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giugno 12, 2012

TEOREMA CERTO ET INDUBITABILE

Un gatto è lo specchio della persona che sei, la tua misurazione (di persona fisica & finita) attraverso la sua natura (di entità soprannaturale & divina): se sei una persona di merda e hai un gatto, quello ineluttabilmente si prenderà continua nonché meticolosa cura di farti le cose più tremende, quali pisciarti sul letto o su qualsiasi cosa sia minimamente in grado di impregnarsi, vomitare la cena nel posto più nascosto e inaccessibile, cacare sullo scendiletto, arrotarsi le unghie sul piumone (dopo averci pisciato di nuovo), e via così.
La cosa continuerà indipendentemente da quanto tu possa sgridare il gatto, mostrargli la lettiera, metterlo fuori casa. Qualsiasi cosa: il gatto troverà sempre nuovi e più efficaci modi di nuocimento.
Non puoi incolparlo, il problema sei tu, e il suo è tutt'al più un grande merito: l'epifania, la (possibile) catarsi, il rivelarti che razza di individuo del cazzo e inutile tu sia. Solo che, tutto preso da te stesso e dalla tua bella (?) immagine, gli occhi completamente chiusi sulla tua essenza e sul tuo cuore, sordo ad ogni suo richiamo, tu non te ne accorgi, non cogli né cambi, ed eccoti ancor lì a continuar a pagarti a rate un bel gippone, uno smartphone che non sai nemmeno accendere, e via con altri belli orpelli e che a niente servono se non a farti ogni volta un po' più stronzo & stupido mentre fai la ruota come un pavone andato a male.

Gli antichi egizi ne capivano, di cose. Poi son tutti morti, ma insomma, finché è durata...

_____________
(Comma 1): La stessa cosa, per ovvie ragioni, non vale con i cani (che è animale buono come il porcello è animale nobile, ma entrambi han natura terrena e nient'affatto mystica. Non importa nemmeno che mi dilunghi in spiegazioni. Se non potete capirlo (e avete un gatto) controllate il vostro tappetino del bagno.


(Comma 2): La stessa legge è sospesa o quantomeno resa un po' meno efficace nel momento in cui il suddetto gatto si trova ad essere in amore: si sa, gli ormoni alterano i sensi e le percezioni, e se si è maschi l'adagio popolare assai noto ha ovvia valenza per ogni essere, divino o terreno che sia (se si è femmine c'è da scappare o comunque preoccuparsi, ma il discorso è più o meno lo stesso, in fin dei conti)

maggio 27, 2012

L'essere e il nulla

...libertà non significa raggiungere ciò che si vuole (non è dunque né il successo in sé, né il consenso esterno), bensì determinarsi a volere mediante se stessi.


(direbbe J.P. Sartre)

maggio 06, 2012

Fenomenologia dell'Alternanza Politica - la Grande Costante nelle Moderne Società Democratiche Occidentali (boia, dè)

La Destra solitamente governa per lo spazio di una legislatura completa, entro la quale compie danni considerevoli ed amplifica la sperequazione della ricchezza a favor (immancabilmente) di se stessa; allarga la forbice sociale a beneficio delle classi alte, demarca ulteriormente confini, consolida rendite di posizione proprie e di consorterie amiche; intraprende politiche fiscali tese a smantellare ogni assistenzialismo e stato sociale; comincia guerre e (dice) mette in sicurezza lo Stato contro la piccola criminalità.
Sull'onda del malcontento che s'accumula e fa seguito a tutto ciò, dopo regolari elezioni il testimone passa alla Sinistra, la quale forte del suo successi per protesta, solitamente non fa nulla, resta immobile e non governa per lo spazio di una legislatura completa, trovandosi (immancabilmente) divisa e indebolita da questioni intestine sul primato interno, incapace di proporre un Nuovo e nemmeno tanto buona a negare il già posto in essere, ché tanto a fondo s'è già radicato nel frattempo.
Il governo cade, fra dibattiti e immobilismo, l'opposizione esterna a fare il suo lavoro e quella interna a puntare continuamente il dito contro se stessi.
Torna quindi la Destra, richiamata al potere dal malcontento e dall'incapacità manifesta di quegli altri, tanto sono tutti uguali, destra o sinistra alla fine chi lo prende in culo siam noialtri e è tutto un magna-magna, dice il popolo bue mentre va (se va) al voto e ridà corpo all'alternanza.
A quel punto la Destra si lamenta di quello che han lasciato gli altri - conti, disordini, odio sociale, eccetera - e il giochino all'ingrasso ricomincia. Così all'infinito, più o meno.

dicembre 13, 2011

Siamo noi o qualcun altro?

tanta gente 
è 
i propri vestiti, 
il proprio lavoro, 
la propria 
macchina, 
il proprio 
bambino, 
i propri malanni:
tutto, pur di non esser se stessi,
perché forse
non c'è rimasto nulla,
nulla,
nulla.

Tutto tagliato
mangiato
dal personaggio che
siamo;
coperto dalle 
maschere che 
indossiamo (o 
loro indossano noi?).

Vampiri 
che succhiano la vita degli altri (quando va bene);
zombie che girano a caso -
questo siamo, 
mentre 
mettiamo in moto
i nostri 
cazzutissimi
SUV.

Un tempo eravamo bambini: poi il treno è arrivato, passato - noi fermi di là dalla sbarra -
e non ci ha fatto più 
alcuna
meraviglia.


Fine dei giochi.

dicembre 06, 2011

L'ANGOLO DEL SIMPATICO PYSTOLOTTO

 Alla fine, quante sono le persone con cui stabilisci veramente un contatto? 
E - se riesci a fare un passo indietro e a guardarti - non è buffa la terrazza sulla quale sta il tuo io mascherato da qualcos'altro di fronte ad altri io mascherati da qualche cos'altro in nome di chissà qual convenzione sociale e quale dover essere e quali buoni rapporti? 
Siamo più noi stessi o i nostri personaggi? E siamo consapevoli, quando indossiamo una maschera, di indossarla? 
La maschera può essere una difesa in un mondo di zombie; spesso però è una cosa che ci sfugge di mano, e il nostro io diviene quella (o quelle) maschera, quel particolare modo di porsi, la maniera in cui altri ci vedono. 
La differenza è sottile, e spesso la valichiamo in modo del tutto inconsapevole, perché a questo ci spingono inconsciamente, senza volerlo, le nostre paure e i nostri complessi. Soprattutto, una particolare combinazione - una combinazione assai funzionale alla società nel senso in cui questa è intesa in Occidente - negativa fra nostri desideri e loro negazioni. Di fatto, non esistono cose che riguardino direttamente noi stessi che non possiamo fare. 
A limitarci cioè non è l'impossibilità in sé, l'impossibilità come concetto astratto, bensì le nostre paure di non potercela fare, il nostro senso di inadeguatezza: e lo io voglio diviene io vorrei
Da affermazione a pura aspirazione, e a questo punto di solito si è già perso il concetto di essere, e quello di avere resta del tutto indefinito: un dover essere non ha - non si merita, non è degno - di qualsivoglia avere: e come fai ad avere se non sei
La ricompensa del dover essere, il suo attributo è del tutto autoreferenziale, del tutto in se stesso, nella maschera che si mette per essere in quel determinato modo. I rapporti interpersonali sono solo formalmente interpersonali (assumendo come dato certo il fatto che ogni atto comunicativo è un atto circolare, qui di fatto non si crea nessun percorso, non avviene nessuno scambio: due maschere si parlano solo perché si devono parlare, perché in un dato momento questo è necessario per convenzione sociale, utilitarismo, necessità. O anche solo per rifugio da qualcosa - di solito, sempre noi stessi).
Si capisce anche come tutto sia più facile e meno gravoso, per un personaggio che recita una parte. Da qui la comodità di continuare a recitare; recitare qualsiasi cosa: un ruolo da padre di famiglia, ad esempio, o da dipendente vessato, o da Grande Medico, intellettualoide, madre amorosa, e via così.
Ma la maschera può facilmente diventare troppo appiccicosa, ed ecco che diveniamo gli zombie di noi stessi, e (ulteriore meccanismo di difesa dei personaggi che ci creiamo per poi farci prendere tutto e dominare, in uno schema assurdamente riassumibile nel percorso "da padroni a servi") tiriamo giù una barriera che ci impedisce di vederlo. Fino a perdere del tutto il contatto con la propria essenza; fino a non sospettar nemmeno più di essere degli zombie  
Come in Terminator le macchine prendono il sopravvento, questa è la nostra direzione inesorabile: la maggior parte delle persone che conoscete sono puri personaggi, maschere, zombie; entità che hanno mangiato irreversibilmente loro stessi e vivono di (e in) quel loro guscio, loro malgrado e con loro beata gioia, in un paradosso che se visto da fuori, facendo quel passo indietro di cui si diceva poco sopra, è quantomeno buffo.
  
Per questo stabilire veramente un contatto è difficile e raro. Ammesso che si possa, presuppone che tu sia il tuo io. E che lo stesso valga per l'altro: un altro-da-te che sia un-altro-io.

luglio 26, 2011


...si dovrebbe sempre capire che non si possono coltivare fragole a dicembre. O meglio: la cosa è anche possibile, ma il risultato dell'operazione non saranno delle vere fragole. E quando ne mangi, inevitabilmente non ne avrai quel che il tuo corpo richiede.
Non c'è nessun bisogno, comunque, di calpestarle.


Anche, in altre parole: se stai volando, poni grande attenzione nello scegliere chi tirar su con te; è più probabile che sia questo a tirar giù te, che non il contrario.

(Tutti possono scendere, non tutti possono salire; mangiane la carne, non il sangue; e via così, insomma...)

 

gennaio 31, 2011

...a proposito di stereotipi, mi sfugge, effettivamente mi sfugge - sinceramente mi sforzo poco, però resta il fatto che mi sfugge -  il senso di tutta questa gran copia d'immagini: si va una sera a mangiare la pizza? Si (e ci si) fanno mille e mille foto ai commensali che mangiano, e poi magari si mettono su facebook o myspace, o quel che è. Una serata in un locale? Ecco pronto un bel servizio fotografico di amici conoscenti e astanti, al tavolo di un pub, fuori, in pista, sotto il palco, con un bicchiere in mano, abbracciati, autoscattatisi, beventi, mangianti, soprattutto facenti comiche (?) boccacce. Ecco: le boccacce codificate e serializzate inconsapevolmente (il che è anche peggio e preoccupante - l'esser standardizzati proprio quando si pensa d'esser fuori dagli schemi, dico), van di gran lunga per la maggiore, sfondo scuro e primo piano di uno o due soggetti in atti che vorrebbero esser - in nome di non si sa cosa - buffi. Due ragazzi? Tiran fuori la lingua, così a caso. Ragazze? Le labbra atteggiate come a dare un bacio non si sa bene a chi. Gruppi di tre o più persone? Un po' questo e un po' quello, tutti però sempre ammassati e facenti versaccio l'un contro gli altri, ché fa sempre gruppo e simpatia.
Il tutto, a superflua e continua testimonianza di qualcosa che sinceramente - dicevo, appunto - mi sfugge.
Che senso ha? Dove abbiamo (avete) preso questo cazzo di virus da sovraesposizione pseudo-comica a tutti i costi? Son solo le infauste ma male utilizzate potenzialità del digitale, o ci mettete anche del vostro medio?
Ovvia, lo volevo dire, ecco.

gennaio 13, 2011

SE È VERO CHE LA BELLEZZA NON SI CONSERVA, MA SI CREA; COSA CI FACCIO TUTTI I GIORNI QUI?

Tutte le mattine che c'è la nebbia mi vien da pensare, e il mio umore vira regolarmente su tonalità a mezzo fra il meditativo e l'amaro.
Altro che il mare: è la nebbia che ispira al mediocre pensieri profondi (Flaubert rivisitato). Certo io son mediocre forte, se è vero che pensavo fondamentalmente tre cose:
a) quanto è buffa la parola fuco (ahahahahahaha oioi, rido ancora mentre la scrivo - il massimo sarebbe un'ode del Parini su un fuco. Ahahaahahahah, oioi, veramente troppo!);
b) che razza di cancro in metastasi della moderna società capitalistico-occidentale siano i finanziamenti e i pagamenti a rate, e cosa da tutto questo discenda;
c) con che tono di voce dire al telefono ma vergognati pezzente, al mio ex-vicino di casa che mi deve 87,50€ per la vuotatura fossa biologica e se n'è andato dopo essersi attaccato direttamente al tubo dell'acqua svellendo il contatore piombato (perché il suo padrone di casa aveva deciso che era in qualche modo controproducente pagare le bollette - ok, so che oggigiorno, in nome di non so quale modernità o efficientisimo, non si dice più bollette bensì fatture, ma - come dire... - m'importa una sega; per dirla col Trissino: io sono un uomo del Rinascimento); aver preso la corrente al cantiere lì accanto mediante un cavo volante tra casa (sua) e il generatore (loro); aver ricevuto la visita dei carabinieri perché la piantasse con questa storia e tra l'altro lasciasse l'abitazione; aver avuto la faccia tosta di chiedermi se per l'ultima notte prima della sua dilazionatissima uscita di scena - mi piacerebbe dire dal mondo - poteva attaccarsi alla mia luce scale, sa, giusto per avere una luce quest'ultima notte, penso a tutto io, attacco un morsetto all'avvitatura per la lampada e domattina presto rimetto tutto a posto; è già fissato il camion dei traslochi tra l'altro. Sì, ma quanto me li rende quei soldi (immane testa-di-cazzo)?, pensavo io. Domattina, disse l'orrido ciccione dai capelli unti, e se non ci troviamo glieli lascio nella cassetta della posta, e rimetto a posto l'applique. Il giorno dopo se n'era già andato, e la luce era senza applique. Nella cassetta della posta, il vuoto. La sera, idem. La luce è ancora senza applique. Che te la sei fregata, stupido? Cazzo ci fai, con un'applique in vetro senza base? Ma sei veramente una cosa vergognosa! Ma io ho il tuo numero, sappilo, ciccione di merda così simile a un fuco (ahahahaha) che di sicuro farai i finanziamenti per comprarti il cellulare high-tech o lo schermo piatto che così ti pare d'esser magro anche a te. Vaffanculo...

Vincenzo io ti ammazzerò;
sei troppo stupido per vivere
.
Vincenzo io ti ammazzerò,
sei troppo ladro per amare.


Poi il viaggio è finito. E anche la nebbia, s'era parecchio diradata.

dicembre 30, 2010

YOU GOTTA SERVE SOMEBODY / HEAVEN MUST BE A PLACE FOR THOSE WHO PRAY (ay ay ay)

Finisce un altro anno, e se dovessi perder tempo a classificarlo direi semplicemente che è stato come tutti. Né bello né brutto, progressi e regressi, quantomeno un affinare e definire un sentimento di generica rabbia che avevo e forse mi avvelenava la vita, considerandola quale essa è e di quale natura siano le cose che uno ci fa durante. Ora, non che questa rabbia non ci sia più o che non mi avveleni la vita; semplicemente forse me la avvelena meno, o forse nemmeno questo è vero, ma mi dà un illusorio senso di sospensione, stasi, pace. No, nemmeno questo è vero, o quantomeno è vero a scatti, ma insomma non ho di meglio da fare e poi intendiamoci: non che odi il mio lavoro.
(Quanto al mio lavoro, la cosa che attualmente è legata a me in questa precisa contingenza posso anche dire, per quel che può valere, che ho fatto chiudere l'anno con buoni risultati, la micragnosa ditta per cui lavoro ha fatto il suo anno migliore, come soldi, profitto, abbassamento dei costi, ricarico percentuale etc - e non ho nemmeno false modestie o scrupoli nel riconscere che è "merito mio", per quanto questo non venga riconosciuto o ricompensato e nemmeno m'interessi più di tanto, per quel - ripeto - che vale, giacché quasi ogni attività lavorativa è qualcosa di inconcludentemente ripetitivo e meccanico, e alla fine anche a esser particolarmente gnucchi in qualche modo ci si ammaestra. Quindi no, non che odi il mio lavoro particolare).
Voglio dire: non più di quanto potrei odiarne un altro qualsiasi, fosse anche fare il maniscalco o dondolare le scimmie o impilare cataste in qualità di impiegato del catasto. Odio l'idea stessa di lavoro, come questo è strutturato e cosa questo comporta: odio il fatto che sia così totalizzante e al tempo stesso così stupido e ripetitivo; che ci metta in modo coatto di fronte a problemi e persone dei quali niente ci interesserebbe e delle quali niente vorremmo con (in) noi.
Mi sembra uno stridente e insopportabile controsenso (purtroppo: un controsenso portante, come noi fossimo la vita e questo il pilastro, l'architrave, fate voi) l'esser costretto a passare, al giorno, più tempo al fianco di persone effettivamente estranee – magari rendendosi conto che, fossi libero, le mie strade prenderebbero direzioni molto diverse dalle loro – che non al fianco delle persone che per me contano, possano queste essere la moglie, la fidanzata, gli amici, i familiari, quel che si vuole.
Mi sembra francamente indecente che questa debba essere la regola, e che se da questa si deroga, sia solo per un periodo relativamente breve: un giorno di permesso, due giorni di ferie, una settimana di ferie, tre giorni di malattia: un'ora d'aria, due giorni di libertà, una settimana di libertà vigilata, tre giorni in infermeria. E poi via che si riparte, come di consueto: e siamo costretti ad approfondire la conoscenza di queste persone, magari conoscere per via di racconti, i loro racconti, le rispettive famiglie, i loro aneddoti, le loro avventure, le loro allegrie e le loro tristezze. Ti fermi a pensare: chi sono, loro (o anche: ma davvero sto perdendo il sonno per questo)? E non riesci a trovare una risposta soddisfacente o quantomeno non disperante, meravigliandoti nel contempo di quanto in là ti sei spinto e quanto poco ormai parli con tua moglie e quanto invece con loro; quanto poco conosci lei o i tuoi cari e quanto sai del figlio del tuo capo e delle vicende di vita vissuta della collega. Avverti che con loro non sei per niente a casa; eppure sei costretto a sederti, metterti comodo, infilar le pantofole, magari ridere di quel che avviene e comunque stare lì, al tempo stesso sentendoti un estraneo svuotato sul divano di casa tua.
Si dirà: e perché per tutti loro non sarebbe lo stesso? Non potrebbero esser soggetti frustrati e potenzialmente depressi allo stesso modo? Be', a parte l'ovvia considerazione che se così fosse il mondo sarebbe un posto parecchio (più) scuro e improduttivo, quel che mi vien da notare è che a), è scattato in loro un meccanismo di identificazione che li pone al riparo da tutto questo; b), semplicemente, non ci pensano. È il Grande Segreto, in fin dei conti: il mondo è una pagina bianca per ognuno di noi, e ognuno di noi ci scrive sopra la propria storia, che è fatta di scelte, conoscenze, interessi. Se ti fermi e ti guardi un attimo indietro, scopri che quasi mai sono le tue scelte, le tue conoscenze, i tuoi interessi. O quantomeno, una percentuale molto bassa è tua; ma il resto è indotto, frutto di costrizioni, ineluttabili logiche di vita. Se non ci fai caso; se non ti fermi, se non guardi indietro e ti perdi a soppesare, vivrai la tua vita con semplicità. (A me sembra limitatezza o povertà, ma in definitiva son solo parole, e quindi forse ha ragione chi macina e tira dritto e tra un cazzo e l'altro racconta di quella e quell'altra volta che).
Quanto all'identificazione, credo che essa sia il Male Supremo proprio perché non siamo più il nostro lavoro – non perlomeno in senso positivo, nel senso diciamo in cui poteva esserlo un artigiano di una corporazione medievale. Non lo siamo dal momento in cui questo è diventato una costrizione, la Costrizione (se vogliamo, l'estremo di una proporzione i cui termini più o meno potrebbero essere il lavoro sta alla vita come il cibo sta ai soldi); non lo siamo, soprattutto, nel momento in cui noi andiamo verso il lavoro: ci alziamo dalla nostra casa, ognuno per la sua strada (nessuno dei due coniugi/conviventi può nel mondo moderno restare a casa perché – al di là di ragioni più o meno materiali, che spesso comunque son sopravvalutate; più paura che altro – altrimenti scatterebbe una qualche forma di depressione, e questo tra l'altro l'ho sempre trovato profondamente significativo) e usciamo; usciamo per tutto il giorno, per andare a trenta/cinquanta chilometri di distanza a fare qualcosa che quanto possa appartenerci è sintomaticamente dimostrato dal fatto che uno in vita solitamente fa quattro o cinque lavori diversi, solitamente molto differenti l'uno dall'altro; usciamo facendo questi trenta/cinquanta chilometri – poniamo – in direzione sud, proprio mentre un altro tizio sta facendo gli stessi trenta/cinquanta chilometri nella direzione inversa, del pari per andare a fare una cosa che gli appartiene quanto a noi appartiene l'altra.
Pensarci significa rendersi conto di quanto sia tragicomica la situazione: che senso può mai avere che Enio parta da Pedrano Boscone per andare a fare temperamatite automatici a Remedio val di Geppo, proprio mentre Zanubrio parte da Remedio val di Geppo per andare a produrre cuscinetti frenanti lubrificati a Pedrano Boscone? È questa l'identità dell'individuo, persa nelle code in autostrada, in occhi che si chiudono sul divano alla sera, in mal di schiena o infiammazioni del tunnel carpale e viste che si abbassano? Davvero, tutto quel che siamo riusciti a diventare, la Somma Conquista della nostra civiltà, sarebbe un parcellare sempre più fitto, fino a divenire minuscoli ingranaggi che girano come devono essere settati, sempre nello stesso verso più o meno come automi, dandoci in cambio la soddisfazione (?) di vederci come i protagonisti dell'episodio firmato Luchino Visconti in Boccaccio '70 (Il lavoro, appunto - quando almeno il cinema italiano diceva qualcosa di interessante)?
So già che si dirà certo, se fai qualcosa che non ti piace, questo è il risultato. No, cari miei, è riduttivo, una lettura troppo facile. È più una questione di ritmi, costrizioni, schiavitù: otto ore al giorno in quella realtà, per tutti i santi giorni, più il tempo dei trasferimenti in macchina o con mezzi, più il tempo dei pasti fuori casa, più gli eventuali (?) straordinari; tutta l'energia che si disperde, la tua: e tutto questo per cosa, col solo orientamento al fine del profitto (orizzonte del proprietario, dell'imprenditore, del capo – quantomeno loro si identificano – garaglò! – nei soldi, spesso anche facendo niente o poco, trincerandosi dietro un non ben identificato stress decisionale da possesso) oppure? Spazio bianco
orizzonte del lavoratore, che si può consolare autoconvincendosi che il suo lavoro gli piace e che la vita è tutta qui e tu ci sei proprio dentro, sguazzaci come meglio credi e misurati con quel che hai, sei il tuo lavoro adesso, (non sei niente).
Se fai qualcosa che ti piace, qualcosa che veramente ti piace, per cui senti una certa inclinazione hai almeno la soddisfazione di un'energia che non si disperde a vuoto. Ma resti nell'ingranaggio, un meccanismo che ti dice che se non guadagni non mangi, non sei nessuno, non fai cose chic con cui titilli il tuo ego, non puoi comprarti i vestiti griffati o il SUV o le vacanze alle Maldive. E questo meccanismo è talmente forte e radicato e (ahimè) vitale che se anche non puoi nessun problema: ci son le rate, i finanziamenti, i prestiti. Apparteniamo a, ed è importante che quanto c'è dopo la proposizione sia anche un modello o qualcosa a cui tendere, qualcosa con sempre più ramificazioni, lambiccamenti e arrampicamenti sugli specchi, desideri indotti per fare in modo che il denaro continui a circolare, e nel contempo ti inchiodi al tuo lavoro che ti piace perché sei tu e tu sei i tuoi soldi, perché tutto ha un prezzo e tutto costa, foss'anche qualcosa di nobile se a te può piacere qualcosa di nobile; in definitiva anche il posto nella tua nicchia che vorresti continuare a tenere e che invece è ogni giorno più mangiato dall'esterno, all'infinito finché anche la tua nicchia non ci sarà più e andrai alla cena di natale coi colleghi, raccontandosi aneddoti di lavoro che peraltro tutti, lì, conoscete già.
Mi pareva un progresso in me, pensare queste cose. Non cambieranno nulla, e niente succederà; ma poiché generalmente in questi giorni si van facendo propositi per l'anno nuovo... insomma, sì, ecco, questo è il mio: per il 2011, caro San Gaspare da Fermino, voglio scendere da questo Calcinculo Inconcludente e Molesto. Amen.

novembre 28, 2010

Le persone spesso non sono nient'altro che dei vuoti che attendono solo di essere riempiti: tu sei programmato per fare questa azione; tu quest'altra, tu quest'altra ancora.
Il vuoto dentro, una volta riempito, dà una sensazione di felicità o magari completezza, con qualche incrinatura in pochi ma costanti episodi: i primi tempi di un matrimonio o di un amore; la nascita di un figlio; una possibile crisi di qualche età in cui puoi renderti conto di esserti modellato tuo malgrado su questo riempimento, magari troppo, o troppo a lungo. Dei tre, il secondo è l'episodio che ha più alte probabilità di verificarsi. Troppo ovvi motivi; ma solitamente resta episodio - un po' più lungo, con qualche strascico, ma più che altro aumenta l'affanno del vivere, una certa rabbia, un po' di angoscia, che magari viene compensata trasferendo aspettative e desideri di realizzazioni, affermazioni e scalate che nemmeno sapevi di avere in chi ha ingenerato il processo. Il primo è nulla più che un idillio - bello, intenso, pulito, di pura felicità: come neve, copre del tutto il vuoto e quel che magari lo ha riempito; ma, come neve, fa anche presto a sciogliersi. Il terzo è l'episodio più complesso, perché riguarda proprio la persona, che si riscopre come tale: se ti affacci sull'orlo vedi quello che era il vuoto e ciò che esso contiene, e di per certo non ti piacerà. È un farsi una domanda su se stessi, sulla propria identità, un indagare su qualche cosa che spesso porta al niente o che comunque è veramente troppo difficile da chiarire. Si può anche andare in pezzi, andare in pezzi per davvero.
Bisognerebbe forse non farsi domande, marciando dritti verso il tritacarne che c'è alla fine, ogni tanto magari sostando nelle oasi che ci son date o che magari ci creiamo e che riempiamo con le nostre aspettative? È questa la felicità?
Siamo solo esseri desideranti, e il concetto di realizzazione è totalmente illusorio, niente più che una tensione, una meta - il nulla, in realtà, verso cui tendiamo inutilmente, restando dei vuoti che si illudono di desiderio e aspettativa - pura energia che ci danneggia, o c'è qualcosa di più?
Lo vedo dalla finestra della camera: oggi fuori piove, e il cielo è grigio. Molto grigio.

novembre 14, 2010

Pratica sempre il disinteresse supremo. Niente è così importante:
non le tue arrabbiature,
non le tue relazioni sociali,
non il lavoro,
non il sesso,
non il cibo,
niente.
Non c'è niente di così importante.
Tutto può esser fatto passare, e niente ti resta
tranne te stesso.
Accetta sempre nella giusta misura,
senza che niente ti turbi troppo
o ti ecciti troppo.
Equilibrio:
altrimenti la linea con fulcro centrale che siamo,
penderà da una parte o dall'altra.
Distacco:
Prima accogli te stesso, cercati,  trovati,
scopriti;
poi cerca -
se senti che qualcosa ti manca, (ammesso
che qualcosa ti manchi) - un'altra parte, qualcosa
da dividere con.
Mai il contrario:
ci si scopre sempre da soli e, in fondo,
siamo sempre soli, siamo sempre uno.
Impara ad apprezzarlo.
Il segreto è avere ottime fondamente
quando soffia il vento del cambiamento,
and may you stay
forever young.

Disinteresse, distacco, equilibrio -
in una parola, leggerezza:
e anche condividere sarà possibile.
La strada per la semplicità è un lungo cammino.

Che nessuno,
io per primo,
sa compiere fino in fondo.

novembre 10, 2010

...mi è veramente difficile capire cosa voglio.
Posto che voglia veramente qualcosa in positivo, senza pensare a cosa non voglio, che peraltro è molto facile da dire: non stare ulteriormente qui, chiuderla col buttarsi via per nulla, fare in modo che la vita non mi metta più a contatto con gente con cui non ho niente a che fare - difficile, comunque, considerando che non voglio aver a che fare con la maggior parte delle persone (homo homini lupus - ovviamente cotto, non crvdo)

Certo che, a guardarle, tante cose che devo fare son veramente stupide, eh?
Ma veramente tanto.
Come fanno gli altri a non sentirlo? O, per contro, a prendersi così sul serio?
E intanto fuori diluvia,
diluvia,
diluvia, che ci pare i tropici.

Vaffanculo.

(ecco: riuscirò mai a finire una frase senza dir
vaffanculo?)

ottobre 29, 2010

PAUSA CAFFÈ SCIUPATA (MA TANTO IL CAFFÈ FA SCHIFO GIÀ DI SUO)

Quella gente che adora urlare,
questionare,
litigare,
altercare.
Appassionata, generosa alla rovescia;
gente da pianerottolo,
focosamente inscindibile dalle liti,
senza morirebbe -
per sentirsi vivi:
emozioni forti.
Cioè:
non forti,
grosse.
(Grossolane, spesse,
ciucciute).
La loro espressione principale -
una sigaretta, le urla,
i sentimenti in piazza e le parole a raffica,
la faccia rossa, gesti in libera
aggressività d'assalto,
somma:
il lato generoso del popolino.
Quella gente che adora
urlare, questionare, litigare, altercare -
una bicicletta sul pianerottolo,
l'acqua
che
sgocciola
dal
terrazzo, un motivo
come un altro -
sarebbe
gente da cui rifuggire.
E invece la vita alle volte ti prende proprio
per il culo e - non solo! -
ti ci sbatte pure
la faccia contro

(sul culo,
dico).

ottobre 25, 2010

AD ESEMPIO.
Ad esempio,
No?
Ad esempio
ho nostalgia
di quando facevo lo studente (dico
l'università, cazzo;
prima non è mai esistito).
Presto o tardi chiuderò questo blog
di
merda.

ottobre 23, 2010

Ok, facciamo un gioco.
Immaginate di avere una bacchetta magica. Potete cambiare tutto quello che volete.
La vostra vita, le cose intorno a voi, ciò che possedete o non possedete, quello che vi tocca da vicino. Tutto.

Nessuna limitazione, magari un consiglio: pensate per voi.
Prendetevi tutto il tempo che vi sembra vi ci possa volere.
Ecco.
A questo punto, via la bacchetta magica; non ce l'avete più e siete sempre i soliti stronzi.
Ripensate a quel che avete cambiato, al film che vi siete appena girato.
Adesso contate le volte che vi verrà da dire a voi stessi:
"Cazzo, per far questo non ho bisogno della bacchetta magica!".
O giù di lì.
A volte ci si definisce sognatori così, senza troppi validi motivi.

luglio 28, 2010

IO VOGLIO
Io voglio non dire più io vorrei, ma io voglio.
Questa, in soldoni, la conquista più grande che qualcuno più fare, il cuore di un esercizio su se stessi che tanto poco sembra e invece tanto significa.
Definire ciò che si vuole è passare oltre quel confine sottile ma solidissimo fra quell'indefinito personaggio con cui tendiamo nostro malgrado a farci vedere, vivendo la nostra vita attraverso ciò che gli altri si aspettano da noi, e il nostro cuore vero; è un rientrare nell'io, andare in stazione e vedere quali treni passano, sapendo che alla fine passerà quello giusto per te, e tu sarai lì. Nel frattempo aspetta. Hai pensato, sei stato bravo; adesso aspetta. Nel frattempo, magari, digiuna; ti faciliterà le cose.
Poi, una volta definito un obiettivo è tutto più facile:
“[...] se tu getti una pietra nell'acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando ha una mèta, un proposito. Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l'acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nulla nell'anima propria, che potrebbe contrastare a questa meta.
Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compier opera di magia, ognuno può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare”
...be', non sto a citar la fonte, non credo serva.
Per quel che riguarda il personaggio che fa da schermo o protezione – più spesso (sempre) da prigione – all'io, al puro amore, al nostro nucleo, all'Es – chiamatelo un po' come vi pare – si ricordi sempre che è niente più che una maschera, ed è attraverso quella maschera che noi mostriamo all'esterno che riceviamo dagli altri: un po' per nostra natura e un po' per convenzione, siamo comunque costretti alla relazione, di qualsiasi tipo essa sia; quindi, sono per certo importanti anche i messaggi che questa maschera manda all'esterno. In base al tipo di messaggi lanciati (e si ricordi sempre che l'ottanta per cento dei messaggi che mandiamo sono messaggi non verbali), il mondo esterno si rapporterà a noi.
Questo significa imparare a interagire col proprio personaggio (o coi propri personaggi), e non lasciarsi da esso tiranneggiare, il proprio io rinchiuso in un muretto e quello che furoreggia, magari comandato dalla mano altrui. Sei tu, col tuo io, che stai dietro al personaggio e lo dirigi; è lui che è una marionetta. La mano lì dentro è quella del tuo cuore, non quella degli altri.
Tutto questo, sempre tuttavia ricordando che esistiamo per noi stessi, indipendentemente da qualcuno che ci dà attenzione o importanza; da qualcuno che ci riconosce (tra l'altro: per lo più riconoscono il personaggio; quindi riconoscono qualcosa che non esiste), da qualcuno che ti calunnia, da qualcuno che ti concede i suoi favori sessuali, da qualcuno che in qualche modo si rapporta a te.
Questo è il modo orizzontale - da pari a pari, dove il pari parte tua che si rapporta non importa sia il tuo io:  può anche essere un personaggio, ma un personaggio tuo - di porsi, laddove quello del personaggio comandato dall'esterno è verticale, dall'alto in basso: il bambino che guarda in su verso l'adulto e freme; qualcuno che vorrebbe qualcosa ma non osa; qualcuno che attende speranzoso (e di sicuro di lì a poco frustrato).
Vedendoti per te stesso, rientrando nel tuo cuore, nel puro amore di cui siamo fatti puoi facilmente capire cosa ti serve, cosa cerchi, cosa vuoi e cosa non vuoi (avviso: distruggere è sempre più agevole che costruire, quindi è normale che la seconda sia più facile).
Ciò, oltre a quell'espansione verso il ricongiugimento (yin e yang se dir si vuole, ma anche Platone non è così lontano), che è naturale aspirazione di ogni nucleo, di ogni io.
Diciamo che al di là dell'Eterno, il contingente sarebbe alla portata: la strada è tracciata e disvelata. Un passo è fatto, e ti basta camminare. Vuoi arrivare fin lì? Accomodati. Prenderti cosa ti spetta, se sai cos'è, è anche possibile.

giugno 30, 2010

FARAGLIONI DI LUPI A VALLE (non vuol dire un cazzo, lo so, ma il suono mi piaceva)

Sul serio, sì... ora cerco di pormi al centro e da lì guardare.

Ma mi chiedo se sono io che non ho mai visto e, se così, se proprio non volevo: se mai fosse stata una specie protezione, uno scrupolo, una difesa.
Una vergogna?
Forse proprio una vergogna, ché tanto in mezzo ci si cresce, alla vergogna; uno se ne imbeve e non se ne accorge e i danni se li fa da solo.Tormentarsi è un'arte (?) malvagia e senza motivo.
Ora cerco di pensare che gli altri non esistono, che Gli Altri è di per sé concetto vago e volutamente indefinito, fatto apposta per mantenersi sempre e comunque come in colpa, come esseri da giudicare e quindi necessariamente colpevoli di.
Penso a tutto questo e mi chiedo: davvero sono arrivato a tanto? Com'è andata, dove mi sono perso?
Ma il punto poi è che io non ricordo nulla, ho pochissimo materiale, e quel poco che mi esce è confuso, non costruttivo, quasi senza senso, come questo post in cui - e son dieci righe - già non capisco più cosa origina cosa e perché solo a volerlo uno si rende conto che gli altri non esistono e se non esistono con chi cazzo saresti in guerra tu? Sei proprio un bel coglione!
E da quale malsana e inutilissima vergogna nascerebbero i disagi a rapportarsi ai parenti e ai familiari, con la conseguenza che appari taciturno e mezzo suonato mentre l'unico lato positivo che ti puoi citar (da solo, peraltro) è che il silenzio è d'oro e come tale quasi sempre da preferirsi?
Che vantaggio c'è, infine, a costruirsi un muro e dietro questo ripararsi?
Ripara?
È una roccaforte o una prigione?
Se non sei in guerra, perché avresti bisogno di una roccaforte? Se non sei in colpa, perché dovresti essere in prigione?

giugno 28, 2010

DE CONSOLATIONE PHILOSOPHIAE o QUESITO N. MCDXVII CON LA SUSI 

Come si legano nr. quattro (4) pulcini di papero (ardita perifrasi per dire anatroccoli) che nuotavano nel rigagnolo di scolo di un immoto lago verdone + nr. un (1) airone o comunque qualsivoglia tipologia di svasso e/o cicogna (ma senza bambino nel becco) stazionante sulle rive del lago di cui sopra + nr. un (1) piccolo di merlo (o forse era un fringuello) che cercava di rimontarsi il ciglio a saltelli ancor non potendo volare + (ibò, dé) Susanna Tamaro vestita alla guisa zuava, zaino in spalla mani sulle cinghie e cappellino calato sui pampani in fuori?
Voglia d'uccelli, chioserebbe l'arguto (ma assai poco fine) lettore?
No perché al tutto ci si può aggiungere nr. due (2) lune bellissime, tonde e grandi e d'un bel giallo tendente all'arancio, che quando c'è passato sopra una striscia di nuvole pareva c'avessero un sorriso e tanto d'occhi. Questo, una; l'altra stava solo lì, fra un torrione ritto e il bastione tutto, mentre da vicino risentivasi musiche esotiche e moderatamente spiacevoli, come a mangiare e poi risentirsi il roquefort (l'immagine non è affatto poetica ma: uno, nessuno aveva mai sostenuto dovesse esserlo; due, è esattamente così che succede, provare per credere, come direbbe un tizio d'una pubblicità, saran vent'anni o su di lì, sicché magari è anche morto, com'è anche giusto siagli toccato).
Toh, vai, uno a zero per me, segna.
Come si lega, si diceva? L'uomo è meschino, limitato, gretto. Riporta tutto a sé, alla sua condizione, alle sue misere myserie: di' quanto sopra a un gelatajo e lui penserà nell'ordine ad una (1, quattro piccoli uguale una grande) vaschetta di Crema con due stecche di vaniglia sopra, al Pistacchio, alla Nocciola, Susanna Tamaro (la qual nessuna coatta fantastia può riuscire a accendere), e infine Mango, che forse più ci dice che l'arancio o il mandarino (senza contare che chi lo vende il gelato al mandarino?).
Io per me le ho legate pensando:
“Madonna che giornata di merda sarà anche domani!”
E ce ne siamo andati, ognun co' suoi problemi, ognun co' suoi pensieri.
Disse il poeta, mandando in culo la Susi o chi per lei.

aprile 02, 2010

Ecco quel che mi metto a pensare in questi giorni. Poiché non son nemmeno poi questo granché, si tratta pure di pensieri d'accatto, presi – nemmen ricordati: trascritti, col libro qui accanto a me (che gran cranio, che sono!) – da un testo che s'intitola La vita davanti a sé. La vita davanti a sé puzza, mi verrebbe da chiosare. Romain Gary, tra l'altro si è sparato, a suo tempo. Ci son cose che si pagano, il fatto è questo.
Ma io penso che per il resto la Mecca non sia poi tanto diversa da qui. Io vorrei andar lontano in un posto pieno di cose diverse e non cerco neanche di immaginarmelo per non guastare tutto. Il sole, i pagliacci e i cani si potrebbero tenere perché in materia non si può fare di meglio. Ma per il resto sarebbe tutta una cosa mai vista e fatta apposta per questo scopo. Ma penso che anche così finirebbe per essere la stessa cosa. C'è perfino da ridere qualche volta se si pensa a come le cose ci tengono al loro posto
Penso anche – a questa brillante conclusione ci sono invece arrivato da solo, vedete un po' voi quanto son bravo – che si dovrebbe vivere fintantoché si è in grado di apprezzare un treno che passa, seduti nel passeggino, davanti al binario, portati lì da un nonno, un babbo, una mamma. Pieni di meraviglia, a ridere di gusto e a riempire a nostra volta di meraviglia chi ci ha intorno.
Poi si cresce, e il resto non conta più granché.
Ma quando ci portavano a vedere il treno...

febbraio 25, 2010

RIENTRARE IN CONTATTO CON SE STESSI
Mi chiedevo come mai un tempo considerassi un ubriacone della California come mio personale Guru, supporto e conforto per tutto quanto non ero stato e quant’altro mai. Una volta esauriti i suoi libri, per quanto il buon John Martin della Black Sparrow Press ne avesse ancora una buona riserva (più che altro poesie, facili a leggersi e a scriversi, quantomeno all’apparenza) e anche dall’Italia – si potrebbe mai mancare, noialtri? – si continuasse a mungere nei modi più ridicoli e scorretti una vacca ripiena di whisky che oramai non c’era più eran già molti anni; una volta chiuso – dicevo – il cerchio, per cui ricordo ancora le tesserine di carta Feltrinelli che all’epoca bucavano a mano ogni 5 euro di spesa e a me andavano via una dopo l’altra, fra Hollywood, Hollywood, Il capitano e fuori a pranzo e mille altre cose, me l’ero quasi dimenticato, il perché. Poi è uscito Azzeccare i cavalli vincenti che, visto il prezzo, la veste editoriale e la natura postuma e posticcia, puzzava di truffa (ah, a proposito: anche Einaudi ne sta facendo di simpatiche, vedi alla voce Carver, maledetti loro e i cazzo di soldi che oggi tutto comandano). A volte però gli odori son solo nel naso di chi annusa, ed ecco dunque che si rivela un sorprendente Buk (non Chinaski, stavolta; proprio il vecchio Buk in prima persona, e per quanto il primo fosse il suo alter ego, di differenze ce ne corrono, credete a un quantomeno ex-esperto della materia!) in rubriche, confessioni e racconti da noi inediti, il tutto curato con una precisione e competenza da Meridiano Mondatori. Come di consueto, si tratta di un autore molto diseguale (e di certo non potranno essere considerate di pari valore le storielle zozze spedite alle riviste pornografiche e Post-office, per dirne uno), ma all’interno, spogliàti (ogni tanto) i panni del personaggio a tutti i costi, vengon fuori cose piuttosto interessanti, che quantomeno a me son servite per ricordarmi perché un tempo considerassi un ubriacone della California, senza qualifiche particolari, con la pelle rovinata dall'acne, incapace di tenersi un lavoro, al centro di mille e mille beghe con puttane, donne e corse di cavalli, il mio personale Guru. Io che tutt'al più, nella vita, potevo diventare soltanto un impiegato. E infatti. Il resto conta poco.
"Dopo cento lavori e anni di vagabondaggio, ho alzato la testa e mi sono accorto che facevo lo stesso lavoro da undici anni. Ho cominciato a notarlo quando ho visto che non riuscivo più ad alzare le mani oltre i fianchi dopo una giornata di lavoro. Nervi a pezzi. Mi tenevano per le palle. Ho tentato molti tipi di cure, parecchi dottori. Non ha funzionato niente. L’unica cosa che funzionava ero io – otto, dieci, dodici ore al giorno. In questo lavoro non avevo scelta. Lo straordinario era obbligatorio e ti aggiungevano le ore una dopo l’altra. Non sapevi mai per certo quando sarebbe finita la tua giornata di lavoro.
Il lavoro mi stava uccidendo. L’avevo sopportato per dieci anni, sentendomi soltanto spiritualmente indignato per essere forzato a fare un lavoro ripetitivo, stupido. Poi, nell’undicesimo anno, il corpo cominciò a morire. Decisi che avrei preferito ritornare nei bassifondi, a piedi nudi, piuttosto che morire in sicurezza. Un uomo potrebbe sentirsi sicuro anche in prigione o in manicomio. All’età di cinquant’anni, con il problema di mantenere una figlia, mi sono licenziato. Stranamente, questo ha fatto arrabbiare molti miei colleghi; preferivano che morissi con loro invece che da solo.
[…]
Quando un uomo lavora per anni alla stessa occupazione il suo tempo diventa quello di un altro uomo. Voglio dire, anche con una giornata di otto ore, quella giornata è presa. Sommate il tempo del viaggio per e dal lavoro, il lavoro vero e proprio, il tempo per mangiare, dormire, fare il bagno, comprare vestiti automobili, gomme, batterie, pagare le tasse, scopare, ricevere amici, ammalarsi, gli incidenti, l’insonnia, preoccuparsi per la lavanderia e i ladri, se piove o se c’è il sole e per tutte le altre cose che non possono essere enumerate, non resta NEANCHE UN PO’ DI TEMPO PER SE STESSI. E, se lo straordinario viene richiesto spesso, alcune di queste attività devono essere eliminate, persino il sonno e, più spesso, le scopate. E per cosa, cazzo? E addirittura ci sono settimane di cinque giorni e mezzo, di sei giorni lavorativi, e alla domenica ci si aspetta che uno vada in chiesa o che visiti i parenti, o entrambe le cose. La persona che ha detto: “l’uomo medio vive una vita di quieta disperazione” ha detto una cosa parzialmente vera. Ma il lavoro calma anche gli individui, gli dà qualcosa da fare. E impedisce a molti di pensare. Gli uomini – e le donne – non amano pensare. Per loro il lavoro è il rifugio perfetto. Gli viene insegnato cosa fare e come farlo e quando farlo. Il 98 per cento degli americani sopra i ventun anni lavora, morti viventi. Il mio corpo e il mio cervello mi dissero che entro tre mesi sarei stato uno di loro. Mi sono ribellato."