamo murato una forassite”, medita ad alta voce “Il Miccia”, e poi passa a mettermi a parte del suo piano, mentre cerca aggressivo una presa della corrente.
Dove voglio che arrivi il cavo? Quanti metri saranno da su (questa non è una domanda, Il Miccia sa esattamente quanti metri sono; mi fa l'indovinello solo perché fra le molte sue qualità c'è anche l'irresistibile simpatia), certo se passiamo di qui è meglio, qui ci vuole la scala, questo toglilo di qui che dà noia, sai eseguire una tracheotomia con un coltello da cucina io chiaro che sì, etc. etc.
Poi indossa l'auricolare bluetooh – non si sa mai, qualcuno lo chiamasse – e comincia a trapanare, mentre gli altri due tecnici, fuori, mettono in posizione la scala.
Nel tempo che Bruno come l'orso ha finito di sbucciare il cavo, Il Miccia ha fatto il foro col trapano, è uscito fuori e al momento, un rotolo di cavo sottobraccio, si sta arrampicando sulla scala (4-5 metri di altezza) per raggiungere i due primigenî artiglieri della prima ora, ancora sul tetto alla ricerca del segnale, con una serie di complicati ma tecnologicissimi mezzi. Suppongo che lui si sia orientato inumidendosi un dito e mettendolo al vento.
Ormai l'intervento ha preso i connotati e le dimensioni dell'operazione Overlord.
Dopo cinque minuti esatti dalla sparizione del Miccia in cima alla scala, vediamo scendere un cavo dall'alto, e tocca a Bruno - sotto le istruzioni dall'alto del Miccia, il quale nel frattempo tiene gli occhi chiusi per rendere tutto un po' più difficile e sapido - arrampicarsi e martellare vicino alla finestra del vicino Vicino Azerbo (Vicino è il cognome, Azerbo l'ho aggiunto io perché ho ragionevoli motivi per supporre sia il nome), facendolo poi scorrere fino al buco.
È quindi Il Miccia che prende da dentro casa il cavo (si sarà buttato, da sopra il tetto?) e lo attacca al computer per la prova del nove.
L'ora X è – s'è visto – ampiamente già scoccata, ma d'altra parte io son tutt'altro che zerozerosette, e l'ora X per me corrisponde all'ora Z e cinquantuno, momento in cui apprendo che finalmente son connesso col resto del mondo, e potrò d'ora innanzi vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.
E senza nemmeno andar nei boschi, si pensi un po'.
Restava adesso il problema di smaltire due tecnici presumibilmente ancora sul tetto, Bruno come l'orso e i due tizi fuori, che a questo punto suppongo essere due passanti in divisa da operajo della Magneti Marelli.
Il Miccia era fuori discussione, a meno che non si fosse dissolto da sé.

(PASSO MA NON CHIUDO, MALEDETTI VOI)

maggio 25, 2010

ISTORIA SEMITRAGOEPICA DI COME E QUALMENTE TUTTO EBBE INIZIO. DI COME TUTTO FINÌ. DI COME UN IMPROVVIDO BOSCAIOLO EBBE A DARE UN NETTO TAGLIO A COSE BEN PIÙ GRANDI DEL MEDESIMO. DI QUEL CHE A CIÒ EBBE A SEGUIRE.

(Raccontata in parti due, forse anche tre)

I.
Alfin repente et inesorabile s'approssimava l'ora ICS. Che, come ognun sa, vien prima dell'ora IPSILON ma dopo l'ora DABLIU.
Da questo punto in avanti, seguiranno schematizzati dettagli per meglio riassumere i fatti, in linea con lo stile e la tradizione che eventi di questa portata nonché pregnanza storica comportano.
Maggio, 21 - Martedì, ora ICS: niente accade.
Maggio, 21 - Martedì, ora ICS e dieci: idem.
Maggio, 21 - Martedì, ora ICS e mezzo: trepida attesa.
Maggio, 21 - Martedì, ora ICS e tre quarti: attesa un po' più infastidita, rotta da un motore presumibilmente diesel che s'approssima – parrebbe – in sospetta decelerazione. Passa oltre. Peccato
Maggio, 21 - Martedì, Cinque alla IPSILON: notevole scorno, con incombente ed oppressivo senso di fatalità soverchiante e sovrumana (“tutte a me, san Mitial Vescovo di Zuccone?”)
Maggio, 21 - Martedì, ora IPISILON e cinque: suona il campanello, proprio mentre m'accingevo a passar l'aspirapolvere, per un piacevole quanto sconfitto diversivo. Prende il via l'operazione Leone Marino delle Telecomunicazioni e delle Vallate, nome in codice “A.D.S.L.?” (Alfin Divenne Sicura L'installazione?).
Maggio, 21 - Martedì, ora IPSILON e quindici: esauriti i convenevoli – più adatti a molli donnicciuole che a mastri del maschio agire – i convenuti sul posto, 2 nerboruti (corpacciuti – è la mitologia che nobilita di per se stessa) prodotti de' lombi della bella terra dove 'l sì sòna, principiano alacri l'opera di sbarco e presa di possesso dell'area interessata. A loro si accompagna nr. 1 garzone, a nome Bruno, come l'orso, difatti m'osserva cùpido il vasetto del miele, all'atto di entrar nella di me magione, un rotolo di cavo-sonda sottobraccio e un cacciavite in mano. Nel mentre fornisco a quest'ultimo le coordinate della scatola di derivazione, i due fanti (a nome Bombacci Emidio e Gualpo Crispino, rappresentanti in loco della Compagnia So.S.Pe.T.T.I. - Soluzioni Sbagliate Per Telefonia e Telecomunicazioni Ilary) attaccano aggressivi il territorio del nemico, in spregio alla di lui dichiarazione di neutralità. Con un'abile quanto spericolata equazione neutralità-passività difatti decidon risoluti d'invadere il settore, dilagando attraverso esso quindi sul tetto, altrimenti accessibile solo con rampini e bat-propulsori.
Da lì, e da una rapida occhiata d'insieme al circostante scenario, sarà più facile pianificare il da farsi.
Dopo un rapido consulto con me stesso, decido di seguirli, lasciando il tapino Bruno come l'orso al suo triste e solingo destino di apriscatole di derivazione & sondatura. Ben miseri compiti, accresciuti dal fatto che i due assi della compagnia païon trattarlo con militaresca superiorità di camerati. Io, che ho fatto il militare a Cuneo, decido di non esser da meno, ed è da brividi sui polsi l'occhiata che gli scocco nell'atto di lasciarlo lì, a spostar un mobile di vimini e prender possesso di quello che dovrà poi essere il cuore pulsante di tutta l'operazione Valchiria Trasmittente nelle Piagge (ovviamente, giunto il momento, si farà indietro e cederà il passo ai suoi superiori).
Prima però m'assicuro di porre in luogo riparato il vasetto del miele. Fidarsi è bene, recita la più antica e nobile tradizione militare. E io ero anche stratega ad Anzio.

(OK, QUI PAPERO ACCALDATO - FINE PARTE UNO. PASSO)

marzo 19, 2010

ELETTRICISTI & VEGETARIANI, CITOFONARE INTERNO 9

Ora, poiché tra i miei mille e mille compiti rientra certo quello della piena (quanto illusoria, si sa, ma la vita per molti è solo inconsapevolmente amaVa) soddisfazione del cliente, stamani ero lì pronto e pugnace ad ascoltare comprendere e genuflettermi dinnanzi alle lamentele del cliente di turno, come se ciò cambiasse qualcosa sulla vita in generale e sulla nostra in particolare. Il cliente di turno era una scuola franco-canadese, alloggiata all'hotel Fungo Inaspettato di Norma Fucigna (DG)

Ah, l'arte di ascoltare, vezzeggiare, conquistare il cliente. Un cliente. Un nuovo cliente. Nuovi mercati, nuove relazioni commerciali, nuovi soldi.
A me non me ne frega proprio un cazzo, non so a voi.
Né ci ho nessuna particolare arte. La mia filosofia di vita è: vadano tutti a fare in culo. Ok, è una filosofia di vita un po' minimal, sì; ma, per altro verso, non avendo io mai sostenuto di essere il Mahatma Gandhi ci si può anche stare. Quindi, qualora a qualcuno non quagliasse, vada pure in culo, che io resto qui a far allitterazioni con la lettera q, alla faccia sua.
E vadano tutti in culo anche questi, motivo per cui mi presento all'hotel in attesa che scendano a far colazione, in balda rappresentanza dell'Agenzia Torma Potente sul Molo Attiguo, di Forletico Limegno (PP). Arrivano alla spicciolata i ragazzi, indi vengo introdotto alla presenza di nr. 1 professore, alto al garrese mt. 1,35 per una larghezza che sull'addome raggiunge soave parvenza di giottesca armonia, il tutto per un'impressione d'insieme che – certo favorita da un incarnato bronzeo e macchie della pelle nemmeno si vivesse tra i ghepardi – ricorda simpaticamente una provola affumicata, e per inciso quanto può essere simpatica, una provola affumicata?
Attacca con la sua lunga lista: è il peggior hotel che abbia mai visto, la cena di jer sera era rivoltante, nessuno dei suoi allievi ha toccato nulla, è una pessima sistemazione, è tutto orrendo, anche la colazione è povera. Ci spostiamo poi sul caso singolo, il suo (è altruista, lui): la sua camera era fredda; ha dovuto dormire col giubbotto sulla faccia perché nella stanza era presente un forte odore di insetticida, non c'è acqua calda in bagno, e il medesimo si allaga se fai la doccia.
Più che tutto c'è un filo elettrico scoperto, proprio dove arriva l'acqua quando uno fa la doccia.
Questa, e si fa ancor più torvo – da affumicata, la provola si brucia – non è affatto una bella cosa. Non è uno scherzo, non mi sta raccontando barzellette e non è affatto divertente: se deve morire in un merdoso hotel italiano in cui tutto è merda, lui insomma, proprio proprio non ne vuol sapere. Piuttosto si prende la coperta e dormirà nella piazza antistante l'albergo. E ora, noialtri si faccia un po' quel che ci pare, perché lui fa le foto e le mette su internet, così che tutto il mondo possa vedere che razza di schifo è questo hotel e nessuno ci venga mai più. E non gli si dica che tutti gli hotel qui sono così, perché lui in Italia ci veniva da quando era piccolo così (ecco perché è cresciuto così poco! Bastava lo dicesse subito. Comunque sia: errare humanum est, etc. etc. etc.). Di più: quando tornerà in patria - sempre che non sia morto nel frattempo nel merdoso hotel italiano di cui sopra - dirà ai Consigli di tutte le scuole di bandire e boicottare questo hotel, ché in virtù di non so bene quale connessione mistico-potente-trinitaria, quel che dice lui è fondamentale per le gite di tutte le altre scuole della nazione.
Poi torna via. Io resto con l'autista, che nel frattempo si è aggiunto alla conversazione.
Mi guarda. Io guardo lui. Lui dice che è tutto a posto, che questo tizio è un po' esagerato di suo. Nel frattempo ricevo un paio di telefonate dall'agenzia corrispondente. Lui anche. Io ascolto la tizia incazzatissima al telefono (la sera prima, il medesimo ha mandato per e-mail una lamentela lunga così anche a lei) e dico poco o nulla. Lui fa lo stesso, e poi mi rivela che più che altro la sera prima lo staff dell'hotel non ha tenuto conto del fatto che ci sono cinque vegetariani più un tizio assolutamente intollerante alle noci. Tipo se mangia una noce muore, o si trasforma lui stesso in un noce americano, ora non ho capito bene ma vedrai più la prima della seconda. Interrogo l'hotel al proposito. Lo staff risponde che non erano stati avvisati prima, ma che comunque saputolo, jer sera, hanno provveduto subito a proporre alternative:
“Abbiamo chiesto se volevano magari delle uova, una mozzarella, ma nulla... uova no, latticini nemmeno. Alla fine ci siamo accordati per un'insalata e delle patate”
Sono vegani, rispondo, non semplicemente vegetariani. Il Direttore ne conviene, con un po' di meraviglia che diventa meno meraviglia quando aggiungo che questi tizi non mangiano niente che venga dagli animali (quindi né le uova né i latticini, per dire), poi ripete esattamente la stessa frase di prima. Perché molta gente per dare enfasi deve ripetere le stesse parole due o più volte? È una questione di sinapsi difettose? Ho sentito, non sono mica sordo, è successo questo questo e questo, mica c'è bisogno che me le ripeta, l'hai detto due minuti fa, sarà la stessa zuppa, checcazzo.
Allora cosa gli possono fare, mi chiedono. Carote, porri, cicoria, cavolo strascicato, montagne di bietola, due erbette così vi fanno anche un belato e son contenti; tutto quel che vi pare insomma chi cazzo è che ha un albergo, io o voi? E scordatevi le noci, che sennò poi c'è un pax in meno nel gruppo ci sta che i familiari abbian da ridire.
Poi passo alla fase 2. Vado dai ragazzi assiepati fuori e faccio:
“Who's vegetarian?”
Alzano la mano in quattro - magari gli altri due son già spirati fra i tormenti perché hanno sbagliato il pollo lesso della sera prima per un fine trito di odori, roba da alta cucina, poi son morti una volta scoperto l'inghippo. Comunque sia. La prima è una lungagnona col reggiseno rosa mezzo fuori. Tu, tesoro? Con quelle tette? Ma non ci si crede, dai. Vegetariana. Sì. Poi due tizi molto cool, con una maglia dei Ramones sotto a una camicia aperta, sui quali non ho nulla da dire, per carità, solo che se mangiassi anch'io solo verdura sarei ancor di più segaligno e questi invece son gonfi come tacchini.  Cazzo. Stasera niente patate e insalata, faccio. Loro sorridono, uno mi dà il cinque. Non la donna, peccato.
Racconto poi quel che mi ha riferito – poteva dirlo a voi direttamente, mi chiedo? – l'uomo cacio-cavallo di prima, e dall'hotel sostengon subito che il filo che mr. Auricchio ha preso per un cavo elettrico è il cordoncino del campanello nella doccia. Roba di legge, sai. So. Ma non credo che si possa mai esser tanto stupidi, però ormai ci siamo, facciamo un salto nella camera del tizio. Si va. Io l'autista e un facchino. Il professore è lì fra i ragazzi, in attesa del loro pullman (che tra l'altro non arriverà, essendo l'autista con me). Passiamo loro davanti con nonchalance, ed arriviamo alla camera. Entriamo: c'è il cordoncino della doccia, un qualche tipo d'asciugamano sopra lo scarico della doccia (il che spiega anche perché magari si sia allagata la doccia. Ogni volta mi chiedo: ma dov'è la connessione fra andare in gita e fare usi originali degli asciugamani degli alberghi?) e un filo elettrico che parte fissato con una vite dall'angolo sinistro in basso della finestra (in alluminio anodizzato, quello stesso materiale per finestre il cui inventore Woody Allen s'immaginava frustato all'inferno in Harry a pezzi) ed entra nel muro due centimetri più sotto. Un filo verde e giallo. La terra.
“yeah, yeah. Look at this bullshit!”
Ecco, è arrivato anche Cacioppo. Chi cazzo gliel'ha detto che venivamo qui? Indica il filo e dice che è pericolossisimo oltreché – naturalmente – illegale. Cerco di spiegare che è la messa a terra d'impianto, e che tutte le finestre ce l'hanno e che dubito, pur non essendo “such an electrician”, che si possa prendere la scossa dalla Terra. Lui risponde che lui è “an electrician” (è professore d'elettricità, mi chiedo?), e che sa per certo si prenda la scossa da un filo di Terra. Poi aggiunge, indicando lo spazio sotto la doccia:
“go, go there and I'm turning on the water... let's try!”
Ok, a questo punto giudico che la cosa mi stia sfuggendo un po' di mano. Non entro sotto la doccia, ma solo perché lo decido io, e poi da lì devo andare in ufficio. L'autista per parte sua dice che devono partire, quindi se ne vanno, col tizio che borbotta fra sé parole di cui intendo solo quelle che hanno come radice o nucleo fuck, fucking e shit.
Io torno alla reception, e lì vengo intrattenuto su cosa hanno fatto dalla sera prima tutti quanti. ("erano pure tutti ubriachi!" - bravi ragazzi, così si fa! E dopo, tutti chiusi in una stanza per un bell'orgione, penso io). Il guaio, nel mondo del turismo, è che si parla veramente assai più del necessario. Come nella vita in generale. Riesco a sganciarmi e vado alla macchina. Il morituro professore mi guarda mentre entro nella mia scassatissima carretta. Magari sarà il primo caso di morte violenta per scossa da filo di messa a terra nella doccia (leggeremo il giornale, domani), però intanto io devo tornare in ufficio e riportare quanto accaduto all'agenzia Torma Potente sul Molo Attiguo, scrivendo una bella e-mail per calmare gli animi.
Appunto, questa. Son agente di viaggio.
Tralascio solo di pormi domande retoriche del tipo perché cazzo tutti parlavano in inglese se erano una scuola franco-canadese?
Mai contribuire a complicare un discorso di per sé già complicato, nel mondo del turismo. Come nella vita in generale.

febbraio 12, 2010

La neve era bassa, stamani, sulle montagne a ridosso della città. Nella gola sotto il cavalcavia c'era una nebbia fitta, spumosa, d'un colore perlaceo, che come fosse ovatta copriva tutto. La stessa era sparsa anche in qualche angolo guardando a destra o a sinistra dell'autostrada, sui pendii delle stradine in salita che la costeggiavano, sulle rientranze delle curve, negli avvallamenti un po' più in basso e intorno a qualche olivo dei cigli più alti. Guardavo tutto questo e non mi sono accorto che lo stronzo di turno mi stava sfanalando, dietro di me, mentre io stavo sorpassando una fila di camion. Andavo a 110-120 all'ora, ma il povero idiota aveva senz'altro da metter fretta alla propria vita, per dimostrare a se stesso di essere vivo. Sono rientrato nella mia corsia, fra due camion, mentre quello spariva chissà dove. Alla radio parlavano di Bertolaso, e del nuovo scandalo che è inutile (penso) continui a meravigliarci: è soltanto che hanno alzato questo di coperchio, in questi giorni – chissà, magari sotto soffiata di qualche ministro geloso del favore che quest'ultimo cortigiano pareva godere presso il gran visir. È il sistema che è questo, prendere o lasciare, ed è anche perfettamente consequenziario all'essere italiani - l'utilizzatore finale è italiano, fino a prova contraria, fino al midollo.
Poi è passato un nugolo di storni. Non ne avevo mai visti tanti così. Si posavano, tutti insieme, poi ripartivano. Descrivevano una specie di cerchio in aria, compatti, poi tornavano a posarsi. Stormi giganteschi; un albero spoglio ne era completamente ricoperto, sembrava gli uccelli fossero le sue foglie.
Io andavo nel solito posto, come ogni mattina, come ogni pomeriggio, e quegli uccelli erano lì, come la nebbia prima, la neve sui monti e chissà quante altre cose intorno, sopra e sotto di me, che non contavo un cazzo nell'ordine delle cose ma mi rendevo conto che non per questo tutto ciò mi potesse essere precluso.
Pare debba venir più freddo.

febbraio 04, 2010

(...rinnovello l'avviso a tempo debito vergato toto-coelo (?) in majuscolo, vieppiù a ingigantîr – "ci credi a' giganti", direbbe 'l savio? Certo no... – le fattezze dell'evento, di per sé risibile e tampoco d'ancor meno spessore ma questo c'ho, indi prendi incarta & porta a casa)
ANCORA: DOPO LASSI & PROLASSI TEMPORALY RAGGUARDEVOLI – MOMENTI NEL CUI TRANS-CORRERE & TRANS-COLORIRE HO ESERCITATO APPIENO L'ANZIANA ARTE D'ARRANGIARSI (MALE, INVERO), TIPO SERVENDO SOTTO PADRONE PURCHÉ INCAPACE MA MARTELLANTE (AHI LASSO, ANCOR LO FECI! MAI CESSEROLLO DUNQUE?), NONCHÉ DIMOLTE ALTRE VANE ATTIVITÀ MA COMMENDEVOLI APPO L'UMAN CONSORZIO SCIPITISSIMO (ORA PERÒ BASTA, EH?), INSOMMA ALFIN GIUNGE AD INCRESPAR IL MAR DI GRIGIO, QUESTO


Che cosa esattamente rende la vita moderna così diversa, così attraente?
COSO, APPUNTO. (oppiglia)
ANCHE SU IBS, BOL, ETC., QUANT'ALTRO SI PUOTE E PIÙ NON DIMANDARE.
COME GIÀ PER L'ALTRA VOLTA (MIA BONTADE, E DEGLI DEI), TROVATE IL LINK QUI ACCANTO, SOL CLICCANDO COMODAMENTE SULLA GARRULISSIMA COPERTINA, COSÌ MAGARI POI VE LO COMPRATE
(toh, così! Diretto & duro - quello della pubblicità è un mondo di giungla), PRIMA DI TUTTO PER FAR FELICE ME ET ME SOLTANTO, ALTRIMENTI IL MIO PIO CUORICINO DA SAN GENNARO© IN-SEDICESIMO SANGUINA
(forse). E VOI - DI PER CERTO - CIÒ NON LO VOLETE, GARANTITO AL LIMONE.
AI PRIMI 500 CHE EFFETTUANO L'ACQUISTO, POI - CH'IO NON VE L'IMPRESTO PER SICURO - L'AUTORE (COME DI CONSUETO, PARCO IN PAROLE ET AFFETTI E MOZIONI) SOLO DICE:

BRAVI

(fessi)

gennaio 27, 2010

Pensavo che non avevo ancora cominciato a vivere davvero. Mancava sempre un tassello, come se la propria vita non fosse che un mosaico, una serie di pezzi incastrati uno nell'altro, e tu arrivi in fondo alla scatola e scopri che ne mancano uno o due, e il puzzle ti rimane incompleto, tuo malgrado. Fosse solo un lavoro di ricerca e quando alla fine hai tutti i pezzi, la baracca cominciasse a funzionare! Perché magari quel che manca poi lo trovi – la cara e vecchia arte di arrangiarsi – ma allora scopri che qualcosa di quello che già avevi è scomparso, se n'è andato, volato via, forse rubato. Qualcuno aveva detto che gli altri pezzi sarebbero stati fermi, nessuno ci avrebbe messo mano?
Tu prova a tenerli fermi; difendili dagli altri e termina il mosaico, perfetto, tutto a posto, un'opera d'arte, davvero, mettiti seduto, rilassati, un bel respiro.
Non c'è nessun click, e niente si mette a funzionare meravigliosamente, come per magia. Nessun ingranaggio incantato, nessuna porta per il paese dei balocchi, nessuno specchio che si apre.
Ricominci da capo, e cerchi l'errore; non c'è; riprovi, magari scopri che se non credi in quel che fai, niente ha valore, e le strade sono due: o ristagni nel rancore di qualcosa che ti manca mentre fai qualcosa in cui non credi o sei ridicolo, in altre parole vivi male. E continui a cercare, l'interruttore ci sarà, m'illuminerò a giorno la vita, tutti i miei cerchi saranno ovali perfetti, basta che metta quello là, setti x a meno quattro, sposti il pedone in a4, compri questo o quello, dica una preghiera, faccia cose, veda gente.
Niente da fare, direbbe Estragone dandosi per vinto, mentre soggiunge Vladimiro, il quale a rincarar la dose aggiungerebbe che comincia a crederlo anche lui.Di tutto questo – giuro – ne ero consapevole; ma mi serviva così a poco, mentre attendevo che il tempo mi trascorresse addosso, fissando il vuoto o qualcosa che ne faceva in qualche modo le veci, come un genitore che firmava le tue giustificazioni, fin tanto che non cominciavi a far da te, perché pensavi di potere o sapere fare meglio. Eravamo entrambi ancora lì, io e tutti quei minuti, lenti, inesorabili, sudati. Si può sentire lo scorrere del tempo? E se sì, è possibile rendersi conto di quanto lo stiamo sprecando in posti che non meritano la nostra permanenza, in cose che non dovrebbero assorbirci, in situazioni poco areate, buone per farci appassire o poco più? Qual è la giusta direzione?
E perché le idee migliori vengono sempre mentre stai cacando, o quando sei nel letto e hai già spento la luce?
Poi non ritornano, sapete.
Prendi un foglio e una penna, e ci sarà il niente.

Torna a letto, spegni la luce e aspetta.
Verrano tempi migliori, sì.
Perché ancora non avevo cominciato, a vivere davvero. Dovevo solo smettere di pensare che ci fosse quello stramaledetto click, quella sequenza di note che quando la suoni, poi compare un personaggio e tutto s'aggiusta.
Perché non c'è niente del genere, capisci?