Visite

Visualizzazione post con etichetta nanosincrasi e altra arte somma. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nanosincrasi e altra arte somma. Mostra tutti i post

aprile 03, 2007

Adornata di pezzòle colorate e drappi legati per tutto il corpo, gonfia e trasudante di quella cultura con la 'C' e magari anche la 'U' maiuscole, la nota artista totale Eolia Buccianty ci riceve con pose affettatissime e teatrali, volutamente malcelando lo sdegno e il sussiego che – di fronte a cotanto personaggio – certo tutti ci meriteremmo. Non ci offre nemmeno un teino da surgare, laddove lei si presenta con un pretenziosissimo Samovar fumante e una altrettanto esosissima coppa di porcellana armena decorata in oro. Miscela di tè nero Bancha e tè bianco Yin Zhen, il tutto arricchito da petali di rosa canina e cardamomo. Se lo versa e se lo beve. Ma vaffanculo. E comunque.
E comunque è coreografa, lei; che lo si sappia in giro. Ha vinto concorsi in tutta Europa, e uno anche in tutto il mondo. E poi magari è anche pittrice e scultrice, a giudicare dalla sequenza di "cose esteticamente significative" – come le chiama lei – di cui si è circondata nel "
lounge" – sempre come lo chiama lei. Qui ho davanti – m’informa – Rapsodia del riflusso dell’esistere, n. 769/b, riguardo a cui è meglio se taccio perché comunque, per "ARTE SOMMA & SUPREMA – ANCHE A RATE AL 3%", siamo qui per intervistare la signora Eolia Buccianty detta Boria dagli amici (avendone), in versione Danzatrice Aulica e Mystica. Comunque, era uno sbrodolo infelice e pieno di sé. Vai, l'ho detto. E dunque

E dunque parliamo del suo ultimo lavoro, la coreografia-movimentazione dello spazio I rimasti. Rimasti dove, prima di tutto? Guardi, non mi faccia perdere tempo: io percepisco danza in potenziale in quasi tutto quello che mi circonda.
Io son tra le cose che la circondano, al momento. Percepisce danza anche in me? Anche se tiro su col naso o mi gratto il culo?
Percepisco danza in potenziale in quasi tutto quello che mi circonda, ma alcune nature, situazioni, immagini od eventi risuonano con più forza.
Capisco. Quindi io non risuono, suppongo. Né come natura, situazione, immagine od evento. Della cosa me ne incoglie assai. Davvero. Ma allora: cosa ha colpito il suo immaginario, per lo spettacolo I resti, o come si chiama, lì?
I Rimasti. La visione dell’opera del pointilliste sloveno Ankel Fruskel Il natale dei rimasti datata 1909, ha trov…
Cazzo, ma sa che Ankel Fruskel pare una marca di cerali per colazione? È un nome fantastico, Ankel Fruskel. Dica la verità: se l’è inventato lei? Deve ridere tutto il giorno, uno con un nome così. Tipo Arlo Pear, se lo ricorda? Arlo Pear. Ahahahah, che cosa fantastica, Arlo Pear. S'intitolava Un folle trasloco, mi pare. Ahahahahahah. Rida un po’; su, fa bene alla pelle… dicevo. La visione dell’opera del pointilliste sloveno Ankel Fruskel Il natale dei rimasti datata 1909, ha trovato dentro di me una cassa di risonanza, una corrispondenza del sentire e del desiderio del rendere visibile.
Ok non ride, lei. Rendere visibile. In senso assoluto. Bella roba, sì. E cosa intende per cassa di risonanza? È come quando uno beve la Coca-Cola e poi rutta sporgendo e tirando il petto in fuori per far rimbombare di più il rutto? Sa che in redazione abbiamo un grafico bravissimo nel far queste…
la scena ritrae lo stanzone di un ricovero per derelitti nel giorno di Natale. La stanza è quasi completamente vuota ad eccezione di sei figure, I Rimasti, confusi, rassegnati, abbandonati, immersi e desolati nella malinconia, ma carichi di profonde tensioni emozionali.
Insomma, è un po’ come quella demente della Mazzantini quando scrisse e fece andare pei teatri d'Italia quel troïaio di Zorro, recitato ovviamente dal marito per dare un colpo al cerchio e uno alla botte. La tesi di fondo era: i vagabondi e i barboni sono un po’ allezziti sì, ma in realtà sono i più liberi e felici di tutti. Loro non lo sanno e preferirebbero dormire all'Hérmitage, ma fidatevi che è così: io son scrittrice, queste cose le capisco. Soprattutto, poi, c’hanno un fascino poetico che… No. Fruskel decompone la luce come percepita dal nostro sguardo e la trasporta sulla tela avvicinando tra di loro i diversi elementi cromatici che la compongono, dandoci così un’esperienza visiva e sensoriale che il nostro occhio non sarebbe in grado di cogliere. Così il nostro sguardo si insinua nell’immobilità di queste figure raccolte nella loro marcata solitudine e va a scomporre la staticità dell’immagine svelando che ogni personaggio è portatore di precisi cromatismi e come questi interagiscono per ricreare la costante.
Costante, punto? Quale costante? La Costante di Planck, forse, che dice sia una costante fisica il cui valore è equivalente alla quantità d'azione fondamentale ed ha le dimensioni di un'energia per un tempo rispetto al momento angolare? Sa per caso cosa cazzo vuol dire, che io l'ho letto stamani da qualche parte e non c'ho capito una beatissima mazza? Può aiutarmi, lei che è artystona? 

A questo punto vengo messo alla porta. Coll'ausylio del filippino Gailor, che (penso) m'insulta, e della coppia di Carlini (d'antico pedigree, che lo si sappia in giro) Carl-Gustav e Erica-Jong, i quali m'appiccicano anche un par di morsi sulle scarpe, mi ritrovo faccia a faccia con un bel portone di legno presumibilmente massello, senza che abbiamo nemmeno granché da dirci. Non m'hanno reso l'ombrello. Né m'è riuscito di fare il mio numero colle Lingue di Menelicche e gli occhiali Groucho Marx sul culo. Peccato perché sarebbe stato apprezzato. Tornerò a casa, anche se non è mezzanotte, e non piove. Tanto, succedeva già a Beckett. Sapete un cazzo, voi.

settembre 20, 2006

BRAPY CARDANO – L’arte così, tanto per fare. A seguire, rinfresco offerto. Ancora alla galleria Ciapetti ma stavolta niente cassiera burbanzosa e sulle sue, ci vado e m’introduco proditorio & surrettizio quando è chiuso, alla faccia sua che è sorda all'arte e al sapere e piuttosto la dà al gatto.

Quest’oggi (atelier-autoscuola Ciapetti in coatta società collo Iovi causa incipïenti debiti cogli usuraj, suonare interno due non è assolutamente detto che qualcuno apra, Beppe è ormai freddo della freddezza del rigor mortis pace all’anEma sua, pare facesse parte di uno degli happenings dell’artista in questione) s’inaugura la personale pittorica di Brapy Cardano, giovane artista Galliero-Uzzese che da anni svolge un’attentissima – massipensi: è così attenta che non fa scuocere nemmeno l’uovo alla coque e non pesta mai le merde – ricerca espressiva, cogliendo risultati di particolare originalità, come quando ha capito di possedere un nome che è possibile (anzi, agevole) dire ruttando.

Il colore è il punto cardine del suo percorso creativo, e grazie al cazzo ci verrebbe da aggiungere, se una fa la pittrice cosa dovrebbe essere il punto cardine? La merda? Comunque sia: il colore e gli arricchenti stymoli che ha sentito in sé dopo aver visto i lavori di Kline, Klein e Kamara che sarebbe il giocatore del Modena ma è uguale sapete una sega voi bastava iniziasse per cappa. Prendendo le mosse da tutto ciò, BBBBRAAAAAAPY (oioi bene… la coca-cola, il panino salsiccia-pangrattato-tabasco-cartaoleata) Cardano ci dice che leggere oggettivamente tutta la realtà intorno a noi è obiettivo inevitabilmente troppo arduo e quindi forse, proprio in virtù di questa consapevolezza (del cazzo), l’artista Austro-Ungarica pensa bene di prender delle tele e ricoprirle di colore, dando a ciascuna di esse il tytolo di Monocromatismo Fortemente Coinvolgente MFC, corredandole ogni volta di un numero progressivo. Così facendo ci offre (o anche no) emozionanti stimoli verso una non banale lettura della realtà, che uno poi può dire: “bada qui com’era blu, la realtà! E poi, badalìììì, lì era verdona! Ma ci crederesti che la realtà avesse da essere così gialla? Nooooooo va’ che robaaa! Rosona rosona così, poi, non pensavo potesse, vero me!”, e via e via.
Lacerti di realtà affiorano se uno va fuori e pastura i piccioni, o snocchìna i monelli molesti, ma alla Realtà Vera (?) ciascuno di noi può soltanto cercar di tendere, con continuo e svdatissimo stvdivm: questo il messaggio di fondo dell’artista Lombardo-Veneta, il cui tendere (tendere cosa? Questa cippa di cazzo?) verso la Realtà Vera ci può esser testimoniato soltanto attraverso questi DIPINTI, queste distese piatte di colore, questo Monocromatismo Fortemente Coinvolgente 1-17, appunto. Un po’ tipo gli eremyti o i bonzi insomma, che stanno lì e aspettano e aspettano, vestiti coi cencini e pelati e cogli occhiali e la barba forse, finché poi uno dice: “eccoci! C’ho l’illuminazione! Ovvài, la volevi? Sono arrivato! Piazza Ciùlo! Scendo, domani tienmi il posto, eh?” Un po’ tipo così, vedrai, sì.
L’artista è quindi sconfitto di fronte al vero? Forse: ma BBBRAAAAAPY (ah, il secondo giro al baracchino dei panini!) Cardano, artista Rinco-Valdigiana, ha anche altre frecce al suo arco, e per noi c’è in serbo – oggesù… – la seconda parte della mostra, l’estremo colpo di coda in direzione della Realtà Vera, forse raggiungibile, forse no. So un cazzo, io. 
Stavolta si tratta di 4 o 5 happenings che si susseguono, raggruppati entro il tytolo collettivo di Imput, nn. 1-5. Imput è una parola provocatoria, composta da Imbelle e Putativo, o è semplicemente un errore dell’artista, che ignora che si dovrebbe scrivere Input. Comunque la si voglia vedere, il primo Imput è ancora una volta una tela completamente bianca, salvo che per una sgoratura laterale di vernice, sagomata a forma di punto interrogativo però fatto male, a dimostrare che il figurativo è morto e che si stava peggio quando si stava meglio; il secondo è una luce al neon, tonda, appesa al soffitto, con attaccato (per tramite di una lenza del 16, buona per trote e pesci varî ma fino a 0.800kg, oltre vi si strappa badate che v’ho avvertito non serve a nulla sagramentare dopo) un album fotografico vuoto però decorato a mano con orridi ghirigori a teNpera e matite (opera che avrei personalmente ribattezzato TemperaMatite – ahahah), a significare che l’Arte può anche farsi merce, ma tanto vedrai non perde la sua connotazione di ricerca di significati profondi; il terzo e il quarto sono uniti, e non ho capito se fossero i tubi del riscaldamento o un complesso ma inutile systema di secanti e tangenti (Imput n. 3) costruito su un cerchio tracciato col gesso sul pavimento (Imput n. 4), a testimonianza che la Realtà Vera c’è, eccome se c’è cazzo ora non ci sarà vi pare?, ma è comunque tortuosissimo il percorso per raggiungerla; il quinto infine è il cadavere di Beppe, uno che la Realtà Vera non l’avrebbe raggiunta mai perché biscazziere e bestemmiatore, e quindi è stato ucciso dall’artista Bàrbero-Visigota, all’atto dell’inaugurazione (a seguire, rinfrescooo!), come happening gioïoso e nel contempo sagrifizio estremo sull’Ara dell’Arte Somma, che tende alla Realtà Vera, ma poi tragicamente si perde e annega nel mare del Real Quotidiano (che stasera dice gioca col Real Madrid, e vedrai perde, c’ho pure scommesso sodo alla SNAI di Porcari).
Maledetta Realtà Vera, perché ci fai tendere a te, e poi ti ci neghi? BBBBRRAAAAAAAAAAAAAAAAPY - oioi quel panino, ho fatto pure suonar l’allarme - Cardano, giovane artista Pontificio-Sirventese, ha le risposte. Eccole:
sì;
no;
penso di sì;
coloriamo il mondo;
mettiamo dei fiori nei nostri cannoni;
boh, quando arrivo si vede.

agosto 30, 2006

FVNGVS - MINIMALISMI CONTEMPORANEI, A TYTOLO CREPUSCOLARE: "PERCHÉ TU MI DICI: POETA?". L'ARTE PER POCHI (E MYSERI), ALL'ATELIER CIAPETTI (NEPOTE). ACCORRETE!


Sergio Corrazzini? L’essenzialità come ultimo perseguimento; il midollo delle cose. Questo, casomai, il motto che si potrebbe senza fallo ricavare dalla personale di FVNGVS, all’atelier “Paga ora o fuggimi per sempre” di Nichèlo Ciapetti. A volere. A volere si può tutto, tranne – penso – trombarsi la cassiera (io c’ho provato, mi son presentato lì galuppone & fiero, col mio tesserino di giornalista, petto infuori e il taccuino che poi non ci scrivo nulla però fa parecchio togo portarselo dietro; sicché, insomma, sorrisone bianco & irresistibile e ni c’ho sparato subito: “signorina, son della stampa, per quella recensione-presentazione in anteprima. Ci sono altre Opere d’Arte, qui, oltre a lei? Eh?”, e giù un bell’ammiccamento complice che lei però non ha colto, limitandosi a rigirarsi in mano il mio tesserino e dire “devi pagare uguale, non s’accettano carte”, premendo poi il pulsante per aprir la porta con veramente malcelata ostilità, frammista a compatimento). A non volere chissà, è possibile anche ricavarne un’impressione di fastidio, qualcosa come “ma che cazzo sono tutti ‘sti troiai?”, ma poi magari son io che sono incattivito per questo amaro episodio della cassiera, quindi fa nulla, del resto comunque mi pagano (ah, sì?) per far queste cose, ragion per cui tanto vale ci scriva qualcosa su. Comunque Corrazzini non c'entra un beneamato cazzaccio nulla. 
E quindi, FVNGVS: FVNGVS è un artista che ama velarsi, fin dal nome che ha sostituito – un po’ come Prince, salvo che Prince è più intelligente, forse – con questo insolito nick, sentendo l’impellente bisogno di dissimulare la sua personalità variegata nella giustapposizione di opere ed eventi minimi – nugae, per dirla con qualcun altro (fosse il Petrarca o Bedy Moratti ora non m’è chiaro) – con cui lascia il suo pregnante segno sul quotidiano. Sue opere possono essere una manciata di chiodi sparsi per terra (Il cammino del dolore, appena entrati nella galleria) in un’opera che da evento si fa Arte Concreta, Fluxus e Arte Performativa (i partecipanti sono costretti a camminarci sopra, mentre uno stereo manda grida di dolore registrate) o un bancale insanguinato (Senza titolo 456), a citare ovviamente l’Arte Povera; un libro in latino messo sotto vetro, a significare provocatoriamente la difficile accessibilità della cultura ai giorni nostri; un recinto fatto a lastre di vetro con dentro un cespo di lattuga, degli escrementi e un velo da sposa (Coniglio scappato F99), a significare dio solo sa cosa.
Aderente, come si è ben capito, al MAC (Movimento Arte Concreta), almeno fino a quando i membri non se ne accorsero, FVNGVS prosegue poi con la serie immancabile di filmati con cui ormai ci ammorbano in qualsiasi mostra d’arte contemporanea, alzi una mano chi gli piace di questi troiai, io una volta n’ho visto uno dove c’eran due mani che trombavano (?), e indovinate un po’ come si intitolava? Eh? Indovinate un po’? Ma Senza titolo, ovviamente…
Comunque qui ce ne sono un paio con le solite immagini in sequenza, frenetiche e disturbanti, e altri con i soliti pezzi di vecchi film in bianco e nero, ripetuti all’infinito, magari alternati a momenti in cui la voce dell’artista ripete “FVNGVS, FVNGVS, FVNGVS”, oppure “DireFareBaciareLetteraTESTAMENTOOO”.
Una serie di lavori prettamente figurativi è rappresentata comunque nell’ultima sala, quella dove si deve stare attenti a dove si mette i piedi perché l’artista precedente [cfr. recenZione anZiana], Vany Maprinkovicz, pensò bene di sventrare nel Santissimo nome dell’Arte: qui, l’ottimo FVNGVS ha pensato bene di sistemare tutta una serie di fregacci e collages senza costrutto né misura, che di volta in volta ha chiamato F23, Senza titolo, Ripensamenti, Notte agitata, FVNGVS REGNAVIT. Vi segnalo in particolare il secondo sulla destra, appena entrati: un fondo giallo con un colata marrone in mezzo, a titolo Cravatta per denti gialli; o quello subito accanto (appunto, FVNGVS REGNAVIT), un cartoncino bristol su cui l’artista ha incollato tre orride cartoline e uno stronzo che pare effettivamente vero (iperrealismo, ahimè: si tratta di una enorme colata di tempera marrone)
Prima di riguadagnare l’uscita, un enorme moscone costruito con scolapasta, sedie, tubi idraulici ritorti e sacchi della spazzatura troneggia al centro dell’ultima stanza, mentre un persistente e fastidioso ronzio si diffonde nella stessa, ancora una volta frutto di uno stereo sagacemente posizionato dietro un paravento. Moscone senza titolo. Simboleggia l’animo gitano che è in ognuno di noi, e in particolare il mio in quel preciso momento, visto che ho pensato bene di cavarmi dai coglioni e alla maniera più spiccia e veloce - gitana appunto: cioè cacandogli in bagno, non tirando lo sciacquone e rubandogli la saponettina.
All’uscita ho provato a dir qualcosa alla cassiera, mettendo anche 50 euro sul bancone. Niente, macché. Eppure la cultura fa, dice. Sia sorda?

agosto 25, 2006

VANY MAPRINKOVICZ - Retrospettiva militante d'artista, per scuoter le coscienze & mostrar la via. All'atelier "Ingresso a strozzo - pagare veloce o scappar repente", di Ciapetti Vaurilio


La fotografia è un mezzo di espressione artistica autoreferenziale, valido e pregnante in sé e per sé? Può solo rappresentare l’Altro, l’Esistente, o può raffigurare autonomamente il Nuovo, dando vita, magari combinandosi ad altre forme d’arte, a un Nuovo Esistente? Se mangio veloce tre etti di mortadella senza pane, poi sto male?
Questi e molti altri sono gli stimolanti e (apparentemente) insondabili interrogativi che da sempre hanno spinto Vany Maprinkovicz a muoversi lungo un percorso al termine del quale si situa senz’altro la mostra-evento che si inaugura oggi presso lo stanzone-atelier-cantiere del Ciapetti, galleria-sottopasso 3, urlare BBBEPPPEEEEEEEEE sotto la finestra coi geranî che Beppe è il Gustode – lui lo dice così, sconsigliato contraddirlo – e c’ha lui le chiavi ma non lo disturbate alle 15 perché sta cacando e ci sta che s’inalberi parecchio, provare per credere, io c’ho sempre un occhio nero e il culo che mi frizza.
Nata 28 anni orsono, in un ridente paesino alle pendici del monte Rancore, la poliedrica artista Magravia (?) ancorché di origini Bosniache e anche un po’ Italiane (la nonna è stata una volta a Pavia, in visita alla C.A.P.Ra. – Centro Autonomo Pavese di Raccolta. Di che? Ma di Stronzoli, mi par chiaro), alla sua prima retrospettiva monografica in Italia, si presenta nel segno della sperimentazione militante e del lucido scandaglio provocatorio di coscienze (parole dell’artista) “ormai languenti, apatiche, misere e vili”. 
Ecco quindi spiegata e motivata la monumentale serie dei Senza Titolo I-XVIII, diciotto (apparenti) tele dal colore uniforme e lucido, ora nero, ora bianco, ora rosso. All’origine ci sono altrettante fotografie, ingrandite a dimensione della tela e qui incollate a mezzo coccoina e attack, indi completamente ricoperte di vernice colorata e riflettente, quasi uno specchio. Le foto non si vedono né si intuiscono, e simboleggiano probabilmente il vero animo umano, ricoperto dai detriti lucidi di quella che vorremmo (tanto) chiamare civiltà. Interrogata al riguardo del contenuto delle foto, l’artista non ha voluto rivelare cosa esse contenessero in principio, proprio perché, secondo un paradosso a lei tanto caro, “nel non sapere sta il sapere, e nel sapere l’ignoranza”. 'Sticazzi, mi son detto qui, ingoiando aria.
L’evoluzione del di-lei pensiero (“siamo come un fiume che scorre, ci arricchiamo ogni giorno di nuove cose”, ha spiegato la Maprinkovicz nella conferenza stampa-rinfresco a seguire l’inaugurazione, signorilmente ignorando qualcuno - chi mai? - dal pubblico il quale, dopo aver sonoramente ruttato, ha chiosato con un "arricchisciti di questo"), poi, ci porta poi alla serie dei Senza Titolo con Decorazioni XIX-XXVII, lavori strettamente collegati ai precedenti, come questi realizzati (ancora: fotografia ricoperta da vernice uniforme), e da questi differenti soltanto per alcune piccole sgocciolature (dripping) colorate fatte cadere dall’alto sulla tela, prevalentemente ma non necessariamente ai lati, a disegnare un percorso "misero e scarno" sì, ma che rispecchia in pieno "il timido risveglio della coscienza dell’uomo di fronte alla crudeltà del mondo”. O almeno, questa è l’interpretazione che ne ha dato lei, ammettendo tuttavia molte altre chiavi di lettura, perché la sua è un’opera che “deve muovere anzitutto alla riflessione, da dentro ognuno di noi" (qui, altro sonorissimo rutto, con - invero un po' inflazionata - aggiunta: "a me mi smuove questo").
L’obiettivo meditativo-profondo-catartico, del resto, è stato perfettamente centrato, visto che i - pochi: ah, languenti coscienze del mondo massificato! - presenti si sono più che altro dati alla contemplazione delle due serie, di quando in quando pettinandosi e sistemandosi i nasi, tipo me che c’avevo una stizza che non mi dava tregua da quando m’ero alzato, e siccome dopo c’avevo da vedere una phya, non mi pareva bello farsi trovare con un corno ritto tipo Goldrake. Grazie, Arte!
Proseguendo nel percorso allestito per noi dall’artista, troviamo la Stanza Vuota e Sventrata Senza Piastrelle, della quale mi sfugge il senso ma vedrai uno c’è (Beppe non l’ha ancora vista, e mi sa che non la prenderà bene), la serie di foto sperimentali (per lo più nere e uniformi, con oggetti non bene identificati a farsi intravedere ogni tanto: una volta si riconosce un tallone, altre volte una mensola sfocata, altrove un pupazzo con qualcosa nel culo) a titolo Coniglismi, e il Nano Mantecato all’Amarena, opera, quest’ultima, realizzata in collaborazione con il misteriosissimo nanogeno che qualche tempo fa imperversava con la sua arte performativa nelle piazze e nelle case d’italia. Non avendo mai voluto rivelare niente di sé, nulla ha concesso nemmeno in questa occasione, nascondendosi (probabilmente) tra i visitatori e non consentendo neppure che il nano originale, in gesso bitume e cernit, ricoperto dalla Maprinkovicz con un abbondante quanto vistoso strato di vernice lucida color minio e ghirigori rossi, a coprire presumibilmente anche un'altra serie di fotografie del cazzo, figurasse come opera sua. Ma – certo – è indubbio, anche se, una volta acceso, il nano non è scoppiato come di consueto, mandando bensì solamente un lieve sibilo minaccioso, prima di vedere volutamente spenta la sua miccia, in un gesto altamente simbolico dell’hic et nunc, in cui – ha spiegato la Maprinkovicz – “non si fa nemmeno il botto, ché tutto è torpore. E quindi la missione dell’artista, col suo genio, è sferzare, risvegliare, aprire la via”.
A quel punto io ho rotto un paio di bombette puzzolenti in un par d'angoli, e me ne sono andato. Bello, avergli ruttato così, però. Son soddisfazioni.

ottobre 11, 2005

"ESPLODE" LA MODA DEL MOMENTO: IL NANOGENO INVADE MILANO
Milano, Galleria Vittorio Emanuele – La scena è di quelle che non si dimenticano. Un cordone di nani da giardino, lungo tutta la galleria, prima s’incendia, poi scoppia. Fino all’ultimo, che esplode col suo ripieno e i suoi profumi. È la grande novità del momento: nani che saltano in aria. Nuovo glam, trend lanciatissimo. Dopo le varie performance presso case private, il misterioso artista-attentatore allarga i suoi orizzonti. Qualche settimana fa ha toccato la storica cornice di Castel Gandolfo, a Roma; stavolta si è concesso l’esame della città della moda, inserendosi di prepotenza nel suo salotto. Ricordi Media Store, Bernasconi, Prada, Andrew’s Tie, Vismara: tutti in fila a guardare. Ammirati, i Brand. Lungo i corridoi della “strada di vetro” più amata dai milanesi, ogni nano mostra i segni del faticoso e originale restyling a cui si è sottoposto questo misterioso artista-attentatore. Sono più di cento, i nani, tutti diversi l’uno dall’altro, sia nelle sembianze che nell’abbigliamento. Truccati dal visagista delle dive, vestiti di carta di riso, griffati, a forma di Ringhio Gattuso: tutto abbraccia e tutto comprende, il genio di questo anonimo autore, emulo forse di Christo. E gli outing si sprecano: "è provocazione pura? È arte? È un gesto di protesta?"

Sono le 11.30, quando lo spettacolo ha inizio. Il salotto buono, a Milano, si è svegliato già adornato. Si sa, l’artista lavora di notte. E i turisti, gli uomini d’affari, chi passa di lì: tutti si chiedono il perché di quelle strane presenze silenziose. Poi, la performance. S’incendia il primo; scoppia. Poi il secondo, in rapida successione. Solito copione: prima la fiammata, poi il botto. Innocui, entrambi. Finché il domino di incendi-esplosioni arriva all’ultimo nano, all’ingresso della galleria Vittorio Emanuele II, lato Piazza del Duomo, proprio di fronte ad un ingresso della metropolitana. E l’effetto si fa ancor di più teatrale. Sì, perché oltre alla fiammata e allo scoppio, qui ci scappa anche il ripieno. È merda, di quella vera, e si spande a pioggia sulla gente che si stava appassionando all’evento. Just be here, sembra suggerire l’artista. È trendy, tremendamente trendy, sembra sancire il delirio collettivo di popolo che ne è conseguito.
A questo punto si cerca solo una griffe che faccia suo l’happening. Voci di corridoio danno prima fra tutte

la Replay che, con la sua rivoluzionaria shitty-style collection, pare abbia letteralmente bruciato D&G e Richmond. Riserbo assoluto sull’estetica della nuova linea, ma noi di Cosmo siamo in grado di anticiparvi che presenterà ditate e/o macchie di merda (o pseudo-merda) a risaltare per tutto il tessuto, un lino stropicciato di sicura presa visiva. Un minuscolo nano da giardino, pare addirittura in terracotta o in ceramica, costituirà il logo della linea. La presentazione ufficiale è prevista per il mese di novembre. Ovviamente, ci saremo. 

Nell’attesa, gustatevi il claim, in grande Cosmo-esclusiva:
. 
Tutto si corrompe, tutto va al culo. Perché masticare?

settembre 20, 2005

ROMA: L’ODIATORE DI NANI COLPISCE ANCORA – Dopo le recenti esternazioni di un po’ tutto il fronte cardinalizio-vescovile-curiale riguardo a tutto ciò che non li riguarda, clamorosa manifestazione di protesta dell’ormai noto personaggio, autore degli atti vandalici dei giorni scorsi sui nani da giardino. Il misònano – il neologismo comincia a prender piede in bocca a sociologi, psicologi e massmediologi – avrebbe fatto trovare, davanti alla sede della CEI a Roma (dove, ricordiamo, in questi giorni è schierato il Consiglio Episcopale Permanente, che rompe i coglioni un po' su tutto, cercando di influenzare gli italiani ancora più idioti a dargli retta - pensate un po' se si dovesse a loro, poi, un salvataggio del buon Berlusconi!), una batteria di nani schierati in cerchio. Un videoamatore avrebbe anche ripreso parte della scena: dal filmato – girato però da molto lontano – riusciamo a scorgere soltanto un Apino nero, carico sì di nani da giardino, ma semplicemente parcheggiato nei paraggi, e una silhouette di un personaggio che si affanna a scaricarli. Alla mattina, la deflagrazione, pare alla presenza – casuale – del card. Ruini: i nani hanno cominciato a saltare in aria in rapida sequenza finché, esaurito il cerchio, la stessa sorte è toccata alle due statuine barbute poste al centro, provocatoriamente abbigliate e truccate in modo sado-maso. E, come ormai da copione, ripiene di sterco.
Notevole, a detta dei passanti, l’effetto scenico; un po’ meno quello olfattivo: 
ma pare che il card. Ruini e il suo seguito di porporati non abbiano prestato molta attenzione all’evento, rimanendo impassibili e preferendo concentrarsi su altri pensieri.


Ci si interroga tuttavia sui motivi per cui l'attentatore agisca così: era un atto di omaggio verso le recenti parole di fuoco del cardinale contro Prodi e i matrimoni gay? Una protesta nei confronti dell'ingerenza della Chiesa? Un'apologia dell'articolo 7? Un atto di omofobia puro e semplice? Ma su tutto si impone una domanda: chi è il misterioso misònano, e perché agisce così?

settembre 16, 2005

SPOSA SM…, SPOSA FORTUNATA
Ferrosa Conerosa (AN) – Auguri e figli nani, deve aver pensato l’ignoto attentatore. Ed è così che, all’uscita della chiesa, gli sposi trovano il parco antistante disseminato di nani da giardino. Lei, giovane, bella, con il classico bianco vestito pensa a uno scherzo degli amici, e insiste per posare in mezzo alle statuine, novella Biancaneve dei nostri tempi. L’avesse mai fatto! Gli amici e i parenti si affollano intorno, il fotografo scatta: ed ecco il patatrack! I nani cominciano a saltare in aria, uno dopo l’altro. Gli scoppi sono sempre più forti, e la sposa lì in mezzo è paralizzata dal terrore. Accorre il fresco sposino, in aiuto, ma il circolo dei nani in esplosione impedisce la fuga (d’amore?). Nel panico, la neo-coppietta non si accorge di essere ancora vicino al nano centrale, il nano che la sposa abbracciava durante le foto. Quella è l’ultima esplosione, la più… strana. E sul bianco vestito della dolce mogliettina inizia a piovere. Piovere? Sì, perché l’ultimo nano non ha solo un’imbottitura di petardi, ma anche di… sterco. Sconcerto fra i partecipanti, anche loro inzaccherati. E per gli sposi, un “più bel giorno della tua vita” che non dimenticheranno facilmente.
Ma il quesito resta aperto: chi è stato? e perché? Di' la tua, nel forum. Altri amici ti aspettano!

settembre 08, 2005

BRUTTO MOMENTO PER I NANI DA GIARDINO - Nuovo spiacevole episodio, nella notte, dopo l'avvenimento di pochi giorni fa. Stavolta è capitato in una cittadina dell’Emilia Romagna, Discordia sulla Secchia. Quattordici nani da giardino sono saltati in aria, in rapida successione. Il proprietario, sig. Enio Rutenio, si trovava sul posto, al momento della deflagrazione, insieme ad alcuni ospiti. Nel parco della sua abitazione si stava infatti svolgendo una festa, quando i nani, imbottiti di raudi-pinolo, hanno cominciato a saltare in aria. Ovvio il panico fra gli ospiti i quali, pare, hanno cominciato a correre per tutto il parco, venendo però ogni volta sorpresi da una nuova esplosione. Pare anzi che la tracciatura della miccia fosse una vera e propria gabbia, congegnata proprio per far correre i partecipanti impauriti entro un percorso predefinito. Meta finale di questo curioso “recinto” difatti era il nano al centro del parco, alquanto più grande degli altri e posto al centro di una grossa fontana. Questo, oltre che di materiale esplosivo, era ripieno di sterco, di probabile origine umana. Nel momento in cui la massa si è trovata spinta e radunata lì davanti dalle varie esplosioni, è avvenuta l’ultima, che oltre allo spavento ha portato le ulteriori ovvie conseguenze. Ignoti motivi e identità dell’autore.
 

settembre 05, 2005

AGGHIACCIANTE EPISODIO DI VANDALISMO NEL POLESINE: GIARDINO E COLLEZIONISTA DEVASTATI. IGNOTO L'ATTENTATORE
 
San Giuliano Patavino (PD) - È una mite giornata di primavera, quella in cui il sig. Bitossi Enio esce di casa e, subito prima di recarsi al lavoro, fa i suoi consueti quattro passi nel suo giardino. Curiosamente, seppur già vestito, ha ancora indosso, buttata sulle spalle, la sua vestaglia da camera; con una tazzina di caffè in mano, si gode quei piccoli momenti beati: il signor Enio Bitossi è un collezionista felice. Era un collezionista felice. Già, perché nella notte fra il 12 e il 13 marzo – “una notte maledetta”, andava ripetendo disperatamente in questura, subito dopo il fattaccio – qualcuno ha deciso di incrinare irrimediabilmente questa felicità. Ma andiamo per ordine: il sig. Bitossi colleziona nani. Nani da giardino. Ne ha più di venti, tutti in terracotta, messi faticosamente insieme nel corso degli anni. La sua soddisfazione più grande, era solito dire ai conoscenti, stava nel passeggiare fra i suoi nani, passandoli quotidianamente in rassegna, la mattina presto e la sera, per una sorta di ronda notturna. Ormai non potrà più farlo e, dicono i medici legali, questo potrebbe minare seriamente la sua sanità mentale. Un crudele atto di vandalismo, un barbaro gesto di amara ma salace ironia: i nani sono tutti esplosi. Qualcuno, nella notte li ha imbottiti di petardi e sostanze esplosive, collegandoli l’uno all’altro per mezzo di una lunga miccia, il tutto fino all’estremità dell’innesco, un innesco a manovella, di quelli d’un tempo, ritrovato dagli artificieri su una collina – l’attentatore ha voluto godersi la scena dall’alto – poco distante dall’abitazione del sig. Bitossi. Al danno, la beffa: uno dei nani, l’ultimo, il più prezioso della collezione, era inoltre completamente pieno di materia fecale. Umana.
Ed è proprio così che, in rapida successione – ma quei brevi attimi devono esser sembrati eterni, al povero Bitossi – proprio nel momento in cui il nostro faceva la sua ronda mattutina, si consuma la tragedia. Nani che saltano in aria, che esplodono con fragore, sfarinandosi sul prato… e il sig. Bitossi a correre verso il nano più vicino (e prossimo alla fine), quasi che la sua vicinanza potesse apotropaicamente fermare la maligna catena distruttiva. Finché, esasperato, incredulo, spaesato, raggiunge l’ultimo; si tuffa, cerca di spostarlo, salvare il salvabile dalla distruzione ormai regnante; in volo, lo tocca, lo muove, ma è tardi: un uomo distrutto. Ineluttabilmente, anche l’ultimo nano esplode, e vomita il suo diabolico contenuto sul povero Bitossi ormai a terra: su di lui una copiosa pioggia escrementizia, a suggellare il tutto di una sinistra nota coprofila.
Quando, poche ore più tardi, i soccorsi l’hanno trovato, il contenuto del nano, sparso ormai sul corpo del collezionista, era ancora caldo. Niente più giardino, niente più tempio dei nani. Solo un innaturale silenzio, una vestaglia da camera lorda, e un collezionista in stato di shock. E qualcuno, sempre nelle vicinanze, che rideva sinistramente, forse.
E in tutto questo resta, inquietante, una domanda: “Perché?”

novembre 17, 2003

“…ad approfondire e cementare il nostro feeling artistico-intellettuale, stamane, verso mezzogiorno, ho fatto visita a K. T. Lui mi ha mostrato i suoi lavori, tra cui la magnifica Femme au cul soufflée, incredibile installazione a tecnica mista, realizzata in marzapane, corde, e pelo acrilico su struttura in legno. Rappresenta ovviamente una donna – paradigma del consumismo gonfiato, gonfiato come il suo derrière – sperduta in un sinistro bosco peloso, chiaramente il bosco della sua coscienza. In sottofondo si sente il rumore di pioggia battente, evidente simbolo di un inquinamento irreversibile, fuori e dentro di lei, ovvio.
Io, per calcare ancor di più la mano sulla semantica dei suoi contenuti, gli ho suggerito di farle indossare una maglietta (che, dopo alcuni minuti di ferventi disquisizioni tecniche, abbiamo stabilito da realizzarsi in tessuto di poliammide, così anche per citare Christo) con su scritto: «I bambini Statunitensi sono i più grassi d’Europa», per aggiungere alla frenesia del consumismo anche la più bieca stupidità che sempre lo accompagna.
Lui, per parte sua, ha voluto a tutti costi dare un’occhiata ai miei versi, e si è detto estasiato in particolare dal mio componimento n. 21, n. 21, e dal terzo, freghi su pagina bianca, realizzati l’uno esclusivamente con virgole e punteggiatura in genere; l’altro composto di freghi di (apparente) mano di bambino più lettere qua è là. Io all’inizio non volevo che li vedesse, ma ho ceduto di fronte alla sua insistenza. Li ha trovati geniali, anche se alla fin fine non ci siamo capiti appieno sui contenuti che io volevo esprimere attraverso le mie opere: io calcavo la mano più sul loro essere relitti che questa barbara civiltà moderna lascia, nel suo travolgere tutto e tutti, e sulla misera condizione delle persone che in essa vivono; lui ci ha visto maggiormente la protesta e la libera rivendicazione di un approccio non ragionato e razionale, ma inconscio e libero alla conoscenza. Beh, tutto sommato può andare anche così.
Purtroppo però, siamo fuori dal giro, e nessuno ci capisce. La provincia, si sa, è terra morta per le innovazioni. E spesso anche la metropoli. Non sono pronti a comprenderci, ci siamo detti, bevendo e fumandoci un sigaro. Poi, lui si è bruciato la camicia. Io, potevo non fare altrettanto? Poi abbiamo scopato.”