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luglio 30, 2010

Mi separano due giorni alla partenza – uscirò una volta di più da questo paese, remotamente illudendomi in sogno di non rimetterci più piede – e me ne sto qui, mangiando un ghiacciolo comprato da' cinesi, di un colore a metà fra il verde, il giallo e lo sbiadito, con un gusto che è una sintesi del tutto malefica fra menta, limone, thè verde, plastica & acqua di risciacquatura dei piatti.
Apprendo quel che tutti sanno: il poliedrico presidente del consiglio ha cacciato Fini dal partito, pretendendo anche che si allontani dalla Presidenza della Camera (a che titolo, tra l'altro? Perché gli stai sui coglioni? Assumerà ad interim anche quella carica, poi? No, così, per sapere...).
Nel frattempo, adeguandomi al regno dell'apparenza e alla dittatura delle immagini, mi metto a scorrere (cliccando qui magari lo potete vedere anche voi) le foto dell'ultima festa che ha radunato cotanto consesso, da qualche parte dell'urbe, purché esclusiva: il compleanno di Rotondi, dico.
Ecco, pensavo: non riuscirei a provare tanto schifo, tanta ripugnanza, tanto indignazione se in simili foto vedessi esponenti dell'opposizione, con tutto quel che, pure, se ne potrà dire. L'inconcludenza dei Fassino, dei Bersani, dei Franceschini, etc; la litigiosità piccosa e fine a se stessa di molti degli esponenti cosiddetti “minori”; la ridicolezza e la piccineria dei loro orizzonti: tutto ciò può provocare rabbia, urtare e frustrare, far desiderare che sia diverso; ma... gesù cristo, questi! Questi mezzani panciuti, questi maneggioni dalle fattezze suine o genericamente bestiali; incravattati, abnormi, la camicia tirata sui loro peccati d'adipe esibiti; le sciacquette che li accompagnano o che fanno direttamente parte della cricca – tutti sorridenti, ammiccanti, felici, in posa.
Guardate Di Gregorio, così straordinariamente simile a un maiale: dareste a lui il mandato di amministrare il vostro stato, la cosa pubblica? Pensateci, affidereste i vostri soldi a questo tizio?
Guardate Giovanardi, la sua grassa opulenza enorme, l'espressione del suo sguardo: se – si potrebbe estendere questa considerazione a molti dei nostri “amministratori” – è vero (e lo è) che il corpo è intimamente legato alla mente, è il suo specchio e viceversa, cosa diavolo ve ne viene fuori? Fate da soli l'equazione.
Poi ancora, il sorriso servile di Minzolini, le pose della Gelmini, l'agghiacciante presenza abbronzata e grigiofluente di Verdini (e mancavano immagini di Schifani, Capezzone; qualche leghista, il Trota e la Carfagna e via così). Bonaiuti; lui e altre mille buzzoni, lì, vecchi come se non dovessero morire mai, ad esibire il loro potere e tutto quello che non fanno, mai: gente, provo decisamente schifo per tutti voi, abietti, corrotti, orrendi; voi, che avete elevato il raggiro a vostro beneficio la corruzione il favore personale e il vostro esclusivo tornaconto ad unica regola di vita, a metro per il quale può valer la pena muoversi (o far muover qualcun altro, in nome e per conto vostri, personalità importanti che nemmeno le mani, si sporcano); voi, gente così dappoco, ignorante, limitata, gretta, eppur così importante - si può deddurre - per la maggioranza degli italiani che vi ha votato (o avete imbrogliato anche lì?), mi fate semplicemente orrore. Vi auguro tutto il male possibile.
Andate a fare in culo, con tutto il cuore ve lo dico. Morite, tutti quanti siete, nel peggiore dei modi possibile e restate nel peggior inferno si possa concepire, per voi (magari soltanto un posto dove si lavori); nessuna pietà per gente come voi. Come voi e la vostra icona di cerone, capelli di plastica pelle finta. Lui e quell'altro idiota in camicia verde che non si capisce nemmeno che dice, il trombo non se l'è voluto nemmen lui.
Tutto questo per dire: spero che al mio ritorno il governo sia caduto, Berlusconi sia morto inculato dalla sua stessa erezione indotta e che sia stata instaurata una monarchia evolutiva ispirata direttamente dal Supremo (o su' cognato va bene uguale), con a capo Paperoga.

luglio 28, 2010

IO VOGLIO
Io voglio non dire più io vorrei, ma io voglio.
Questa, in soldoni, la conquista più grande che qualcuno più fare, il cuore di un esercizio su se stessi che tanto poco sembra e invece tanto significa.
Definire ciò che si vuole è passare oltre quel confine sottile ma solidissimo fra quell'indefinito personaggio con cui tendiamo nostro malgrado a farci vedere, vivendo la nostra vita attraverso ciò che gli altri si aspettano da noi, e il nostro cuore vero; è un rientrare nell'io, andare in stazione e vedere quali treni passano, sapendo che alla fine passerà quello giusto per te, e tu sarai lì. Nel frattempo aspetta. Hai pensato, sei stato bravo; adesso aspetta. Nel frattempo, magari, digiuna; ti faciliterà le cose.
Poi, una volta definito un obiettivo è tutto più facile:
“[...] se tu getti una pietra nell'acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando ha una mèta, un proposito. Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l'acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nulla nell'anima propria, che potrebbe contrastare a questa meta.
Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compier opera di magia, ognuno può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare”
...be', non sto a citar la fonte, non credo serva.
Per quel che riguarda il personaggio che fa da schermo o protezione – più spesso (sempre) da prigione – all'io, al puro amore, al nostro nucleo, all'Es – chiamatelo un po' come vi pare – si ricordi sempre che è niente più che una maschera, ed è attraverso quella maschera che noi mostriamo all'esterno che riceviamo dagli altri: un po' per nostra natura e un po' per convenzione, siamo comunque costretti alla relazione, di qualsiasi tipo essa sia; quindi, sono per certo importanti anche i messaggi che questa maschera manda all'esterno. In base al tipo di messaggi lanciati (e si ricordi sempre che l'ottanta per cento dei messaggi che mandiamo sono messaggi non verbali), il mondo esterno si rapporterà a noi.
Questo significa imparare a interagire col proprio personaggio (o coi propri personaggi), e non lasciarsi da esso tiranneggiare, il proprio io rinchiuso in un muretto e quello che furoreggia, magari comandato dalla mano altrui. Sei tu, col tuo io, che stai dietro al personaggio e lo dirigi; è lui che è una marionetta. La mano lì dentro è quella del tuo cuore, non quella degli altri.
Tutto questo, sempre tuttavia ricordando che esistiamo per noi stessi, indipendentemente da qualcuno che ci dà attenzione o importanza; da qualcuno che ci riconosce (tra l'altro: per lo più riconoscono il personaggio; quindi riconoscono qualcosa che non esiste), da qualcuno che ti calunnia, da qualcuno che ti concede i suoi favori sessuali, da qualcuno che in qualche modo si rapporta a te.
Questo è il modo orizzontale - da pari a pari, dove il pari parte tua che si rapporta non importa sia il tuo io:  può anche essere un personaggio, ma un personaggio tuo - di porsi, laddove quello del personaggio comandato dall'esterno è verticale, dall'alto in basso: il bambino che guarda in su verso l'adulto e freme; qualcuno che vorrebbe qualcosa ma non osa; qualcuno che attende speranzoso (e di sicuro di lì a poco frustrato).
Vedendoti per te stesso, rientrando nel tuo cuore, nel puro amore di cui siamo fatti puoi facilmente capire cosa ti serve, cosa cerchi, cosa vuoi e cosa non vuoi (avviso: distruggere è sempre più agevole che costruire, quindi è normale che la seconda sia più facile).
Ciò, oltre a quell'espansione verso il ricongiugimento (yin e yang se dir si vuole, ma anche Platone non è così lontano), che è naturale aspirazione di ogni nucleo, di ogni io.
Diciamo che al di là dell'Eterno, il contingente sarebbe alla portata: la strada è tracciata e disvelata. Un passo è fatto, e ti basta camminare. Vuoi arrivare fin lì? Accomodati. Prenderti cosa ti spetta, se sai cos'è, è anche possibile.

luglio 26, 2010

LE VERSATILI AVVENTURE LAVORATIVE DI TVBJNGXYA©

Nel mezzo della quotidiana preparazione del proprio caffè, Tvbjngxya© nota la scatola che funge da contenitore delle buste di plastica con le dosi per la macchinetta. Sopra c'è scritto: 

"I PROFESSIONISTI DELLA CIALDA"
Tvbjngxya© ringrazia quindi il cielo o chi per lui d'essere rientrato qualche minuto prima in ufficio, mentre ride fino a farsi andar di traverso quel caffè che sa di plastica.
Ciò difatti per certo non sarebbe stato capito o recepito o compartecipato né da MotorinoChieditore©, né da Asphyxilja©, né da Thambürhlanobyøndo©, né da chiunque altro in zona.
Quello, come per dire che se il coordinatore di qualche cazzo di sezione del Partito-Unico-delle-Libertà-Uniche dichiara che contro di lui c'è una vera e propria tempesta mediatica, Tvbjngxya© volesse notare che più che una tempesta mediatica sarà al massimo una pioggerellina mediatica, visto che tutti i media tranne due massimo tre son loro.
Ecco, nemmen quello sarebbe compreso: durante l'attività lavorativa si produce, si ingenera profitto a beneficio altrui, si fa cose preordinate ad uno scopo che perlopiù ci è ignoto o del tutto indifferente, ma solo quello. Questo il motivo per cui Tvbjngxya
© si troverà bene sempre con una minoranza di persone, anche in una società più decente di questa, perché Tvbjngxya© crede nelle persone, però non crede nella maggioranza delle persone. Crede quindi che si troverà sempre a suo agio e d'accordo con una minoranza... e quindi... auguri, direbbe l'automobilista che Tvbjngxya© s'è trovato affiancato alla Vespa, non fosse che Tvbjngxya© non ha mai guidato nemmeno il sì (e non ha nemmeno la barba, giacché dicon che buca).

luglio 23, 2010

È notte più o meno fonda, e me ne sto sdraiato sul retro di una Spider Alfa Romeo (o è una giulietta? un duetto? Le macchine mi son sempre state sui coglioni), rossa, compresso fra i sedili davanti e l'assoluta mancanza di spazio che c'è dietro, mentre il guidatore scende rombando giù per stradine tortuose, un ciglio di bosco alla sinistra e una ripida vallata dall'altra. Incrociarsi con altre macchine è tragico; ficcato lì dietro, ringrazio il cielo che non vedo un beneamato cazzo. Il guidatore è Romano, proprietario dell'hotel dove lavoro, un tizio mediamente anziano, con la faccia da volpe e gli occhiali spessi un centimetro, la cocuzza ricoperta da una specie di capigliatura a pratino all'inglese in versione sale e pepe (più sale che pepe). Tutto sommato un taglio da duro, come da duro sono i modi con cui ci affronta, noi sottoposti lì all'hotel, un torcione sulla spalla e l'abbigliamento da cuoco esibito come un'uniforme da sergente. Un duro d'altri tempi, un nonno burbero che sacramenta se non lo stai a sentire, ma non morde né sa cosa sia l'altezzosità o la superbia - lavoro, lavoro, lavoro, ché la vita è dura e si soffre, porco mondo! Questo tizio in pratica passa trecentosessantacinque giorni l'anno nel suo hotel, schiavo del suo lavoro e del relativo accumular soldi che ciò comporta: forse è per sentirsi più vivo che s'è comprato la spider rossa e passa le ore libere a lucidarla, tirandola fuori in grandi occasioni come questa.
Accanto a lui siede Antonio, capo cameriere dell'albergo (capirai la bravura, i camerieri son due, massimo tre!), un tizio mezzo ritardato con una dentatura da cavallo con dei problemi e una pronuncia con la lisca che i clienti cercano più che possono di non ridergli in faccia.
A fine serata - a fine servizio, come dicon loro - il gran capoccia volpino viene da noi e ci fa: andiamo, vi porto da Attanasio, dieci minuti e si parte. Io son sempre qui che mi chiedo chi cazzo sia Attanasio e nel frattempo mi ritrovo già pressato come una cazzo di sardina nella macchina sportiva del grande capo, che per l'occasione s'è calzato sulla testa una coppola da guidatore di ferrarini d'antan e infilato alla bell'e meglio un paio di pantaloni non a quadretti bianchi e grigi, con sopra una maglioncino di cui non ho ben afferrato il colore.
Sento arrivare una macchina, sempre più vicina, e le ruote del lato destro della nostra spider grattare il cordolo sul ciglio, e mi metto a pensare cazzo non son nemmeno maggiorenne, che cazzo me ne potrà fregare a me di conoscere uno che si chiama Attanasio se poi nemmeno ci si arriva e ci si sfracella giù per un burrone, ma di lì a poco la strada di campagna è finita, e su strade più larghe, Romano può dar sfogo alla sua voglia di vita da signore.
Antonio, accanto a lui, apprezza l'aria ed il pericolo. Che accidenti vuoi che ne possa sapere, quello lì, che questiona sulle mance e frulla come un passero impazzito dietro ai desideri del clienti, rendendosi la maggior parte delle volte ridicolo nella sua somma aspirazione di compiacerli. C'è solo quello, e quello è il massimo. Cazzo ne sa, lui?
Io mi limito a pensare, meno male che davanti non c'è Jane, che sarebbe la nostra cuoca inglese, cioè, centoquattro chili di cuoca inglese, però molto simpatica, e che a me mi dice sempre che sono intelligente ("you're very clever!") perché so come si dice fisarmonica in inglese e ogni tanto si prova a parlare in quella lingua.
Oh, mica per lei, eh; saremmo stati anche meglio, come compagnia, che non averci quello stronzo pulcioso lì sul sedile del passeggero che comunque a propria volta è meglio assai dell'Oriana, la cameriera in seconda, acida ed irosa come non so nemmeno cosa, sempre pronta ad altercare, aver sempre ragione e rompere in genere i coglioni. Se dio vuole era già a letto, quando il capoccia ha avuto l'illuminazione. Ed a sua volta lui a letto ha messo la sua, di moglie, e poi via a viver da signore, coi suoi camerieri.
Io però sono il barista, senz'altro una figura di incompreso fiorellino senza pari che spicca in quel letamajo d'insieme che è l'hotel Imposto, 3*** e ci stai largo nel paese di San Renitente Alla Leva, su péi monti e pélle valli.
Servo caffè e amari di origine plebea ai vecchini del paese, un baby doppio agli operai in riposo, un bicchierino di Kambusa, una cedrata e via così. Mi sogno le lattine di birra che mi aggrediscono, e ho il pollice sgallato per aver aperto troppe bottiglie d'acqua con quei cazzo di cavatappi. I vecchini comunque giocano a carte, e io mi sorbisco le tirate del chiacchierone del posto, che gira col bastone e occhiali neri (io mi chiedo sempre: sarà cieco?) e racconta i soliti due o tre aneddoti da almeno tre generazioni, e di quando in quando (sempre) provo a fare il ganzo con qualche ospite-ragazza, con un successo per lo più di bassa tacca (ma sicuramente è colpa loro, o del posto a me tetragono): una volta ho pure suonato il piano per due o tre tenniste di roma, che eran lì per un torneo del cazzo di non so cosa. Esito: nessuno, ma m'hanno detto bravo. Son soddisfazioni.
Mi chiedo come son finito lì, un po' come nella vita si fa tutti, prima o poi.
Alla fine però arriviamo da Attanasio, che nient'altro era che un ristorantino di medio lusso per gente che s'illude che l'esser signori sia qualcosa che si compra.
Come mai non c'ho pensato da me? Questa gente tutta si trova, tutta s'accorpa, nel lavoro. E fanno lega, società, sindacato, amicizia.
Antonio capo-cameriere scodinzola, gongola, è felice: questa è la vita, per lui, questo il suo massimo - per stasera è nel mondo dei grandi; si è seduto pure accanto al suo modello, un po' com'è un padre per un bimbo.
Che cazzo ne sa, lui?

luglio 13, 2010

"La corruzione, intesa come mezzo e fine, a se stesso bastante, realizzazione somma di qualcosa che un tempo potevano essere gli ideali e le ideologie, è la base fondante di qualsiasi sistema di governo occidentale contemporaneo. A quel punto, sarà solo questione di minimi scarti (es. il governo x è totalmente affogato nella corruzione; il governo y al 90%, etc. etc.), ma questo è il portato inevitabile di una situazione generale che pone a sovrana esclusiva l'economia, a tutto dando ostinatamente un prezzo. Se anche gli uomini hanno un prezzo, niente di più facile che comprare gli uomini. Se il prezzo è scalata sociale e privilegio, niente di più facile che far salire posizioni e acquisir privilegi. Se privilegio è in definitiva lusso, una bella macchina, una villa a sbafo, un'esibizione continua di status symbol e (magari) anche visibilità mediatica, il gioco è presto fatto.
Il tutto in un'escalation continua che nutre - cane che si morde la coda, ma senza una fine se non (presumibilmente) violenta - i suoi protagonisti, e nulla fa per la collettività ed il sociale, badando esclusivamente ad autogarantirsi, mantenere posizioni, tirare a campare nel proprio, menando ciascuno l'orticello (il quale spesso diventa invero piuttosto grande, poiché il mondo di oggi vira ineluttabile verso la globalizzazione, intesa come estensione dei domini di pochi sui più): che senso potrebbe avrebbe, allora, garantire uno Stato Sociale? Quale significato, il sostenere che il benessere dell'uno passa inevitabilmente e giocoforza da quello di tutti? Il mio è il mio, signori, e più ce n'è per me, meglio è: d'altronde, ho bisogno di soldi e appoggi per garantirmi tutto questo; nel mondo di oggi tutto costa, e più soldi avrò, più alto sarà il mio privilegio. Sono tutti quanti in vendita, in una società che tutto prezza, e questo - ben lungi dall'essere un male necessario, che sopportano in nome d'un ben fare che non esiste più - è tutto quello che ci distingue dalle bestie e dalla natura".

(Giovandomenico Persiana, Fenomenologia di ciò che c'incupisce & indigna, Ed. Galaxy Express 1999, Ravanate sul Ditone, TRP)

giugno 30, 2010

FARAGLIONI DI LUPI A VALLE (non vuol dire un cazzo, lo so, ma il suono mi piaceva)

Sul serio, sì... ora cerco di pormi al centro e da lì guardare.

Ma mi chiedo se sono io che non ho mai visto e, se così, se proprio non volevo: se mai fosse stata una specie protezione, uno scrupolo, una difesa.
Una vergogna?
Forse proprio una vergogna, ché tanto in mezzo ci si cresce, alla vergogna; uno se ne imbeve e non se ne accorge e i danni se li fa da solo.Tormentarsi è un'arte (?) malvagia e senza motivo.
Ora cerco di pensare che gli altri non esistono, che Gli Altri è di per sé concetto vago e volutamente indefinito, fatto apposta per mantenersi sempre e comunque come in colpa, come esseri da giudicare e quindi necessariamente colpevoli di.
Penso a tutto questo e mi chiedo: davvero sono arrivato a tanto? Com'è andata, dove mi sono perso?
Ma il punto poi è che io non ricordo nulla, ho pochissimo materiale, e quel poco che mi esce è confuso, non costruttivo, quasi senza senso, come questo post in cui - e son dieci righe - già non capisco più cosa origina cosa e perché solo a volerlo uno si rende conto che gli altri non esistono e se non esistono con chi cazzo saresti in guerra tu? Sei proprio un bel coglione!
E da quale malsana e inutilissima vergogna nascerebbero i disagi a rapportarsi ai parenti e ai familiari, con la conseguenza che appari taciturno e mezzo suonato mentre l'unico lato positivo che ti puoi citar (da solo, peraltro) è che il silenzio è d'oro e come tale quasi sempre da preferirsi?
Che vantaggio c'è, infine, a costruirsi un muro e dietro questo ripararsi?
Ripara?
È una roccaforte o una prigione?
Se non sei in guerra, perché avresti bisogno di una roccaforte? Se non sei in colpa, perché dovresti essere in prigione?

giugno 28, 2010

DE CONSOLATIONE PHILOSOPHIAE o QUESITO N. MCDXVII CON LA SUSI 

Come si legano nr. quattro (4) pulcini di papero (ardita perifrasi per dire anatroccoli) che nuotavano nel rigagnolo di scolo di un immoto lago verdone + nr. un (1) airone o comunque qualsivoglia tipologia di svasso e/o cicogna (ma senza bambino nel becco) stazionante sulle rive del lago di cui sopra + nr. un (1) piccolo di merlo (o forse era un fringuello) che cercava di rimontarsi il ciglio a saltelli ancor non potendo volare + (ibò, dé) Susanna Tamaro vestita alla guisa zuava, zaino in spalla mani sulle cinghie e cappellino calato sui pampani in fuori?
Voglia d'uccelli, chioserebbe l'arguto (ma assai poco fine) lettore?
No perché al tutto ci si può aggiungere nr. due (2) lune bellissime, tonde e grandi e d'un bel giallo tendente all'arancio, che quando c'è passato sopra una striscia di nuvole pareva c'avessero un sorriso e tanto d'occhi. Questo, una; l'altra stava solo lì, fra un torrione ritto e il bastione tutto, mentre da vicino risentivasi musiche esotiche e moderatamente spiacevoli, come a mangiare e poi risentirsi il roquefort (l'immagine non è affatto poetica ma: uno, nessuno aveva mai sostenuto dovesse esserlo; due, è esattamente così che succede, provare per credere, come direbbe un tizio d'una pubblicità, saran vent'anni o su di lì, sicché magari è anche morto, com'è anche giusto siagli toccato).
Toh, vai, uno a zero per me, segna.
Come si lega, si diceva? L'uomo è meschino, limitato, gretto. Riporta tutto a sé, alla sua condizione, alle sue misere myserie: di' quanto sopra a un gelatajo e lui penserà nell'ordine ad una (1, quattro piccoli uguale una grande) vaschetta di Crema con due stecche di vaniglia sopra, al Pistacchio, alla Nocciola, Susanna Tamaro (la qual nessuna coatta fantastia può riuscire a accendere), e infine Mango, che forse più ci dice che l'arancio o il mandarino (senza contare che chi lo vende il gelato al mandarino?).
Io per me le ho legate pensando:
“Madonna che giornata di merda sarà anche domani!”
E ce ne siamo andati, ognun co' suoi problemi, ognun co' suoi pensieri.
Disse il poeta, mandando in culo la Susi o chi per lei.

giugno 10, 2010

HO UN PO' LE PILE SCARICHE, ECCO

Ho dato un'occhiata, e a dire la verità non era un bel vedere, per esempio il Comprensorio del Villaggio Rustico, con quei mezzi depressi con i vestiti normali non firmati che alla mattina si trascinavano fuori di casa e montavano in macchina. E c'era qualcuno a salutarli con un bacio, tipo dicendo stase4ra quando torni trovi un bel regalo che sarei io? No, la persona che doveva salutarli con un bacio sbraitava, o fumava, o sbraitava mentre fumava, e quando quei poveracci tornavano si sedevano sui gradini dell'ingresso con la testa fra le mani, come se tutta la giornata al lavoro li avessero presi a bastonate in testa, dicendogli imbecille che non sei altro.


(G.SAUNDERS, Nel paese della persuasione)

maggio 28, 2010

II.

Dall'altura godesi un gran bel panorama, ma qual due (tre) pugnaci fanti come noialtri siam, figurarsi se il bello per il bello può incantarci. Senza requie s'infila il filo, si avvita il morsetto, si fissa il dado.

Nel frattempo è giunta l'ora IPSILON e tre quarti: e Bruno come l'orso da giù richiama attenzione: non passa il cavo, non c'è verso.
Si passa al piano B. Buttare un salmone vivo a Bruno. No cioè, volevo dire: lubrificare il cavo col sapone.
Niente da fare.
Piano C (scocca l'ora Z): si passa da sopra, prima però ci si accerta su quale possa mai essere la forassite che raggiunge la di me magione, mentre Bruno comincia ad agitarsi, strofinando il dorso al più vicino albero. Si stacca il primo cavo dell'antenna. La TV funziona ancora, probabilmente la abbiamo appena tolta al cav. Erniego Polpa, vicino di casa a giorni alterni. Meno male oggi era venerdì, vedrai non c'era, sennò poi lo sentivi. Secondo cavo dell'antenna (io da giù faccio la spola): ancora tutto ok; il faccione di un qualche bellimbusto dei meravigliosi programmi TV del mattino – che divergono da quelli del pomeriggio solo per l'ora, penso – sorride ancora (che cazzo c'avrete tutti, da ridere, poi?). Chissà chi non vedrà Il Grande Fratello, stasera, nel casamento. Cazzi loro. La TV diseduca & imbarbarisce, più che altro gli s'è fatto un favore. Dopo tre cavi, il quarto magicamente mi fa saltare in aria i programmi. Peccato, Bruno s'era appassionato, giù, alla vita sentimentale della Principessa Eritrea II di Mangrovia sposata Ciapetti-Früsthuck che davan su Verissimo, replica delle ore XX-ZZ. Indi per cui il cavo è quello. Via col passar la sonda. Scorre, scorre, scorre: non scorre più.
Again, boys!
Scorre, scorre, scorre: non scorre più.
Ok, piano D: dopo un interessantissimo florilegio di litanie indissolubilmente legato ai nomi dei santi più comuni e financo più peregrini, si decide per un passaggio esterno del cavo. Nel frattempo, l'operazione è cresciuta in modo preoccupante: sono sette i tecnici che si radunano sotto il tetto, e quattro i furgoni che si sono fermati. Io sospetto che siano i due panzer sul tetto riescono telepaticamente a chiamare in aiuto macchine da guerra lor pari (o quantomeno a proiettar i loro ologrammi geneticamente modificati), quando vengo interrotto nelle mie elucubrazioni da uno dei nuovi arrivati, tale Trutta Salmo, noto ai più come “Il Miccia” per i suoi modi spicci e spregiudicati.
Il Miccia, cartucciera piena di attrezzi incrociata sul petto in fuori, così mi apostrofa:

“Dovremo passare il cavo da qua fuori, faremo un foro qui, passeremo qui dietro, toglieremo questo e sfonderemo l'infisso”
Prima che abbia avuto il tempo di dire scusi, e lei chi sarebbe?, Il Miccia ha un trapano di ragguardevoli dimensioni in mano, e si sta dirigendo in casa. Lo accoglie Bruno come l'orso, ormai a suo agio sul divano, nell'atto di sbucciare un cavo coassiale di rete.
“Certo, potremmo però passare anche da qui e buttare giù questo muro. Poi lo ritiriamo su di cartongesso dopo che ci abbiamo murato una forassite”, medita ad alta voce “Il Miccia”, e poi passa a mettermi a parte del suo piano, mentre cerca aggressivo una presa della corrente.
Dove voglio che arrivi il cavo? Quanti metri saranno da su (questa non è una domanda, Il Miccia sa esattamente quanti metri sono; mi fa l'indovinello solo perché fra le molte sue qualità c'è anche l'irresistibile simpatia), certo se passiamo di qui è meglio, qui ci vuole la scala, questo toglilo di qui che dà noia, sai eseguire una tracheotomia con un coltello da cucina io chiaro che sì, etc. etc.
Poi indossa l'auricolare bluetooh – non si sa mai, qualcuno lo chiamasse – e comincia a trapanare, mentre gli altri due tecnici, fuori, mettono in posizione la scala.
Nel tempo che Bruno come l'orso ha finito di sbucciare il cavo, Il Miccia ha fatto il foro col trapano, è uscito fuori e al momento, un rotolo di cavo sottobraccio, si sta arrampicando sulla scala (4-5 metri di altezza) per raggiungere i due primigenî artiglieri della prima ora, ancora sul tetto alla ricerca del segnale, con una serie di complicati ma tecnologicissimi mezzi. Suppongo che lui si sia orientato inumidendosi un dito e mettendolo al vento.
Ormai l'intervento ha preso i connotati e le dimensioni dell'operazione Overlord.
Dopo cinque minuti esatti dalla sparizione del Miccia in cima alla scala, vediamo scendere un cavo dall'alto, e tocca a Bruno - sotto le istruzioni dall'alto del Miccia, il quale nel frattempo tiene gli occhi chiusi per rendere tutto un po' più difficile e sapido - arrampicarsi e martellare vicino alla finestra del vicino Vicino Azerbo (Vicino è il cognome, Azerbo l'ho aggiunto io perché ho ragionevoli motivi per supporre sia il nome), facendolo poi scorrere fino al buco.
È quindi Il Miccia che prende da dentro casa il cavo (si sarà buttato, da sopra il tetto?) e lo attacca al computer per la prova del nove.
L'ora X è – s'è visto – ampiamente già scoccata, ma d'altra parte io son tutt'altro che zerozerosette, e l'ora X per me corrisponde all'ora Z e cinquantuno, momento in cui apprendo che finalmente son connesso col resto del mondo, e potrò d'ora innanzi vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.
E senza nemmeno andar nei boschi, si pensi un po'.
Restava adesso il problema di smaltire due tecnici presumibilmente ancora sul tetto, Bruno come l'orso e i due tizi fuori, che a questo punto suppongo essere due passanti in divisa da operajo della Magneti Marelli.
Il Miccia era fuori discussione, a meno che non si fosse dissolto da sé.

(PASSO MA NON CHIUDO, MALEDETTI VOI)