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febbraio 26, 2014

STRVGGENTE RYCORDO D'ESTATE, o anche: AH, GIOVENTÙ!

Ero un ragazzino. Avrò avuto (in realtà lo so benissimo: avevo quattordici anni, quindici da compiere di lì a qualche mese - ma, si sa, la vaghezza fa maudit) tredici-quattordici anni, e nella mia prima estate da studente delle scuole superiori, lavoravo (dovrei dire: guadagnavo il mio primo fantastiliardo in gettoni d'oro, dentro cui di lì a poco mi sarei sollazzato facendo il bagno e tuffandomi di testa) come cameriere con obbligo di stappamento bottiglie ai matrimoni, con relativa piaga sanguinante sul pollice sinistro (o forse destro, o forse entrambi: quando non hai più niente per controbattere il nemico, tiragli, misero, la gruccia!) e conseguente promozione/arretramento al bar, con obbligo di tenuta rifornimenti in termini di beveraggi, cocktail (forse) e camparini (più che altro) serviti agli avventori demodè dell'albergo-ristorante "Tònfami", di Tirami-La-Leva, provincia di Supremo. 
Tra gli avventori si segnalava il Tonarelli, un tizio litigioso col prossimo e che però pareva Ray Charles pvrtvttavia vedente, che camminava col bastone (lui, no Ray Charles) e arrivava puntuale ad aggrapparsi al bancone del bar per chiedere un Brancamenta doppio o a volte anche un Rabarbaro Zucca, gli occhiali scuri a fondo di bicchiere (ecco perché sembrava Ray Charles) e i crespi capelli grigio-bianchi che parevano afro (idem).
Ma non è questa la sede o lo scopo del raccontare, indi per cui passiamo sopra al Tonarelli, che peraltro - bontà sua, o anche: poveraccio! - sarà già ampiamente morto stiantato, e anche in virtù di ciò - svppongo - lo si può archiviare tosto.
Il quid della narrazione son qui le aspettative e i fremiti dell'adolescente, che ha speranze per l'avvenire, che brama il successo, che sogna l'arte, che vuol esser emulo de' suoi ydoli: suonare il piano, cantare, vestirsi a cazzo ed incantare stuoli di ragazze.
Essere Elton John.
Avevo già capito tutto, della vita.
La sera che nel paesello, come da consuetudine settimanale, suona il duo "Maurilio & Giobatta", voce e tamburello uno (il bello del paese, brizzolato e a metà fra l'hippy ed il vintage), chitarra & tastiere e tutto il resto l'altro (maestro di musica alle medie, vecchiarello dal capello grigio ma l'animo ancor indomito); dicevo, quando arrivano 'sti due, per il ragazzino che era in me - e dico era non a caso: è morto lì - è una festa péi sensi e una passata di carta moschicida sulle aspirazioni e aspettative.
La Matrona dell'Albergo-Ristorante, con la sua còfana di capelli falso scuri, a fine serata m'introduce, me ragazzino che tutta la sera ha passato a portare a' tavoli dei partecipanti alla serata con obbligo di ballo e felicità per tutti, nell'ordine: gassose, crodini, analcolici biondi e anche castani, a seconda del grado di invecchiamento non necessariamente lodevole, ancora crodini, acquebrillanti e tè freddi liposciolti nell'acqua del syndaco, noccioline e spume bionde - insomma: la matrona dell'istituzion del posto m'introduce appo i due inconstrastati ydoli, a cui ho comunque già portato acqua, birra, acqua, e anche una coca-cola.
Sicché insomma, ci sarei anche un pochino familiare, via.
Ella, che m'ha sentito suonare lo scordato piano della sala da pranzo, mentre che al bar non veniva nessuno, dice:
"Lo sapete? anche lui suona... è in gamba, 'sto ragazzo!"
(La signora mi fa un po' da mamma surrogata e m'ha preso a benvolere, anche perché sono a settecentoquattordici chilometri da casa - in realtà sarei a dodici minuti di treno, sì e no ventun chilometri dalla casa avita, però tutti in salita).
L'ex-maestro di musica è l'unico che ascolta; la gente è ormai sfollata, e il cantante ancor piacente è probabilmente a sgrondar il merlo, per via di tutte quelle birre. 
C'ha pure un orecchino. Vado in sollucchero e mi ràvano le mani, emozionatissimo. 
Sto. Un po', svdo.
Ma sicché, scrollando l'argentea chioma, mentre sta rimettendo tutto l'armamentario (addirittura un Atari col Cubase, collegato via MIDI alla chitarra-synth!) mi fa qualche domanda: cosa ti piace, cosa non ti piace, che intenzioni hai, e via così.
Due minuti, poco più (mentre la Matrona è già tornata ad incassare, registratore di cassa chiuso, tutti in mano, metta qui grazie, ce li deve aver precisi però, ok, va bene?), poi torna la voce+tamburello (al secolo: Maurilio), che si mette in buona lena nell'arrotolamento d'un cavo, il gomito come perno e l'altro braccio a mulinello.
Giobatta: "lo sai, Maurilio? Anche lui è un musicista, eh!"
Maurilio: "sì? Senti, senti allora: orecchio!"
E lascia andare un lungo peto, stridulo, quasi flautato, che va a morir come in agonia.
Giobatta: "sentito? questo era un do calante!" 
E mi strizza l'occhio. Maurilio, invece, imperturbabile, continuava ad avvolgere il cavo. 
Il gomito come perno, e l'altro braccio a mulinello.
Ecco come morì, il ragazzino che era in me.

(Che poi, quando fu giorno di paga, dopo due mesi, scoprii pure che non avevo neppure guadagnato il mio primo fantastiliardo in gettoni d'oro. 
Niente bagno per sollazzarmi: se volevo potevo pure tuffarmi, ma avevo solo da picchiare in terra la mia testina. Di cazzo.)

giugno 06, 2013

I Ricordi (così, sì, tra 'l lvsco e 'l brvsco)

...mi ricordo, sì, proprio mi ricordo - ora, così di botto, ero lì all'acquajo e di colpo m'è sovvenuto, già: d'un tizio che noi si chiamava Tex, e che c'aveva un giacchetto nero di camoscio con le frange, secco allampanato e con la testa che pareva una ghianda, i capelli in testa come la cupola di questa, però neri; gli occhi grigi e la pelle bianca, come stinta e tirata in qua e in là, che sotto si vedevan le vene bluastre. Più che tutto, il tizio c'aveva poi di quei denti che pare sian diafani, quasi trasparenti: non si sa come sia e come non sia, ma certa gente c'ha i denti che pare ci si veda attraverso. Più t'avvicini alle estremità, meno son densi: come c'avessero una bella boccata di bottoni di plexiglass buttati là a casaccio. 
Comunque sia, Tex veniva regolarmente e giustamente canzonato dagli astanti & circostanti e, a vieppiù appesantire il fatto, certo non veniva in suo soccorso l'averci una voce-a-strillozzo che non fosse stato Tex uno avrebbe detto che era la Rosa Russo Iervolino, o anche Luis Miguel quando faceva quell'urletto disumano, quello che saggezza anziana faceva dire: pare un gatto schiacciato all'uscio. 
A sua arma di difesa, Tex diceva d'esser Missino - bontà sua - e aggiungeva che portava tanta merda rompere i coglioni a un Missino, sapeste, quindi basta, vedete di finirla. E provava anche a picchiar qualcuno, ma nessuno lo prendeva sul serio. 
Io, a que' tempi, sapevo una sega cos'era un Missino; e sicuramente anche lui che cavolo n'avrà saputo mai, povero coglione.
In ogni caso, il problema oggi non si pone, perché di certo Tex e il suo bel giacchetto di camoscio colle frange, la testa-a-ghianda con relativa cupola pilifera, gli occhi grigi e la pelle lattiginosa; insomma, luilì: sì, luilì sarà di sicuro morto e sepolto, stecchito & sotterrato, dead and gone, cibo per vermi o anche per cani.
E lo sapete il che? Bene. 
Io per me c'ho anche piacere, eccome: meglio (assai) lui che io.


giugno 25, 2012

E mi ricordo, sì, mi ricordo di quando nel mezzanino o ballatojo (che belle parole, mezzanino e ballatojo - tutte le volte ci rido e perdo il filo di quel che devo dire o scrivere. Foss'io geometra sarebbe invero un dramma), dell'asylo avevo messo a punto un inespugnabile fortino fatto di sedie, messe a quadrilatero intorno a me, la seduta rivolta all'esterno, e io dentro Signore & Padrone dello spazio, solo nella sala (mezzanino, o ballatojo - ahahah, cosa stavo dicendo?), in penombra & quïete, gli altri tutti giù o chissà dove mai, e io nel mentre intento & fiso a compier l'opra che m'avrebbe ricongiunto al Nirvana, posto in pace co' miei Lari, e via così. Ricordo l'ebbrezza del prendere una sedia e porla filo perfetta con l'altra, l'angolo, la fila dritta, l'andarle a prendere impilate all'altro capo della stanza, l'emozione del sentir nascere in petto un grido liberatorio - "sono il Signore del Mondo, e questa fortezza è inespugnabile per quanto vi affanniate, o somme Teste-Di-Cazzo!".
In  quella, apre la porta il Merulla Maurilio, un bambino sicuramente in qualche modo disagiato - da casa, in testa, per parte di zio: non saprei - alto 1,80 e con dei riccioli corti e cattivi, la maglia nera accollata da criminale in libertà. 
Il Merulla Maurilio si sporge col busto nella stanza, i piedi fuori, e s'intromette nel mio processo catartico afferrando le zampe davanti di una delle sedie. 
Poi me la tira sulla testa. Io ero girato di spalle che consideravo se lasciare un pertugio sul lato opposto del mio imprendibile fortilizio.
Il Merulla Maurilio richiude la porta dietro di sé. Nessuna parola. La roccaforte perde la sua sacralità, e l'inesprimibile & mysteriosa armonia delle sfere se ne va a rotoli.
Le maestre (tra cui una che si chiamava Ylta) mi dissero: 
"eh, ma sai... lui è un bambino che ha delle difficoltà... 
a casa, poi anche là...
(là dove?)
e... i genitori... e sicché è aggressivo, sai... e insomma, sicché...
è un bambino che ha problemi".
O io allora? Non vi sembro un bambino che ha dei problemi, che ero lì che mi facevo il fortino inespugnabile con le sedie (nel mezzanino o ballatojo) e poi è arrivato un altro bambino, s'è sporto nella stanza, ha preso una sedia e me l'ha data in capo? Io non ho problemi, allora? Ma secondo voi.
Da lì, cominciò un dramma di perdita degli Avi e ricongiugimenti mancati, che ancor perdura.
Però il Merulla Maurilio pare sia morto, vendicato dallo spirito del mio bisnonno Sordo (Sordo è il nome, il cognome non l'ho mai saputo proprio per quell'Atto Vile).

dicembre 10, 2009

I RICORDI 

Mi ricordo, sì mi ricordo, di un tizio che si chiamava Paco.
Uno, un tizio che si chiama Paco se lo immagina col sombrero a mangiar tortillas seduto in terra fuori da una posada. E 'nvece.
E invece era un tizio segaligno e i piedi lunghi, nato probabilmente a Vìzzero Banzarate, con la testa appuntita tipo figura di Modigliani ma più brutta (ovvio), gli occhi come sgradevoli fessure e il kefiah. Sempre sfatto dalle canne e da chissà che altra roba che prendeva.

Alla visita militare c'andò in autostop; quaranta chilometri ripartiti su più macchine, con uno zainaccio pieno di roba dalla dubbia utilità in caserma. Difatti gli fu immediatamente sequestrato, e lui fu zombato ben bene, con tutta probabilità dal serg. Lillo Patacca e dal ten. Nicotra LoSapevo.
Al rito delle impronte digitali rifiutò poi di pulirsi il dito, perché – disse – a lui piaceva stare sporco.

Ora: è vero che questa insulsa rubrichetta finisce sempre per precipitare verso la morte o qualcosa di parimenti rovinoso, ma - in questo caso - che diavolo posso farci, io? Volete voi che un personaggio così non sia morto & sepolto?
E invece è amministratore delegato del CTP, Centro Tegole in Polistirolo (ditta che non lavora granché, invero).
Alle volte - lo dico sempre, lo so - la vita!

novembre 12, 2009

PERIODI FELICI, REMIND #1

Di me che esco da lezione col mio zaino. La voce nel microfono, quel che ho sentito, le file lunghe dei banchi unici dell’aula magna, l’atmosfera generale. Scendo le scale; tutto piuttosto sporco, e fogli appuntati con le puntine alle pareti rivestite di legno (“vendo D.J. Grout, Storia della musica in occidente, usato, ottime condizioni”; “Affittasi camera per ragazza zona santa reparata”). C’è poca gente. Fuori è buio; torno - mentre chiedo che ore sono a un tizio - verso la stazione, sapendo che entrerò alla Feltrinelli.
Ormai so dove si trovano tutti i reparti, l'ordine delle singole case editrici; la gente potrebbe chiedere a me (“Storia? primo piano, subito a destra!”; “Fenoglio mi pare sia nella Einaudi… dritto, poi destra per i Tascabili; sinistra e poi subito di fronte se lo cerchi nei Coralli”): scendo le scale; piano di sotto - musica, cinema, fumetti.
Le ultime uscite delle nuove edizioni di Schultz. Peanuts, per stare anche meglio, a dispetto di tutto. A quattro a quattro, libretti piccoli, Baldini & Castoldi; escono senza una cadenza precisata. Pago e proseguo per la stazione, con l’aria fredda e la gente che mi passa accanto. Lo zaino in spalla e il sacchetto di plastica in mano. Tra poco lo butterò via, e infilerò il contenuto nello zaino.
Il treno è affollato, solita e squallida luce al neon. Lo percorro verso la testa, cercando di non incontrar lo sguardo di gente che posso conoscere, perché voglio sedermi da solo, per continuare a leggere La Certosa di Parma.
Sì... qualche tempo prima – ero al primo anno, e tornavo con un ragazzo con cui condividevo un corso – stavo leggendo per conto mio, incurante del fatto che lui fosse accanto e non leggesse. Il Rosso e il Nero - sempre Stendhal, ma in una pessima edizione, molto anni ’70 (forse davvero anni '70), carta rugosa e caratteri minuscoli. Chiudo il libro quando siamo vicini all’arrivo. Ho finito. Lui mi guarda e mi fa: “chi è l’assassino?”
Cazzo dici, penso io. È Il Rosso e il Nero, mica Agatha Christie (p
er questo poi cerco di non incrociare sguardi che non voglio).
Oggi lui lavora in TV, io sono un bischero qualunque.

novembre 28, 2007

I RICORDI

Mi ricordo, sì mi ricordo il mio poliedrico farmacista, che aveva la faccia a castoro però più stretta in cima e larga in fondo, alle ganasce, come Bill di Indovina Chi? (maledettissimo Indovina Chi?, io prendevo sempre Eric, che era quello coi capelli gialli la faccia tonda e il cappello blé da marinajo però più tondeggiante ed irreale, e alla fine nessuno voleva più giocare con me perché mi facevano la prima domanda – al massimo due – e vincevano: “è Eric?”, e io “sì”, o anche al limite “ha il cappello”, “sì”, “è Eric”, sì”; e poi mi chiedevo come cazzo facessero a indovinare subitissimo così, maledetti loro… a me mi piaceva Eric di Indovina Chi?, oh, c’aveva il suo bel magnetismo, con quel faccione tondo e i suoi capelli gialli; era il mio idolo – d’altra parte chi cazzo avrei dovuto prendere, Herman? Clara? Charles, con quei baffoni gialli alla Rude Barbaro del Nord? Eric tutta la vita checcazzo; anzi, a ripensarci ora mi nomino solennemente Presidente del Club Virtuosi Amici di Eric di Indovina Chi? – chi si vuol iscrivere s’aggreghi, ovviamente dietro comprovata e distesamente spiegata & dimostrata ammirazione smisurata del personaggio), del quale – Bill – peraltro aveva anche il pizzetto.
Ora, il mio Poliedrico Farmacista non aveva particolarità veruna, non fosse che sapeva tutto, era dappertutto, aveva abilità in tutto: se in palestra, nello spogliatojo c’era lui, vestito con una fasciante tutina da spinning nera variegata in bordeaux, pronto a’ ludi ginnasiali, col corpo a pera castorizia in bella mostra; se aprivi il giornale la domenica mattina, c’era la sua foto in quanto vincitore d’un concorso di modellini navali, mentre stringeva fiero fiero la sua creazione (l'esatta riproduzione della Nave da Cargo del XVIII sec. "Grongo III", con tanto di bandiera Bungaresca e cannoni in marzapane); se capitavi in farmacia per comprare gli Zigulì al Barbacane (ah, gli Zigulì al Barbacane!) con un fumetto sottobraccio, lui ti intratteneva con una sottile disquisizione sugli albi più vecchi di Corto Maltese, e com’erano stati ristampati ottimamente nell’edizione dell’Espresso, il tutto mentre ti faceva lo scontrino, ecco a lei son cinquecento lire se ce l’ha in foglio preferisco. Tutto poteva, tutto sapeva, il mio poliedrico farmacista. Se andavi in giro, lo trovavi. Era anche abile giocatore di bocce, e a un certo punto snellì anche, si vedeva bene dal camice bianco, perché andava anche in mountain bike.
Facile sapesse a menadito anche le odi del Parini – ahahahahaahahahoioi, il Parini ahahahah, è inutile, via: ogni volta che mi vien da ripensare al Parini – chissà perché – rido.
Ahahahahahahah, il Parini, "Quando Orion dal cielo / declinando imperversa / e pioggia e nevi e gelo / sopra la terra ottenebrata versa, / me spinto ne la iniqua / stagione, infermo il piede, / tra il fango e tra l'obliqua / furia de' carri la città gir vede; / e per avverso sasso / mal fra gli altri sorgente / o per lubrìco passo / lungo il cammino stramazzar sovente" - ahahahahah il Parini, "In vano in van la chioma / deforme di canizie, / e l'anima già doma / dai casi, e fatto rigido / il senno dall'età / si crederà che scudo / sien contro ad occhi fulgidi / a mobil seno a nudo / braccio e all'altre terribili / arme della beltà" - ahahahahoioi il Parini, no via non ce la faccio più, oioi.

novembre 27, 2007

I RICORDI

Mi ricordo, sì mi ricordo – GesùGiuseppe&Maria, com’avrò fatto mai a scordarmelo ‘nsino ad oggi, ohibò, perdinci, accidempolina, cazzo & controcazzo, puttanaccia evaccia troia&bagascia – il mio barbiere, che si chiamava Peppino Zafarana e c’aveva la faccia lunghissima col naso decisamente importante e la figura allampanata, esile come una promessa (ah, Schulz Schulz, perché non ci sei piùlz? ahahahah). Da Peppino Zafarana ti sedevi e lui accendeva uno dei due mangiacassette che aveva accanto; uno col liscio, uno con Sandro Giacobbe, a seconda di chi c’era sulla poltrona, giovane o vecchio. Se lasciava la radio, dopo un po’ cominciava a maledire Nilla Pizzi, che al tempo faceva la pubblicità a certe pillole miracolose per dimagrire, anche in tv
“Maledetta NillaPizzi, non è ancora morta?”, diceva, “quella vecchiaccia: è anche in televisione a scassare la minchia con quella robaccia. Ma quanto rompe i coglioni... maledetta Nilla Pizzi. Brutta stronza vecchiaccia, ma se morisse...”
restava poi sdegnatissimo per un po’, giusto il tempo di chiedere puntualmente che scuola facevi, che lavoro facevi. Se putacaso facevi l’istituto professionale alberghiero (e ho detto l’Accademia dei Lincei), cominciava a maledire quegli americani, che andavano agli alberghi di lusso della vicina San Stercone Terme (BMX), a far le cure dell’acqua, e che te dovevi servire come cameriere.
“Quegli americanacci… vengono da noi, fanno i signoroni, bevono quell’acquaccia puzzolente, e poi vanno in albergo e ci fanno certe cacate… accidenti a loro… certe cacate, ci fanno…”
Non c’era volta che questa conversazione non avvenisse, mentre nel frattempo ti acconciava all’Umberta, col riporto, alla zingara, col ciuffo rockabilli, colla divisa anni ‘50, colla pettinatura del carabiniere. Com'è possibile averlo lasciato lì, nel dimenticatojo, fino ad oggi, il vecchio Peppino Zafarana? La vita dà, la vita toglie: a me la vita ha dato Zafarana.

Domani: il mio poliedrico farmacista.

ottobre 24, 2007

SEBBENE CI SIANO ZONE & PERIODI DELLA MIA VITA (PRATICAMENTE TUTTA, GIORNO PIÙ GIORNO MENO) CHE MAI E POI MAI VORREI AVER VISSUTO, TIPO QUANDO ANDAVO A SUONARE WONDERFUL TONIGHT IN PIAZZA A TABAGISMO MILIZIANO VAL DI SOPRA COL MIO PARENTE PANETTONE® CHE CANTAVA E STRIMPELLAVA, EMULO PROVETTO DI UMBERTO SMAILA E TUTTA QUELLA FOTTUTISSIMA GENÌA (PER TACERE DI QUANDO SALTAVA GLI A CAPO O PERSISTEVA A CANTARE SUGLI A SOLO STRUMENTALI); SEBBENE TUTTO CIÒ, PVRTVTTAVIA (SÌ, PROPRIO PVRTVTTAVIA) STUPIDITÀ MI MÒVE A DAR NOVELLAMENTE LA STURA A


I RICORDI

Mi ricordo, sì mi ricordo, la professoressa Bertelli. Orbene, la professoressa Bertelli – insegnante d’inglese presso il regio istituto delle pie suorine maculate e repubblichine, scalze e senza portafoglio “Aurelio Fierro” eroe d’emigrazione & lagrime – sosteneva d’essersi fatta potenziare l’udito, all’esclusivissimo fine di impedire il loro sporco gioco agli alunni che suggerivano ai compiti o alle interrogazioni. Nonostante fosse alta un metro e un cazzo e avesse capelli color della stoppia degli spaventapasseri, elegantemente raccolti in un taglio a paggio/mocio vileda, tutti la temevano molto, e l’avevano soprannominata PROFOCOP. Quando qualcuno non sapeva la classicissima segaccia nulla, alla lavagna come davanti all’apodittico foglio protocollo bianco piegato in due, la professoressa Bertelli sorrideva serafica ma inesorabile, guardando negli occhi il malcapitato che credendosi fvrbo, aveva ardito suggerire alla stolidissima phya de’ suoi sogni, confidando magari in future ricompense al cambio dell’ora (toccata poppe/dito-nel-culo/masticone rrrapido): “è inutile che ci proviate, vi sento, ho l’udito potenziato”. Non era permesso neanche alzare la testa dal foglio. La professoressa Bertelli era sposata col professor Bertelli, il quale invece insegnava lettere e aveva la voce perennemente fioca e dei meravigliosi denti da cavallo, tantoché teneva le labbra arricciate per farli  vedere meglio. Il professor Bertelli andava in giro con un orridissimo shearling peloso e (ce ne sarà di gente strana, al mondo?) le scarpe coi tacchi. Molto alti. Dopo un po’ di tempo nella stessa scuola entrò la figlia dei due, che insegnava Tedesco, e aveva altre particolarità, tipo i metodi da nazista e l'interrogazione-confessione.
The Bertellis sapevano a memoria tutto lo scibile, dividendoselo.
Comunque la si voglia mettere, poi gli anni son passati veloci come merde che seccano sui binari del tempo (ah, son pöeta!), e adesso (sempre che non sia morta, sepolta & mangiata da’ vermi – si sa: la vita è crudele et inesorabile) la professoressa Bertelli probabilmente avrà fatto installare nella parte esterna della coscia destra una pistola laser (nella sinistra c'è già lo scanner delle inclinazioni di pensiero dell'interlocutore), utile per terminare qual dei riottosissimi alunni moderni osi anche solo pensare di suggerire al compagno in difficoltà il past tense del verbo to bring.

agosto 02, 2007

Bada, è tanto & assaj che qui non ci scrive nulla nessuno. Grazie al cazzo, ci posso scriver solo io. Che ci mancherebbe altro, poi; che ci vorreste scrivere, voi? Ahahahahaahahahahaahahahahamaorabastaridere. Tampoco non do – cazzo, vi pare dovrei? – giustificazione veruna al fatto che non scrissi più è tempo immemore (badalì che costrutto con ellissi di qualcosa, paio il re del cazzo & della merda di samraimiana memoria), imperocché mi son tirannico, acido ed ostile, nonché borioso com’un tacchino. E vi vo in culo, assai e di gusto. Questo è da tenersi a mente sempre: Arnaut Daniel era quello che cacciava la lepre col bue, scriveva nell’aria e nuotava contro corrente; io per me son colui che vi va in culo. E porta – generalmente – sei; a volte sette, od anche nove, quando gira proprio a mille. Sicché, puppa.
La storiella che mi frullava pel capino in questi giorni però m’imponeva d’esser scritta, perché come tutto il resto che c’è qui (a parte i pynferi, ai quali sto insegnando a giocare a calvin-ball – a quello men nano, perché quello inferiore, ovviamente, per adesso sa-una-sega®) è scipitissima et inutile, oltreché spesso volgare e di cattivo gusto. Così, tra l’altro, m’ha recensito l’Esquire, che è un giornale che se ne capisce, quindi lascia fare. E allora.
E allora insomma mi ricordo di quando fummo ad una cena dove non si conosceva nessuno. Perché non si conosceva nessuno? Perché chi ci portò c’aveva detto che lui conosceva tutti e c’era pieno di PHYAE. Poi non conosceva nessuno nemmeno lui e non c’era neanche pieno di PHYAE, che detta così è come dire – per dirla col Beckett, che di sicuro era più furbo di me che scrivo, nonché certo di chi legge (sempre me, e magari il patzientissimo ciofo, al qual son deferente; deferente o rancoroso, poi si vede) – “allora rientrai a casa e mi misi a scrivere: «è mezzanotte; la pioggia batte sui vetri». Non era mezzanotte. Non pioveva”. Comunque sia dicevo, venne fuori – quando ormai s’era lì – che nemmeno chi c'aveva menato seco conosceva nessuno. Tranne, di vista ma assaj di vista, la festeggiata. Già, giacché la tapina era festeggiata: o di fresco novellamente mestruata, o avea primamente concesso le posteriori intimità al drudo d’ordinanza, non saprei; ma qualcosa avea comunque a festeggiarsi, e sicché ci sarebbe stato d’uopo pure un bel regalo. Adunque vinto l’imbarazzo iniziale, ritti in circolo in fronte all’insegna della greppia mentre tutti si chiedevano “e questi cazzo sono?”, accedemmo al ristorante-sciampagneria-lussuosità “Alfio Diligenza”, ove ci fu facile sedersi in fondo in fondo, pur se da lì ci fu anche prematuro il notar l’orrido quant'amarissimo cimento che attendeva noialtri tutti, come guiderdone alla nostra bravata: nel locale si faceva careoche e pianobar. C’era la pianola, e il tritone d’ordinanza che pigiava que’ tastini, col su’ bel gileino modello Umberto-Smaila-è-il-mio-indubitabile-modello-di-vita. Di lì a poco egli cominciò, e tosto il microfono prese a girare pel tavolo e tutte chi voleva cantare l’ultima di Milva, chi l’ultima di Andrea Mingardi, lanciandosi in gran copia litigiosa sull’ATTREZZO™ tennologico e portandoselo IN BOCCA™, con noi che intanto si scoprì di conoscer uno della tavolata che però ahinoi era pure incontrovertibilmente frustone e quindi al danno c’unì la beffa amara nemmeno c’avesse scritti il Sacchetti. Pare si chiamasse pure Manolo Risaliti, e facesse il professore di buget all'Alberghiera di Pistacchio (prov. di Tifone Infernale).
Metà cena (dopo gli Avariati alla Panna, le Macerie Tarfufate e i Tagliolini alla Garritano), arriva la sorpresa: la festeggiata, tra’ laï entusiasti di tavolata, si fa scoprir suonatrice di pianola e, licenziato il tritone sgargiante s’asside davanti allo STROMENTO™ e ci delizia cor una versioncina di iesterdei tutta instrumentale, di quella che con la sinistra fai gli accordi e colla destra la melodia, o al limite du’ note insieme, per un gustosissimo bicordo. Il tutto mentre il di lei drudo, risibile bietolone dal largo collo e la notevole epa in optima vista nonostante cercasse di sviar gli occhi cor un vezzoso quanto abusato pizzetto alla robybaggiofaccilaeroplano, avea fatto modo d’averci pelle mani l’ARNESE™ di cui sopra e, seduto piantato, cominciava a soffiarci a voce grave e piena, quasi a fare il più molesto sottofondo che mai abbia sentito (a parte la musica di reneobrì o il buddabar, ma 'ste cose sarebbero venute dopo, indi poco conta): “BASTA…”; “FA’ FESTA…”; “ALLORA…”
Be’ momenti, quelli; momenti d’allegro convivio, unico, peccato poi la tisi se li sarà di sicuro portati via tutti, i partecipanti & convenuti, ma io me li ricordo, ah sì, me li ricordo. Tranne noi cinque, ovviamente, che a’ teNpi ci si chiedeva cose tipo occome fanno tutti a averci le PHYAE? E quella sera si capì che bastava fare come il bietola, lì, che era facile, bastava far così. E si fece, seduti piantati anche noi, a esser molesti e magari grassi e cor un lavoro importa
nte. E difatti oggi siamo tutti sposati.
Ame.

maggio 31, 2007

I RICORDI

Mi ricordo, sì mi ricordo che una volta in classe alle elementari c’avevo una che si chiamava Topazia, che quando rideva pareva una drupa, o anche una donnola. Aveva tutti i denti che era come fossero marchiati da qualcosa. Poi la rividi che stava insieme a uno che conoscevo, il Furia. Poi si lasciarono. Quando chiesi a lui come mai si erano lasciati, mi disse:
“è chionza”.
E poi la chiamava Apatozzi. E tutti si cominciò a chiamarla Apatozzi. L’Apatozzi.
Ed era veramente chionza; bastava guardarla meglio.
Vuoi che non sia già bell'e spirata&sepolta?

gennaio 16, 2007

I RICORDI

Mi ricordo, sì mi ricordo il Bertella, che era un bambino che già a 6 anni aveva i capelli grigi sparati in testa e la voce roca, come se avesse la laringe irrimediabilmente GUASTA. Aveva pure due dentoni a castoro, ed era alto un metro e mezzo a starci larghi. Era - ma dopo, quando me lo ritrovai alle medie - fissato con la pesca, e al professore d’educazione fisica (uno che pareva pippo ma con barba&pipa e che poi fu espulso dalla scuola, in un bel tripudio di casinî) che aveva minacciato insufficienze illegalissime per tutti gli alunni che volessero partecipare alle gare di pesca, dicendo che la pesca non era un sport (era meglio palpeggiare le ragazzine con la scusa delle gare di tiro con l’arco, lo sport più sport di tutti), mandava a dire: 
“provaci te a agganciare una carpa di dieci chili e poi tirarla su. Lo vedi, poi, se non è uno sport!”
Con quella voce roca, e quei due denti da castoro. E quei capelli grigi ritti, a dodici anni.
Ora, va da sé che, avendo egli queste caratteristiche già a quell’età, vuoi che non sia morto abbondantemente? POVERO Bertella!

(sì, lo so: il colophon diceva che i ricordi eran finiti. Eppure faccio il cazzo che mi pare, un po' come la Casa delle Libertà, sennò non si chiamerebbe Casa delle Libertà - Facciamo quello che cazzo ci pare. Inoltre, ci bisogna d'avere un rycordo per tutti, come dice sempre anche il mio amico REPEKA - dyco per dyre, in realtà è notorio che io NON ho amici. Eppoi, m'è venuto in mente ora. O picchiami)

ottobre 31, 2006

I RICORDI 

E mi ricordo, sissì se mi ricordo ma ti pare, anche il Nasi, che era anziano e risparmiatore già a sedici anni. Un Gene Hackman con quarant’anni di meno, ma molto più vecchio. Gli garbava Celentano. Di quelle persone con la barba anziana, coi vestiti anziani, che a sedici anni pajon cinquantenni, che da giovani son vecchi e fan vita de’ campi e non comprano il diario. Ogni altra considerazione, a suo tempo avendo già egli sedici anni che in realtà eran sessanta o più, ha certo ad essere implicita o tacita. Il Nasi. Oioi.

COLOPHON - E con questa persona che ricordo, io, Brunero da Montajuti Ianese, copista nell’anno del Signore MMMIII(nchia), I anno dell’era di pontificato di S.S. Matzinga Rota, concludo i ricordi, in data 3uno 8bre. Mi ricordo, sì mi ricordo, tutta questa cazzo di gente che mi ricordavo, di cui non importa a nessuno tanto meno a me. Tanto – vedrai – son tutti morti. Il Nasi per primo. Toh, così l’ho detto anche di lui. FINE. 

ottobre 27, 2006

I RICORDI 

Ma te lo ricordi, te, te lo ricordi il Poli, quello che giocava a pallone con la conchiglia e tutti a prenderlo per il culo, quando ci si batteva con le nocche per far vedere che lui c’aveva la conchiglia sui coglioni? Te lo ricordi? Poi una volta non se la mise, ci prese una pallonata e ci rimase. Peccato.
Certo, meglio finir così che diventare uno che organizza Kick-Off aziendali, eh? Però, peccato lo stesso. Son sfortune, sì sì.

settembre 21, 2006

I RICORDI 

Mi ricordo, sì, mi ricordo di Maurizio Bottan, che anche lui veniva all’asylo con me e che era pure amico di Maurizio-mangia-e-caca e che lo (Maurizio Bottan) veniva spesso a riprendere il nonno, che io lo chiamavo il Nonno di Pierino e che pareva taaanto cattivo, con quel nasone rosso e tutto gobbo&gonfio.
Vuoi che non siano morti & sepolti, tutti e due? Lui (Maurizio Bottan) mi par di ricordare fosse già nano, a quei tempi là.
Povero Maurizio Bottan! Povero Maurizio Mangia-e-caca! Povero Fabio Barelli, che una volta rimase con la testa incastrata nella ringhiera delle scale, per far le feste alla mamma che era venuta a riprenderlo!
Bell’asylo, sì…

poi uno si fa domande...

giugno 20, 2006

I RICORDI

Mi ricordo, sì, mi ricordo La-Bomba-Merda, un ragazzone col pancione e la fissità nello sguardo, che veniva a giocare a pallone al caNpino dove si giocava noi. Aveva una tuta viola, la barba sempre di qualche giorno, folta, e dimostrava quell’età indefinibile che può avere uno come La-Bomba-Merda, fra i venticinque e i quarantacinque anni.
Arrivava in bicicletta e dietro si portava sempre un pallone versicolore, tipo da beach-volley. Era La-Bomba-Merda, suo malgrado e presumibilmente infidissimo e molesto; grasso sì, ma ripieno senza dubbio di sola & pura merda. Semmai fosse scoppiato, avremmo saputo quali sarebbero state le conseguenze. Anche lui, come FUNGO™, era taaanto bravo, taaanto buono. Allora perché lo prendevamo in giro?
Povera Bomba-Merda... ormai sarà scoppiato, di sicuro.
Ah, se sa esser crudele, la vita!

marzo 24, 2006

I RICORDI


Mi ricordo sì mi ricordo la Flori Federica, che veniva alle medie con me ma in una classe diversa, e c’aveva un visino grazioso e nell’insieme era molto, appunto, aggraziata. Poi passarono gli anni e la rividi, e era quadruplicata: al posto dei fianchi aveva un baule, e il viso, ancora leggermente grazioso, era imbolsito che pareva una rana di quelle che gonfiano mentre gracidano. Di sicuro adesso sarà morta scoppiata, o avrà sposato un tipo olivastro e méchato che riesce a dire “DAI, ANDIAMO VIA!” ruttando, e che per parlarti da qui a lì urla. Peccato.


Tutto si corrompe, tutto va al culo


febbraio 02, 2006

I RICORDI


Mi ricordo, sì, mi par proprio di ricordare la fu Principessa Johnny Merda, che c’aveva un gran muso a topo, e che cacava solo in compagnia delle amiche/ancelle/serve/schiave, le quali dovevano andare a trovarla, fumarci due sigarettine propiziatorie, e accompagnarla indi al cesso, amabilmente intrattenendola & distraendola mentre lei si sedeva sulla tazza e cominciava a spingere. E quelle stavano lì, come se niente fosse. Ecco, lei so per certo che è morta: uno stronzo le si mise di traverso, nel culo, e non ne fece passare altri. In capo a tre giorni scoppiò.

gennaio 31, 2006

I RICORDI


Mi ricordo, sì mi ricordo Mitia o Mitial, un bambino-gigante con quel nome del cazzo che nessuno ha mai capito se c’avesse o no la -l finale, e che raccontava sempre una barzelletta che diceva “'spetta 'spetta... 'spetta un momendo!”, e “via ragazzi, questo è frocio!”, e non so bene come fosse né perché la raccontasse. Io mi ricordo che Mitia(l) c'aveva la carnagione parecchio scura, e girava con una canottieraccia sudicia, ed era veramente un bestione. Magari era un ROM, vai a sapere. Ma anche lui, come tutti del resto, sarà morto, sepolto & secco.


gennaio 30, 2006

I RICORDI

Mi ricordo, sì mi ricordo UGO PERA, che non si chiamava UGO PERA ma Stefano Ciapetti, però Ugo lo chiamavano già, e Pera glielo misi io, perché era fatto come una pera, col culone largo e le spalline piccole. Me lo ricordo, sì, UGO PERA, che era praticamente glabro, con la pelle bianca chiazzata qua e là di rosso, che si vedevano tutti i pori in superficie, come un pollo, e che sparava cazzate a raffica perché era pieno di complessi. Era un gran sudicio, UGO PERA, e c’aveva sempre gli orecchi che colavano cerume, come fosse marmellata. Forse era una malattia. Forse no. Ad ogni buon conto, tenendo conto anche di questo, vuoi che non sia già morto? UGO PERA: morto, marcito… che differenza farebbe?

gennaio 13, 2006

I RICORDI


Mi ricordo, eh se me me lo ricordo, il cavalier Silvio Berlusconi, quello che una volta diceva che i magistrati eran tutti corrotti, fantocci al servizio delle sinistre comuniste e staliniste che lo perseguitavano gratuitamente, e che ora, perché quegli altri idioti si son fatti beccare anche loro, va serenamente e di corsa a deporre e dire quel che sa (perché poi dovrebbe saperne qualcosa?) ai PM, non prima di averlo sbandierato un bel po’. Una volta ha anche sconfitto il cancro, dice. Morto non è, ma vedrai prima o poi gli tocca anche a lui. Sarebbe anche l'ora...