Un'operetta vana & inconcludente - Odio il 90% delle persone che conosco. E anche di quelle che non conosco, senz'altro.
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febbraio 26, 2014
STRVGGENTE RYCORDO D'ESTATE, o anche: AH, GIOVENTÙ!
giugno 06, 2013
I Ricordi (così, sì, tra 'l lvsco e 'l brvsco)
Io per me c'ho anche piacere, eccome: meglio (assai) lui che io.
giugno 25, 2012
dicembre 10, 2009
Mi ricordo, sì mi ricordo, di un tizio che si chiamava Paco.
E invece era un tizio segaligno e i piedi lunghi, nato probabilmente a Vìzzero Banzarate, con la testa appuntita tipo figura di Modigliani ma più brutta (ovvio), gli occhi come sgradevoli fessure e il kefiah. Sempre sfatto dalle canne e da chissà che altra roba che prendeva.
Alla visita militare c'andò in autostop; quaranta chilometri ripartiti su più macchine, con uno zainaccio pieno di roba dalla dubbia utilità in caserma. Difatti gli fu immediatamente sequestrato, e lui fu zombato ben bene, con tutta probabilità dal serg. Lillo Patacca e dal ten. Nicotra LoSapevo.
Al rito delle impronte digitali rifiutò poi di pulirsi il dito, perché – disse – a lui piaceva stare sporco.
Ora: è vero che questa insulsa rubrichetta finisce sempre per precipitare verso la morte o qualcosa di parimenti rovinoso, ma - in questo caso - che diavolo posso farci, io? Volete voi che un personaggio così non sia morto & sepolto?
E invece è amministratore delegato del CTP, Centro Tegole in Polistirolo (ditta che non lavora granché, invero).
Alle volte - lo dico sempre, lo so - la vita!
novembre 12, 2009
PERIODI FELICI, REMIND #1
Di me che esco da lezione col mio zaino. La voce nel microfono, quel che ho sentito, le file lunghe dei banchi unici dell’aula magna, l’atmosfera generale. Scendo le scale; tutto piuttosto sporco, e fogli appuntati con le puntine alle pareti rivestite di legno (“vendo D.J. Grout, Storia della musica in occidente, usato, ottime condizioni”; “Affittasi camera per ragazza zona santa reparata”). C’è poca gente. Fuori è buio; torno - mentre chiedo che ore sono a un tizio - verso la stazione, sapendo che entrerò alla Feltrinelli.
Ormai so dove si trovano tutti i reparti, l'ordine delle singole case editrici; la gente potrebbe chiedere a me (“Storia? primo piano, subito a destra!”; “Fenoglio mi pare sia nella Einaudi… dritto, poi destra per i Tascabili; sinistra e poi subito di fronte se lo cerchi nei Coralli”): scendo le scale; piano di sotto - musica, cinema, fumetti.
Le ultime uscite delle nuove edizioni di Schultz. Peanuts, per stare anche meglio, a dispetto di tutto. A quattro a quattro, libretti piccoli, Baldini & Castoldi; escono senza una cadenza precisata. Pago e proseguo per la stazione, con l’aria fredda e la gente che mi passa accanto. Lo zaino in spalla e il sacchetto di plastica in mano. Tra poco lo butterò via, e infilerò il contenuto nello zaino.
Il treno è affollato, solita e squallida luce al neon. Lo percorro verso la testa, cercando di non incontrar lo sguardo di gente che posso conoscere, perché voglio sedermi da solo, per continuare a leggere La Certosa di Parma.
Sì... qualche tempo prima – ero al primo anno, e tornavo con un ragazzo con cui condividevo un corso – stavo leggendo per conto mio, incurante del fatto che lui fosse accanto e non leggesse. Il Rosso e il Nero - sempre Stendhal, ma in una pessima edizione, molto anni ’70 (forse davvero anni '70), carta rugosa e caratteri minuscoli. Chiudo il libro quando siamo vicini all’arrivo. Ho finito. Lui mi guarda e mi fa: “chi è l’assassino?”
Cazzo dici, penso io. È Il Rosso e il Nero, mica Agatha Christie (per questo poi cerco di non incrociare sguardi che non voglio).
Oggi lui lavora in TV, io sono un bischero qualunque.
novembre 28, 2007
Ora, il mio Poliedrico Farmacista non aveva particolarità veruna, non fosse che sapeva tutto, era dappertutto, aveva abilità in tutto: se in palestra, nello spogliatojo c’era lui, vestito con una fasciante tutina da spinning nera variegata in bordeaux, pronto a’ ludi ginnasiali, col corpo a pera castorizia in bella mostra; se aprivi il giornale la domenica mattina, c’era la sua foto in quanto vincitore d’un concorso di modellini navali, mentre stringeva fiero fiero la sua creazione (l'esatta riproduzione della Nave da Cargo del XVIII sec. "Grongo III", con tanto di bandiera Bungaresca e cannoni in marzapane); se capitavi in farmacia per comprare gli Zigulì al Barbacane (ah, gli Zigulì al Barbacane!) con un fumetto sottobraccio, lui ti intratteneva con una sottile disquisizione sugli albi più vecchi di Corto Maltese, e com’erano stati ristampati ottimamente nell’edizione dell’Espresso, il tutto mentre ti faceva lo scontrino, ecco a lei son cinquecento lire se ce l’ha in foglio preferisco. Tutto poteva, tutto sapeva, il mio poliedrico farmacista. Se andavi in giro, lo trovavi. Era anche abile giocatore di bocce, e a un certo punto snellì anche, si vedeva bene dal camice bianco, perché andava anche in mountain bike.
Facile sapesse a menadito anche le odi del Parini – ahahahahaahahahoioi, il Parini ahahahah, è inutile, via: ogni volta che mi vien da ripensare al Parini – chissà perché – rido.
Ahahahahahahah, il Parini, "Quando Orion dal cielo / declinando imperversa / e pioggia e nevi e gelo / sopra la terra ottenebrata versa, / me spinto ne la iniqua / stagione, infermo il piede, / tra il fango e tra l'obliqua / furia de' carri la città gir vede; / e per avverso sasso / mal fra gli altri sorgente / o per lubrìco passo / lungo il cammino stramazzar sovente" - ahahahahah il Parini, "In vano in van la chioma / deforme di canizie, / e l'anima già doma / dai casi, e fatto rigido / il senno dall'età / si crederà che scudo / sien contro ad occhi fulgidi / a mobil seno a nudo / braccio e all'altre terribili / arme della beltà" - ahahahahoioi il Parini, no via non ce la faccio più, oioi.
novembre 27, 2007
Mi ricordo, sì mi ricordo – GesùGiuseppe&Maria, com’avrò fatto mai a scordarmelo ‘nsino ad oggi, ohibò, perdinci, accidempolina, cazzo & controcazzo, puttanaccia evaccia troia&bagascia – il mio barbiere, che si chiamava Peppino Zafarana e c’aveva la faccia lunghissima col naso decisamente importante e la figura allampanata, esile come una promessa (ah, Schulz Schulz, perché non ci sei piùlz? ahahahah). Da Peppino Zafarana ti sedevi e lui accendeva uno dei due mangiacassette che aveva accanto; uno col liscio, uno con Sandro Giacobbe, a seconda di chi c’era sulla poltrona, giovane o vecchio. Se lasciava la radio, dopo un po’ cominciava a maledire Nilla Pizzi, che al tempo faceva la pubblicità a certe pillole miracolose per dimagrire, anche in tv
“Maledetta NillaPizzi, non è ancora morta?”, diceva, “quella vecchiaccia: è anche in televisione a scassare la minchia con quella robaccia. Ma quanto rompe i coglioni... maledetta Nilla Pizzi. Brutta stronza vecchiaccia, ma se morisse...”
restava poi sdegnatissimo per un po’, giusto il tempo di chiedere puntualmente che scuola facevi, che lavoro facevi. Se putacaso facevi l’istituto professionale alberghiero (e ho detto l’Accademia dei Lincei), cominciava a maledire quegli americani, che andavano agli alberghi di lusso della vicina San Stercone Terme (BMX), a far le cure dell’acqua, e che te dovevi servire come cameriere.
“Quegli americanacci… vengono da noi, fanno i signoroni, bevono quell’acquaccia puzzolente, e poi vanno in albergo e ci fanno certe cacate… accidenti a loro… certe cacate, ci fanno…”
Non c’era volta che questa conversazione non avvenisse, mentre nel frattempo ti acconciava all’Umberta, col riporto, alla zingara, col ciuffo rockabilli, colla divisa anni ‘50, colla pettinatura del carabiniere. Com'è possibile averlo lasciato lì, nel dimenticatojo, fino ad oggi, il vecchio Peppino Zafarana? La vita dà, la vita toglie: a me la vita ha dato Zafarana.
Domani: il mio poliedrico farmacista.
ottobre 24, 2007
The Bertellis sapevano a memoria tutto lo scibile, dividendoselo.
Comunque la si voglia mettere, poi gli anni son passati veloci come merde che seccano sui binari del tempo (ah, son pöeta!), e adesso (sempre che non sia morta, sepolta & mangiata da’ vermi – si sa: la vita è crudele et inesorabile) la professoressa Bertelli probabilmente avrà fatto installare nella parte esterna della coscia destra una pistola laser (nella sinistra c'è già lo scanner delle inclinazioni di pensiero dell'interlocutore), utile per terminare qual dei riottosissimi alunni moderni osi anche solo pensare di suggerire al compagno in difficoltà il past tense del verbo to bring.
agosto 02, 2007
La storiella che mi frullava pel capino in questi giorni però m’imponeva d’esser scritta, perché come tutto il resto che c’è qui (a parte i pynferi, ai quali sto insegnando a giocare a calvin-ball – a quello men nano, perché quello inferiore, ovviamente, per adesso sa-una-sega®) è scipitissima et inutile, oltreché spesso volgare e di cattivo gusto. Così, tra l’altro, m’ha recensito l’Esquire, che è un giornale che se ne capisce, quindi lascia fare. E allora.
E allora insomma mi ricordo di quando fummo ad una cena dove non si conosceva nessuno. Perché non si conosceva nessuno? Perché chi ci portò c’aveva detto che lui conosceva tutti e c’era pieno di PHYAE. Poi non conosceva nessuno nemmeno lui e non c’era neanche pieno di PHYAE, che detta così è come dire – per dirla col Beckett, che di sicuro era più furbo di me che scrivo, nonché certo di chi legge (sempre me, e magari il patzientissimo ciofo, al qual son deferente; deferente o rancoroso, poi si vede) – “allora rientrai a casa e mi misi a scrivere: «è mezzanotte; la pioggia batte sui vetri». Non era mezzanotte. Non pioveva”. Comunque sia dicevo, venne fuori – quando ormai s’era lì – che nemmeno chi c'aveva menato seco conosceva nessuno. Tranne, di vista ma assaj di vista, la festeggiata. Già, giacché la tapina era festeggiata: o di fresco novellamente mestruata, o avea primamente concesso le posteriori intimità al drudo d’ordinanza, non saprei; ma qualcosa avea comunque a festeggiarsi, e sicché ci sarebbe stato d’uopo pure un bel regalo. Adunque vinto l’imbarazzo iniziale, ritti in circolo in fronte all’insegna della greppia mentre tutti si chiedevano “e questi cazzo sono?”, accedemmo al ristorante-sciampagneria-lussuosità “Alfio Diligenza”, ove ci fu facile sedersi in fondo in fondo, pur se da lì ci fu anche prematuro il notar l’orrido quant'amarissimo cimento che attendeva noialtri tutti, come guiderdone alla nostra bravata: nel locale si faceva careoche e pianobar. C’era la pianola, e il tritone d’ordinanza che pigiava que’ tastini, col su’ bel gileino modello Umberto-Smaila-è-il-mio-indubitabile-modello-di-vita. Di lì a poco egli cominciò, e tosto il microfono prese a girare pel tavolo e tutte chi voleva cantare l’ultima di Milva, chi l’ultima di Andrea Mingardi, lanciandosi in gran copia litigiosa sull’ATTREZZO™ tennologico e portandoselo IN BOCCA™, con noi che intanto si scoprì di conoscer uno della tavolata che però ahinoi era pure incontrovertibilmente frustone e quindi al danno c’unì la beffa amara nemmeno c’avesse scritti il Sacchetti. Pare si chiamasse pure Manolo Risaliti, e facesse il professore di buget all'Alberghiera di Pistacchio (prov. di Tifone Infernale).
Metà cena (dopo gli Avariati alla Panna, le Macerie Tarfufate e i Tagliolini alla Garritano), arriva la sorpresa: la festeggiata, tra’ laï entusiasti di tavolata, si fa scoprir suonatrice di pianola e, licenziato il tritone sgargiante s’asside davanti allo STROMENTO™ e ci delizia cor una versioncina di iesterdei tutta instrumentale, di quella che con la sinistra fai gli accordi e colla destra la melodia, o al limite du’ note insieme, per un gustosissimo bicordo. Il tutto mentre il di lei drudo, risibile bietolone dal largo collo e la notevole epa in optima vista nonostante cercasse di sviar gli occhi cor un vezzoso quanto abusato pizzetto alla robybaggiofaccilaeroplano, avea fatto modo d’averci pelle mani l’ARNESE™ di cui sopra e, seduto piantato, cominciava a soffiarci a voce grave e piena, quasi a fare il più molesto sottofondo che mai abbia sentito (a parte la musica di reneobrì o il buddabar, ma 'ste cose sarebbero venute dopo, indi poco conta): “BASTA…”; “FA’ FESTA…”; “ALLORA…”
Be’ momenti, quelli; momenti d’allegro convivio, unico, peccato poi la tisi se li sarà di sicuro portati via tutti, i partecipanti & convenuti, ma io me li ricordo, ah sì, me li ricordo. Tranne noi cinque, ovviamente, che a’ teNpi ci si chiedeva cose tipo occome fanno tutti a averci le PHYAE? E quella sera si capì che bastava fare come il bietola, lì, che era facile, bastava far così. E si fece, seduti piantati anche noi, a esser molesti e magari grassi e cor un lavoro importante. E difatti oggi siamo tutti sposati.
Ame.
maggio 31, 2007
Mi ricordo, sì mi ricordo che una volta in classe alle elementari c’avevo una che si chiamava Topazia, che quando rideva pareva una drupa, o anche una donnola. Aveva tutti i denti che era come fossero marchiati da qualcosa. Poi la rividi che stava insieme a uno che conoscevo, il Furia. Poi si lasciarono. Quando chiesi a lui come mai si erano lasciati, mi disse:
“è chionza”.
E poi la chiamava Apatozzi. E tutti si cominciò a chiamarla Apatozzi. L’Apatozzi.
Ed era veramente chionza; bastava guardarla meglio.
Vuoi che non sia già bell'e spirata&sepolta?
gennaio 16, 2007
Con quella voce roca, e quei due denti da castoro. E quei capelli grigi ritti, a dodici anni.
Ora, va da sé che, avendo egli queste caratteristiche già a quell’età, vuoi che non sia morto abbondantemente? POVERO Bertella!
ottobre 31, 2006
COLOPHON - E con questa persona che ricordo, io, Brunero da Montajuti Ianese, copista nell’anno del Signore MMMIII(nchia), I anno dell’era di pontificato di S.S. Matzinga Rota, concludo i ricordi, in data 3uno 8bre. Mi ricordo, sì mi ricordo, tutta questa cazzo di gente che mi ricordavo, di cui non importa a nessuno tanto meno a me. Tanto – vedrai – son tutti morti. Il Nasi per primo. Toh, così l’ho detto anche di lui. FINE.
ottobre 27, 2006
Certo, meglio finir così che diventare uno che organizza Kick-Off aziendali, eh? Però, peccato lo stesso. Son sfortune, sì sì.
settembre 21, 2006
Vuoi che non siano morti & sepolti, tutti e due? Lui (Maurizio Bottan) mi par di ricordare fosse già nano, a quei tempi là.
Povero Maurizio Bottan! Povero Maurizio Mangia-e-caca! Povero Fabio Barelli, che una volta rimase con la testa incastrata nella ringhiera delle scale, per far le feste alla mamma che era venuta a riprenderlo!
Bell’asylo, sì…
giugno 20, 2006
Arrivava in bicicletta e dietro si portava sempre un pallone versicolore, tipo da beach-volley. Era La-Bomba-Merda, suo malgrado e presumibilmente infidissimo e molesto; grasso sì, ma ripieno senza dubbio di sola & pura merda. Semmai fosse scoppiato, avremmo saputo quali sarebbero state le conseguenze. Anche lui, come FUNGO™, era taaanto bravo, taaanto buono. Allora perché lo prendevamo in giro?
Povera Bomba-Merda... ormai sarà scoppiato, di sicuro. Ah, se sa esser crudele, la vita!
marzo 24, 2006
I RICORDI
Mi ricordo sì mi ricordo la Flori Federica, che veniva alle medie con me ma in una classe diversa, e c’aveva un visino grazioso e nell’insieme era molto, appunto, aggraziata. Poi passarono gli anni e la rividi, e era quadruplicata: al posto dei fianchi aveva un baule, e il viso, ancora leggermente grazioso, era imbolsito che pareva una rana di quelle che gonfiano mentre gracidano. Di sicuro adesso sarà morta scoppiata, o avrà sposato un tipo olivastro e méchato che riesce a dire “DAI, ANDIAMO VIA!” ruttando, e che per parlarti da qui a lì urla. Peccato.
Tutto si corrompe, tutto va al culo
febbraio 02, 2006
I RICORDI
Mi ricordo, sì, mi par proprio di ricordare la fu Principessa Johnny Merda, che c’aveva un gran muso a topo, e che cacava solo in compagnia delle amiche/ancelle/serve/schiave, le quali dovevano andare a trovarla, fumarci due sigarettine propiziatorie, e accompagnarla indi al cesso, amabilmente intrattenendola & distraendola mentre lei si sedeva sulla tazza e cominciava a spingere. E quelle stavano lì, come se niente fosse. Ecco, lei so per certo che è morta: uno stronzo le si mise di traverso, nel culo, e non ne fece passare altri. In capo a tre giorni scoppiò.
gennaio 31, 2006
I RICORDI
Mi ricordo, sì mi ricordo Mitia o Mitial, un bambino-gigante con quel nome del cazzo che nessuno ha mai capito se c’avesse o no la -l finale, e che raccontava sempre una barzelletta che diceva “'spetta 'spetta... 'spetta un momendo!”, e “via ragazzi, questo è frocio!”, e non so bene come fosse né perché la raccontasse. Io mi ricordo che Mitia(l) c'aveva la carnagione parecchio scura, e girava con una canottieraccia sudicia, ed era veramente un bestione. Magari era un ROM, vai a sapere. Ma anche lui, come tutti del resto, sarà morto, sepolto & secco.
gennaio 30, 2006
I RICORDI
Mi ricordo, sì mi ricordo UGO PERA, che non si chiamava UGO PERA ma Stefano Ciapetti, però Ugo lo chiamavano già, e Pera glielo misi io, perché era fatto come una pera, col culone largo e le spalline piccole. Me lo ricordo, sì, UGO PERA, che era praticamente glabro, con la pelle bianca chiazzata qua e là di rosso, che si vedevano tutti i pori in superficie, come un pollo, e che sparava cazzate a raffica perché era pieno di complessi. Era un gran sudicio, UGO PERA, e c’aveva sempre gli orecchi che colavano cerume, come fosse marmellata. Forse era una malattia. Forse no. Ad ogni buon conto, tenendo conto anche di questo, vuoi che non sia già morto? UGO PERA: morto, marcito… che differenza farebbe?
gennaio 13, 2006
I RICORDI
Mi ricordo, eh se me me lo ricordo, il cavalier Silvio Berlusconi, quello che una volta diceva che i magistrati eran tutti corrotti, fantocci al servizio delle sinistre comuniste e staliniste che lo perseguitavano gratuitamente, e che ora, perché quegli altri idioti si son fatti beccare anche loro, va serenamente e di corsa a deporre e dire quel che sa (perché poi dovrebbe saperne qualcosa?) ai PM, non prima di averlo sbandierato un bel po’. Una volta ha anche sconfitto il cancro, dice. Morto non è, ma vedrai prima o poi gli tocca anche a lui. Sarebbe anche l'ora...