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gennaio 31, 2011

...a proposito di stereotipi, mi sfugge, effettivamente mi sfugge - sinceramente mi sforzo poco, però resta il fatto che mi sfugge -  il senso di tutta questa gran copia d'immagini: si va una sera a mangiare la pizza? Si (e ci si) fanno mille e mille foto ai commensali che mangiano, e poi magari si mettono su facebook o myspace, o quel che è. Una serata in un locale? Ecco pronto un bel servizio fotografico di amici conoscenti e astanti, al tavolo di un pub, fuori, in pista, sotto il palco, con un bicchiere in mano, abbracciati, autoscattatisi, beventi, mangianti, soprattutto facenti comiche (?) boccacce. Ecco: le boccacce codificate e serializzate inconsapevolmente (il che è anche peggio e preoccupante - l'esser standardizzati proprio quando si pensa d'esser fuori dagli schemi, dico), van di gran lunga per la maggiore, sfondo scuro e primo piano di uno o due soggetti in atti che vorrebbero esser - in nome di non si sa cosa - buffi. Due ragazzi? Tiran fuori la lingua, così a caso. Ragazze? Le labbra atteggiate come a dare un bacio non si sa bene a chi. Gruppi di tre o più persone? Un po' questo e un po' quello, tutti però sempre ammassati e facenti versaccio l'un contro gli altri, ché fa sempre gruppo e simpatia.
Il tutto, a superflua e continua testimonianza di qualcosa che sinceramente - dicevo, appunto - mi sfugge.
Che senso ha? Dove abbiamo (avete) preso questo cazzo di virus da sovraesposizione pseudo-comica a tutti i costi? Son solo le infauste ma male utilizzate potenzialità del digitale, o ci mettete anche del vostro medio?
Ovvia, lo volevo dire, ecco.

gennaio 15, 2011

EDWARD HOPPER (upon Carlo Ambrosini)

Un tempo bloccato che perdura nella mente.
Un fotogramma fuori dal film... una foto istantanea fuori dalla realtà...
un attimo fermo, separato per sempre da quello prima e da quello dopo, perduto nel tempo e nello spazio per opera di un incantesimo.

"io non mi figuro il tempo come qualcosa di stabile e lineare... nella nostra memoria, il tempo si aggroviglia...
degli infiniti frammenti che lo compongono alcuni rimangono impressi nella nostra memoria, altri svaniscono e sembrano perdersi...
ma in realtà, neanche il più piccolo di questi attimi si perde mai definitivamente. Al massimo rimane in sospensione..."
"Questa è un'idea poetica... io non l'ho mai toccato, un attimo in sospensione..."
"Questo artista invece sì, quando dice che il miglior soggetto per un quadro è una parete investita da un raggio di sole...
un'immagine ferma in un istante eterno, caldo, immobile e rassicurante...

Il vantaggio dell'artista, come direbbe Mordecai Richler, è che quell'attimo lo sceglie (l'artista sceglie l'attimo o l'attimo sceglie l'artista? O entrambi sono scelti dall'arte? E chi sono io, uno che ha tutte le risposte? Fate un po' voi...); l'artista è il padrone assoluto delle proprie regole, il creatore del suo mondo. Fa per sé e poi per tutti - o quantomeno chi ha occhio, orecchio, cuore, voglia.
E pazienza se riproduce quello che vede: l'occhio umano fa sempre e comunque prima una scelta, poi passa a tradurre questa scelta nel linguaggio che più gli è congeniale (sia un film, un quadro, un trattato filosofico, una melodia o una poesia).
Il nostro attimo, oggi, è quello delle escort, dei soldi sopra tutto, del successo. Ed è lì fermo, nessuno lo smuove, un incantesimo alla rovescia, un Hopper con una gran bella gastrite. Questo, noi vediamo. E come è vero che sei quello che mangi, nessuna meraviglia se la bellezza s'è rintantata (peggio: degradata e trasmutata nel concetto di bella gente, esteti da due soldi che sfoggiano le loro miserie come fossero gran pregi, e hanno pure la pretesa di convincerti).

Certo, in tutto questo fa eccezione Clint Eastwood, un tizio che - sospetto - te ci vai con un foglio di carta e lui ti ci tira fuori un origami, gli porti un pomodoro e una foglia di basilico e ti ci fa un sugo da sogno, gli dici una parola e lui te la trasforma in marmo.

gennaio 13, 2011

SE È VERO CHE LA BELLEZZA NON SI CONSERVA, MA SI CREA; COSA CI FACCIO TUTTI I GIORNI QUI?

Tutte le mattine che c'è la nebbia mi vien da pensare, e il mio umore vira regolarmente su tonalità a mezzo fra il meditativo e l'amaro.
Altro che il mare: è la nebbia che ispira al mediocre pensieri profondi (Flaubert rivisitato). Certo io son mediocre forte, se è vero che pensavo fondamentalmente tre cose:
a) quanto è buffa la parola fuco (ahahahahahaha oioi, rido ancora mentre la scrivo - il massimo sarebbe un'ode del Parini su un fuco. Ahahaahahahah, oioi, veramente troppo!);
b) che razza di cancro in metastasi della moderna società capitalistico-occidentale siano i finanziamenti e i pagamenti a rate, e cosa da tutto questo discenda;
c) con che tono di voce dire al telefono ma vergognati pezzente, al mio ex-vicino di casa che mi deve 87,50€ per la vuotatura fossa biologica e se n'è andato dopo essersi attaccato direttamente al tubo dell'acqua svellendo il contatore piombato (perché il suo padrone di casa aveva deciso che era in qualche modo controproducente pagare le bollette - ok, so che oggigiorno, in nome di non so quale modernità o efficientisimo, non si dice più bollette bensì fatture, ma - come dire... - m'importa una sega; per dirla col Trissino: io sono un uomo del Rinascimento); aver preso la corrente al cantiere lì accanto mediante un cavo volante tra casa (sua) e il generatore (loro); aver ricevuto la visita dei carabinieri perché la piantasse con questa storia e tra l'altro lasciasse l'abitazione; aver avuto la faccia tosta di chiedermi se per l'ultima notte prima della sua dilazionatissima uscita di scena - mi piacerebbe dire dal mondo - poteva attaccarsi alla mia luce scale, sa, giusto per avere una luce quest'ultima notte, penso a tutto io, attacco un morsetto all'avvitatura per la lampada e domattina presto rimetto tutto a posto; è già fissato il camion dei traslochi tra l'altro. Sì, ma quanto me li rende quei soldi (immane testa-di-cazzo)?, pensavo io. Domattina, disse l'orrido ciccione dai capelli unti, e se non ci troviamo glieli lascio nella cassetta della posta, e rimetto a posto l'applique. Il giorno dopo se n'era già andato, e la luce era senza applique. Nella cassetta della posta, il vuoto. La sera, idem. La luce è ancora senza applique. Che te la sei fregata, stupido? Cazzo ci fai, con un'applique in vetro senza base? Ma sei veramente una cosa vergognosa! Ma io ho il tuo numero, sappilo, ciccione di merda così simile a un fuco (ahahahaha) che di sicuro farai i finanziamenti per comprarti il cellulare high-tech o lo schermo piatto che così ti pare d'esser magro anche a te. Vaffanculo...

Vincenzo io ti ammazzerò;
sei troppo stupido per vivere
.
Vincenzo io ti ammazzerò,
sei troppo ladro per amare.


Poi il viaggio è finito. E anche la nebbia, s'era parecchio diradata.

gennaio 10, 2011


TYTOLO: GATTI (NERI) INCOMBENTI SULLA SPALLA, o: UNA BELLA MATTINATA

Ovviamente il modem non c'era verso di installarlo. I driver per MacOsX, frutto di una ricerca infinita e aleatoria andavano bene, eran proprio loro (e quanto è cool dire MacOsX - pare che uno nel suo pigiare tasti a caso segua davvero una logica), e aperto lo zip che li conteneva sul Mac veniva fuori un file .pck (e porto sei) da cui, se lanciato, s'ingenerava una graditissima schermata che annunciava l'imminente installazione del driver Alcatel Manta Speed Touch Usb e ci stai largo. Cliccate su avanti (merde).
Voi, che avreste fatto?
Quindi, mentre ero ancora lì che mi dicevo: "GÏOITE!", tanto per rinverdire i ricordi di un tizio che conoscevo non fosse che poi è morto schiantato così come nulla fosse - ah, le umane & vane pompe! (sissì, però meglio lui che io) - sullo schermo giungeva la lieta et immancabile novella: "impossibile installare la periferica. Mancante l'indice 17".
Sola opzione, un "ok" da cliccare. Una volta fatto, a ribadire il tutto, il sistema aggiungeva: "questa periferica non può essere installata su questo computer".
E io ero ancora alla t di "GÏOITE!".
Comunque fosse, giacché son pugnace, mi son connesso col 56k e di corsa (si fa per dire) ho navigato su google alla ricerca di cosa mai potesse essere quest'indice 17 che era così tetragono a me e soprattutto in relazione a questo driver.
I nemici possono nascondersi ovunque, specie oggigiorno.
Come ci si può agevolmente immaginare, venivano fuori link a forum e ancora forum, in cui si gente disquisiva sul fatto che l'indice 17 era tetragono anche a loro (il bello dell'informatica: non ti senti mai solo, nelle grane. Solitamente non ci fai neanche un cazzo - ma insomma, il consorzio sociale innanzitutto!) e diceva cose del tipo: "cosa cacchio è l'indice 17?"; "non posso installare il modem... aiutooo", "puttanaccia troia, ti pareva?", e via così.
Certo, anche le soluzioni al problema erano presenti; si possono riassumere così: "rassegnati, vatti a comprare un modem più recente".
C'era anche un tizio che era riuscito, editando il file .pck alla (suppongo) guisa marziana nonché alla zitta (certe cose, nell'informatica, vanno necessariamente fatte alla zitta) a superare il problema relativo all'indice 17, portanto quindi a termine l'installazione; peccato che però poi - diceva il medesimo - il modem non si connettesse. Considerando che un modem questo dovrebbe fare, non mi pareva un gran raggiungimento, o comunque sia qualcosa di cui vantarsi in un forum davanti a gente che aveva nick tipo efestione, deception69, cicciobombasex, e via così. Specie se tu ti chiami Topesio44 e come immagine hai un Lupin che patisce, insomma.
Ripongo dunque il modem ed abbasso le orecchie, in settimana ne andrò a comprare uno. O quello o un mazzolo, ora vedremo.
(A me i mac peraltro son sempre stati anche sul culo).
Quindi, secondo tempo. La macchina, il tubicino e l'innaffiatojo (questa va a finire bene, me lo sento)
La macchina è anziana e per i prossimi mesi ha intenzione di STARE® lì, tetragona anch'essa a qualsivoglia idea di moto verso luogo per cui è stata concepita. Indi per cui non c'è ragione di lasciare un serbatojo pieno del liquido che serve a porre in essere quel concetto di base che giustifica in sé l'esistenza di tale apparecchio di cui sopra (in cui di cui sopra può esser riferito sia al veicolo che al concetto - questa è sintassi d'alta scuola, cari voialtri, ma che cazzo ne volete sapere voi?). Questo, considerando anche (l'indotto) valore di mercato che questo liquido scuro ha nell'oggigiorno, cioè cazzo no, scusate, voglio dire, eh? (cosa?).
Apro il serbatojo e infilo il tubicino, il quale sembra scorrere collaborativo. Scorro finché mi par che vada, poi aspiro.
Metto giù.
Niente.
Ri-aspiro. Stavolta sento tipo l'odore come se si avvicinasse una sciagura.
Metto giù.
Niente.
Terzo tentativo, aspiro più forte.
Penso: vai una bella boccata! Aperitivo!
Niente.
Chiudo il serbatojo, invocando in malo modo San Renitenzio e San Cosplei.
Sbatacchio con inconcludente vigore l'innaffiatojo (lo faccio solo per ingenerare un po' di virilità, a mascherar la sconfitta su tutta la linea), riprendo tutta la mia robetta e vado a far la spesa.
Ovviamente, c'avevo con me due buoni sconto gelosamente custoditi (scadenza: oggi) da consegnare alle casse.
Me ne sarò ricordato?

gennaio 07, 2011


Regola Numero Uno.
Vai in ufficio quando non c'è nessuno, così puoi non fare un cazzo tutto il giorno, e prendi le ferie quando ci sono gli altri, così questi faranno il lavoro al posto tuo(*).
Corollario alla Regola Numero Uno:
Bearsi quindi dell'imprevista sensazione di felicità che proditoriamente prende la bocca dello stomaco la sera prima, in luogo della dolorosa consapevolezza per la spiacevole et inevitabile costante che vi germoglia invece al solito - domattina vado a lavoro, sono felice, trallallero-trallallà; me ne starò lì, mi gingillerò tutto il giorno, campi sterminati di possibilità davanti a me, tutto il web da dragare e tanto, tanto caffè gratis.
Per tacer del senso di onnipotenza e autostima che ne nasce. Non sto facendo un cazzo da ben 8 minuti e sono comunque pagato dall'azienda. Sono un dio, sono potentissimo, la Forza è grande in me (ma, per un corollario di natura illustrata alla Regola Numero Uno, cfr. Dilbert, Adam Scott)
Controindicazioni alla Regola Numero Uno:
La reazione dell'establishment ad essa regola si dà nella misura in cui il o la tytolare – comunque sia, il superiore – constatando effettivamente come non ci sia un cazzo da fare, si sente, in modo svpremo, quasi mystico, in dovere di romperti i coglioni in qualsivoglia modo & maniera, ad esempio telefonandoti di continuo ponendo domande inconcludenti & manifestamente irritanti in merito a questioni evidentemente posticipabili, o marginali, o minori, o comunque sia meramente cavillose e gratuite, se non fuori luogo. Non aiuta in questo senso l'abbondanza di canali comunicativi odierni, per cui al più tradizionale mezzo telefonico possono ancor più agevolmente sostituirsi veicoli quali e-mail, skype, etc.
Nei casi di maggiori problemi personali (del tytolare, intendo) può anche darsi il caso che questi rinunci al suo/suoi giorno/i di ferie per presentarsi a sorpresa in ufficio, o comunque lasci artatamente in sospeso la sua presenza per tenere il sottoposto sulle spine, conduendo poi un agguato con arrivo di soppiatto e porta spalancata.
A quel punto, nel sottoposto, il senso di benessere della sera prima si tramuta improvvisamente in acidità di stomaco e bile, e la frustrazione montante continua vieppiù a salire, perché a quel punto deve far finta di lavorare senza aver nulla da fare, la cosa peggiore che può capitargli dopo un conflitto nucleare. Se anche questo triste stratagemma salta per manifesta impossibilità (voglio dire, se veramente non c'è modo di far niente), egli deve dar relazione a lui/lei, intavolando conversazioni di qualsivoglia natura ma comunque sia moleste.
Certo, a pensarci, il sottoposto potrebbe anche provar pena per questa persona, ma è giusto lo spazio di un attimo: piuttosto velocemente prevale la rabbia.
È anzi molto probabile che il sentimento di pena non si presenti neppure.


_______
(Note alla Regola Numero Uno)
(*) ringrazio l'amico (**) Enio Gambacciani per la formulazione compiuta ed articolata di simile concetto.
(**) amico: non avendo - come più volte trasparentemente ribadito - l'estensore della presente opera (?), amici, e ciò in grazia della sua natura diffidente, scontrosa, nonché livorosa in sommo grado, trattasi ovviamente di amico immaginario, col quale peraltro litiga comunque in continuazione, anche per questioni di poco o nessun conto.

gennaio 04, 2011


Segno inequivocabile dei tempi che cambiano, che le nuove generazioni hanno sì di più, ma - per così dire - anche di meno:
"mettimi la traccia 17, zio!"
Lo zio esegue.
"Chi è questo?"
(Seraficamente) "lady gaga"
"Ah, ecco..."

Poi arrivi a lavoro e chi è al comando tuona: facciamo (ovverosia fai) questo, inviamo questa mail, concludiamo questo accordo: non possiamo perdere questo guadagno!
E tu pensi che non ci sono parole, o quantomeno parole meno grette di queste.

Poco prima (prima cioè di accompagnare all'aeroporto i nipoti, destinazione URODISNY
®, posto nel quale il più piccolo tra l'altro ripone la speranza spasmodica di vedere Scooby-Doo, in ciò che potremmo definire il proemio ad una sicura tragoedia di infantili disillusioni), ti siedi in Banca ad ascoltare i discorsi di un ragazzotto vestito a festa in merito a Fondi Pensionistici Complementari a medio, breve e lungo termine; rendite monetarie, obbligazionarie e azionarie, sempre - ma era ovvio! - a basso rischio. Spese accensione pratica, tassi d'interesse nominale maturato; disdette (nessuna possibilità) e anticipi (casi estremi). Il tutto condotto come sempre in questi campi - nessuna certezza di non esser raggirato (e nessuna certezza che il tizio che ti sta di fronte ci capisca qualcosa più di te).
E tu pensi no non sta succedendo a me, questo non è vero, non è possibile, cazzo. Io sono qui, e accanto a me siede la speculazione sul capitale, la droga del nuovo milllennio, il nulla, le bolle, il risparmiatore che reinveste, i fondi azionari, il tasso nominale, l'interesse passivo maturato, e Brivido Terrore & Raccapriccio - l'orrore! L'immondo demonio! Il lato oscuro!
Non sta succedendo a me, no, no, no...


Insomma, Lady Gaga non è certo il peggio, ma - ammettiamolo - aiuta. E se loro, già prima di arrivare a tutto quanto sopra (avrei potuto continuare) hanno già attivi, senza riparo né limiti, simili canali dannosi/molesti, che ne deriva?
La risposta è: non lo so.
(Sarà morto, Lubrano?).
Credo (forse) nel facile motto più stimoli, più spazzatura, più difficoltà.
A una generazione di disadattati, che al massimo avevano, e con più moderazione, il raggio gamma di Matzinger Zetto (bontà sua) e il castello di Greyskul (ahahah, già s'annunciava la barbarie), si succede una generazione di disadattati complusivi, in definitiva più problematici ma più inseriti.
O di geni, però (sempre) in fuga.

dicembre 30, 2010

YOU GOTTA SERVE SOMEBODY / HEAVEN MUST BE A PLACE FOR THOSE WHO PRAY (ay ay ay)

Finisce un altro anno, e se dovessi perder tempo a classificarlo direi semplicemente che è stato come tutti. Né bello né brutto, progressi e regressi, quantomeno un affinare e definire un sentimento di generica rabbia che avevo e forse mi avvelenava la vita, considerandola quale essa è e di quale natura siano le cose che uno ci fa durante. Ora, non che questa rabbia non ci sia più o che non mi avveleni la vita; semplicemente forse me la avvelena meno, o forse nemmeno questo è vero, ma mi dà un illusorio senso di sospensione, stasi, pace. No, nemmeno questo è vero, o quantomeno è vero a scatti, ma insomma non ho di meglio da fare e poi intendiamoci: non che odi il mio lavoro.
(Quanto al mio lavoro, la cosa che attualmente è legata a me in questa precisa contingenza posso anche dire, per quel che può valere, che ho fatto chiudere l'anno con buoni risultati, la micragnosa ditta per cui lavoro ha fatto il suo anno migliore, come soldi, profitto, abbassamento dei costi, ricarico percentuale etc - e non ho nemmeno false modestie o scrupoli nel riconscere che è "merito mio", per quanto questo non venga riconosciuto o ricompensato e nemmeno m'interessi più di tanto, per quel - ripeto - che vale, giacché quasi ogni attività lavorativa è qualcosa di inconcludentemente ripetitivo e meccanico, e alla fine anche a esser particolarmente gnucchi in qualche modo ci si ammaestra. Quindi no, non che odi il mio lavoro particolare).
Voglio dire: non più di quanto potrei odiarne un altro qualsiasi, fosse anche fare il maniscalco o dondolare le scimmie o impilare cataste in qualità di impiegato del catasto. Odio l'idea stessa di lavoro, come questo è strutturato e cosa questo comporta: odio il fatto che sia così totalizzante e al tempo stesso così stupido e ripetitivo; che ci metta in modo coatto di fronte a problemi e persone dei quali niente ci interesserebbe e delle quali niente vorremmo con (in) noi.
Mi sembra uno stridente e insopportabile controsenso (purtroppo: un controsenso portante, come noi fossimo la vita e questo il pilastro, l'architrave, fate voi) l'esser costretto a passare, al giorno, più tempo al fianco di persone effettivamente estranee – magari rendendosi conto che, fossi libero, le mie strade prenderebbero direzioni molto diverse dalle loro – che non al fianco delle persone che per me contano, possano queste essere la moglie, la fidanzata, gli amici, i familiari, quel che si vuole.
Mi sembra francamente indecente che questa debba essere la regola, e che se da questa si deroga, sia solo per un periodo relativamente breve: un giorno di permesso, due giorni di ferie, una settimana di ferie, tre giorni di malattia: un'ora d'aria, due giorni di libertà, una settimana di libertà vigilata, tre giorni in infermeria. E poi via che si riparte, come di consueto: e siamo costretti ad approfondire la conoscenza di queste persone, magari conoscere per via di racconti, i loro racconti, le rispettive famiglie, i loro aneddoti, le loro avventure, le loro allegrie e le loro tristezze. Ti fermi a pensare: chi sono, loro (o anche: ma davvero sto perdendo il sonno per questo)? E non riesci a trovare una risposta soddisfacente o quantomeno non disperante, meravigliandoti nel contempo di quanto in là ti sei spinto e quanto poco ormai parli con tua moglie e quanto invece con loro; quanto poco conosci lei o i tuoi cari e quanto sai del figlio del tuo capo e delle vicende di vita vissuta della collega. Avverti che con loro non sei per niente a casa; eppure sei costretto a sederti, metterti comodo, infilar le pantofole, magari ridere di quel che avviene e comunque stare lì, al tempo stesso sentendoti un estraneo svuotato sul divano di casa tua.
Si dirà: e perché per tutti loro non sarebbe lo stesso? Non potrebbero esser soggetti frustrati e potenzialmente depressi allo stesso modo? Be', a parte l'ovvia considerazione che se così fosse il mondo sarebbe un posto parecchio (più) scuro e improduttivo, quel che mi vien da notare è che a), è scattato in loro un meccanismo di identificazione che li pone al riparo da tutto questo; b), semplicemente, non ci pensano. È il Grande Segreto, in fin dei conti: il mondo è una pagina bianca per ognuno di noi, e ognuno di noi ci scrive sopra la propria storia, che è fatta di scelte, conoscenze, interessi. Se ti fermi e ti guardi un attimo indietro, scopri che quasi mai sono le tue scelte, le tue conoscenze, i tuoi interessi. O quantomeno, una percentuale molto bassa è tua; ma il resto è indotto, frutto di costrizioni, ineluttabili logiche di vita. Se non ci fai caso; se non ti fermi, se non guardi indietro e ti perdi a soppesare, vivrai la tua vita con semplicità. (A me sembra limitatezza o povertà, ma in definitiva son solo parole, e quindi forse ha ragione chi macina e tira dritto e tra un cazzo e l'altro racconta di quella e quell'altra volta che).
Quanto all'identificazione, credo che essa sia il Male Supremo proprio perché non siamo più il nostro lavoro – non perlomeno in senso positivo, nel senso diciamo in cui poteva esserlo un artigiano di una corporazione medievale. Non lo siamo dal momento in cui questo è diventato una costrizione, la Costrizione (se vogliamo, l'estremo di una proporzione i cui termini più o meno potrebbero essere il lavoro sta alla vita come il cibo sta ai soldi); non lo siamo, soprattutto, nel momento in cui noi andiamo verso il lavoro: ci alziamo dalla nostra casa, ognuno per la sua strada (nessuno dei due coniugi/conviventi può nel mondo moderno restare a casa perché – al di là di ragioni più o meno materiali, che spesso comunque son sopravvalutate; più paura che altro – altrimenti scatterebbe una qualche forma di depressione, e questo tra l'altro l'ho sempre trovato profondamente significativo) e usciamo; usciamo per tutto il giorno, per andare a trenta/cinquanta chilometri di distanza a fare qualcosa che quanto possa appartenerci è sintomaticamente dimostrato dal fatto che uno in vita solitamente fa quattro o cinque lavori diversi, solitamente molto differenti l'uno dall'altro; usciamo facendo questi trenta/cinquanta chilometri – poniamo – in direzione sud, proprio mentre un altro tizio sta facendo gli stessi trenta/cinquanta chilometri nella direzione inversa, del pari per andare a fare una cosa che gli appartiene quanto a noi appartiene l'altra.
Pensarci significa rendersi conto di quanto sia tragicomica la situazione: che senso può mai avere che Enio parta da Pedrano Boscone per andare a fare temperamatite automatici a Remedio val di Geppo, proprio mentre Zanubrio parte da Remedio val di Geppo per andare a produrre cuscinetti frenanti lubrificati a Pedrano Boscone? È questa l'identità dell'individuo, persa nelle code in autostrada, in occhi che si chiudono sul divano alla sera, in mal di schiena o infiammazioni del tunnel carpale e viste che si abbassano? Davvero, tutto quel che siamo riusciti a diventare, la Somma Conquista della nostra civiltà, sarebbe un parcellare sempre più fitto, fino a divenire minuscoli ingranaggi che girano come devono essere settati, sempre nello stesso verso più o meno come automi, dandoci in cambio la soddisfazione (?) di vederci come i protagonisti dell'episodio firmato Luchino Visconti in Boccaccio '70 (Il lavoro, appunto - quando almeno il cinema italiano diceva qualcosa di interessante)?
So già che si dirà certo, se fai qualcosa che non ti piace, questo è il risultato. No, cari miei, è riduttivo, una lettura troppo facile. È più una questione di ritmi, costrizioni, schiavitù: otto ore al giorno in quella realtà, per tutti i santi giorni, più il tempo dei trasferimenti in macchina o con mezzi, più il tempo dei pasti fuori casa, più gli eventuali (?) straordinari; tutta l'energia che si disperde, la tua: e tutto questo per cosa, col solo orientamento al fine del profitto (orizzonte del proprietario, dell'imprenditore, del capo – quantomeno loro si identificano – garaglò! – nei soldi, spesso anche facendo niente o poco, trincerandosi dietro un non ben identificato stress decisionale da possesso) oppure? Spazio bianco
– orizzonte del lavoratore, che si può consolare autoconvincendosi che il suo lavoro gli piace e che la vita è tutta qui e tu ci sei proprio dentro, sguazzaci come meglio credi e misurati con quel che hai, sei il tuo lavoro adesso, (non sei niente).
Se fai qualcosa che ti piace, qualcosa che veramente ti piace, per cui senti una certa inclinazione hai almeno la soddisfazione di un'energia che non si disperde a vuoto. Ma resti nell'ingranaggio, un meccanismo che ti dice che se non guadagni non mangi, non sei nessuno, non fai cose chic con cui titilli il tuo ego, non puoi comprarti i vestiti griffati o il SUV o le vacanze alle Maldive. E questo meccanismo è talmente forte e radicato e (ahimè) vitale che se anche non puoi nessun problema: ci son le rate, i finanziamenti, i prestiti. Apparteniamo a, ed è importante che quanto c'è dopo la proposizione sia anche un modello o qualcosa a cui tendere, qualcosa con sempre più ramificazioni, lambiccamenti e arrampicamenti sugli specchi, desideri indotti per fare in modo che il denaro continui a circolare, e nel contempo ti inchiodi al tuo lavoro che ti piace perché sei tu e tu sei i tuoi soldi, perché tutto ha un prezzo e tutto costa, foss'anche qualcosa di nobile se a te può piacere qualcosa di nobile; in definitiva anche il posto nella tua nicchia che vorresti continuare a tenere e che invece è ogni giorno più mangiato dall'esterno, all'infinito finché anche la tua nicchia non ci sarà più e andrai alla cena di natale coi colleghi, raccontandosi aneddoti di lavoro che peraltro tutti, lì, conoscete già.
Mi pareva un progresso in me, pensare queste cose. Non cambieranno nulla, e niente succederà; ma poiché generalmente in questi giorni si van facendo propositi per l'anno nuovo... insomma, sì, ecco, questo è il mio: per il 2011, caro San Gaspare da Fermino, voglio scendere da questo Calcinculo Inconcludente e Molesto. Amen.

dicembre 26, 2010


L. pensava ai suoi nodi.
Sapeva di averne a migliaia, dentro di sé. Come capelli sporchi, che era poi un modo – anche se brutto – di sentirsi l'anima: capelli sporchi, sfibrati, nodi (appunto) e doppie punte. E andiamo.
Ne aveva anche parlato con uno bravo (se avessimo un'ambientazione newyorkese inizi '90 potremmo anche dire col suo analista), e in fondo sapeva che tutta la colpa era sua: sapeva che erano lì, che si erano formati e si stavano formando e si sarebbero formati ancora, e a poco valeva scioglierne uno o due, magari giusto in tempo per vedersene – o, per meglio dire, sentirsene – spuntare sette.
Per scioglierli, o quantomeno provare a farlo, gli era stato detto di fare la cosa che meno di tutte, forse, era disposto a fare: parlare, parlarne. Un nodo veniva per così dire isolato, minimizzato; e ridurlo in qualche modo voleva dire renderlo innocuo, se non del tutto sciolto. La personalità di ognuno di noi è come la superficie di una grattugia per il formaggio, gli aveva detto l'analista (sì, insomma: la persona di cui sopra), ed è molto facile, per non dire ovvio, che su quella superficie si fermi un sacco di roba, che questa si accumuli e si attorcigli, e dopo diventa tutto più difficile: prova un po', ad andare in giro con un sacco di roba non tuo, tutta appesa nei punti più scomodi e impensabili. Per scrollartela, però, ti può bastare guardarla, guardarla davvero, considerarla, e dire ad alta voce: ehi, e questo che diavolo è? E a quel punto lo togli. Facile. Se non se ne va, è segno che c'è da lavorarci un po' più in profondità, ma alla fine le cose che restano piantate lì sono una netta minoranza, ma se intanto sfoltisci tutto il ciarpame poi togliere quel che conta davvero sarà più facile.
Solo che, di parlare, L. non aveva proprio voglia. Era la cosa più faticosa che potesse immaginare, e la più vicina all'idea che si era fatto del concetto di frustrante che potesse avere: e se la persona che ho davanti di punto in bianco sbadiglia? E se qualcos'altro cattura la sua attenzione e mi rendo conto di star parlando a vuoto? E se mi vergogno? E se non riesco a dire quello che vorrei?
Coinvolgere altri soggetti, per quanto vicini, per quanto amici, in una cosa del genere gli pareva intollerabilmente difficile, e questo nonostante si rendesse chiaramente conto che tutto – i nodi, i disagi, le incomprensioni, come anche le cose più belle, dal fare l'amore al ridere passando per qualsiasi esperienza – fosse il risultato di una continua relazione con gli altri soggetti. Tutto è condiviso, e prima di tutto noi stessi; attraverso gli altri ci conosciamo di più, e solo attraverso gli altri – o meglio, attraverso la nostra esperienza con e degli altri: le emozioni che viviamo attraverso e assieme e in contrapposizione a loro, rielaborandole secondo il nostro punto di vista – acquistiamo significato: certo, gli altri ci lasciano un bel po' di ciarpame addosso, ma una volta che hai fatto una cernita (frutto di una più o meno approfondita riflessione sul concetto di altri), già hai circoscritto in modo utile – a quel punto si tratta solo di lavorare sugli episodi. Se il protagonista di Into the wild molla tutto e si ritrova solo in Alaska con un alce andato a male come (infausto) pranzo per giungere alfine a scrivere la felicità ha senso solo se condivisa, un motivo ci sarà.
Idem se è da sempre noto che siamo animali sociali. Un motivo, vuoi che non ci sia?
Da soli siamo un mare calmo e immoto. Bello quanto si vuole, ma piuttosto fermo, in tutti i sensi. Basta che qualcosa di esterno venga immesso – ed è, per così dire, inevitabile e giusto, ed ovviamente augurabile – ed ecco che la stasi se ne va. Ed è un bene. Da lì nascono confronti più o meno fecondi, opinioni, scintille, litigi, amplessi, pianti, frizioni, di tutto un po': da lì nasciamo noi stessi come persone, mari (al nostro punto di vista) che si confrontano e reagiscono ad altre forme di vita, più sullo sfondo, sul nostro sfondo – ciascuno il suo – ma agenti volontari o involontari, ditretti o indiretti di un buon 99% di tutto ciò che accade nel mare dell'io.
E per L. era proprio questa la causa della sua crisi e dei suoi nodi: magari aveva a che fare con una certa entità, e ciò gli piaceva; ma questa entità chiamava in causa altre entità a sé più o meno direttamente legate, e magari queste gli spiacevano, o non sentiva minimamente il bisogno di relazionarcisi. Se non lo stridente e doloroso conflitto fra una frizione netta per ciò che da quella entità discendeva e ciò che essa era.
O magari, essendo anche quella qualcosa dinamicamente in movimento, poteva in qualsiasi momento potenzialmente cambiare il quadro delle carte in tavola, in modo del tutto inaspettato (chi diavolo sa cosa possono avere in mente gli altri?).
E come avremmo potuto metterla poi, con un astratto concetto di possesso o di felicità che per te magari è nulla più che un'ovvia risultanza di un processo che in te ha inizio e fine, ma che in questo caso coinvolge e delega a un sacco di persone? O anche una sola, o tre, o dieci.
Un attimo di incomprensione, se non avevi la prontezza di farlo notare subito, nomandolo ed insieme esorcizzandolo, rimpicciolendolo, dandogli il giusto spazio prima della sua (a quel punto) inevitabile scomparsa, rischiava di divenire un pericoloso sedimento, che in due o tre giorni avrebbe raccolto attorno a sé detriti e dato origine a un nuovo nodo, che poi avrebbe inciso nel rapporto con quell'altro, o quegli altri, o perfino con te stesso.
Se non riuscivi a parlarne subito, così rischiando litigi, rischiando di essere spiacevole, rischiando l'attenzione dell'interlocutore, e via discorrendo... tutte cose che a L. parevano infiniti pericoli e fatiche non sopportabili.
Si era sempre immaginato – magari peccando di scarsa immaginazione - una seduta dall'analista come un lungo chiacchericcio del tipo sa mi ricordo di quando andavo alle superiori e c'era questa cosa della messa di natale; tutta la scuola, il giorno prima delle vacanze natalizie era tenuta a recarsi alla chiesa più vicina all'istituto, in cui appositamente veniva celebrata una funzione addirittura col vescovo e noi dovevamo essere tutti in divisa e in fila, e c'era uno di noi che tutti gli anni stava in cima e doveva portare la bandiera della scuola, e tutte le volte dopo poco che la messa era iniziata quel tizio sveniva e noi lo vedeamo sempre portato fuori in braccio, mentre qualcun altro prendeva la bandiera al posto suo e che significa dottore, che ho fatto una scuola maledetta da dio? Lo sapevo, l'avevo intuito, ero sicuro ci fosse un'origine lontana delle mie sventure e che per questo fossi così attratto dal seno delle donne e da queste invece parzialmente rifuggito o quantomeno tollerato. E il tizio che avrebbe annuito gravemente, mentre scribacchiava qualcosa d'importante sul suo taccuino, e nel giro di qualche seduta lo avrebbe trasformato in un uomo nuovo, una bomba sexy e una persona interessante, cui anche il fisico avrebbe risposto agli esercizi che faceva in palestra.
A volte, la vita è questione di passi giusti.
E invece tutto questo era nient'altro che un lungo esercizio su se stessi, frustrante, ed in definitiva non era nemmeno una seduta, perché non c'era proprio per niente da sedersi, nella vita. In piedi, e se qualcuno ti tira calci negli stinchi - perché ci sarà sempre qualcuno che tira calci negli stinchi - far finta di niente e pedalare, caro mio.
E i nodi? Vuoi preoccuparti dei nodi quando c'è qualcuno che tira calci negli stinchi e sputa?
E se poi anche il tuo lettore dvd smette di funzionare e tu avevi appena programmato di guardarti harry ti presento sally?
Ce le avrai le tue sfortune, eh?

dicembre 25, 2010

(Ma in fondo quale lavoro non è una fatica di Sisifo e non comporta lo spingere lo stesso masso in cima alla stessa collina, all'infinito? Il poliziotto perlustra a piedi sempre la stessa area; lo scrittore, finito di comporre un saggio d'ispirazione liberale-umanitaria, lo osserva scomparire e ne comincia un altro. Tutti noi passiamo l'intera giornata a spingere il nostro masso in cima alla collina - solo per ritrovarlo di nuovo a valle quando riemergiamo la mattina dopo. La vera punizione di Sisifo era che perfino dopo la morte dovette sobbarcarsi un lavoro normale).

(A. GOPNIK, Una casa a New York)

un libro che è come un brusio continuo, in sottofondo - lo vivi quasi con fastidio, una fatica, qualcosa di frustrante... ma dal quale ogni tanto (non aforismi, non la misura di brevi e perfetti luccichii) si innalzano arcate di conversazione vera, come virate improvvise di melodie bellissime che spezzano un non sempre sopportabile recitativo.
Come ad esempio questa.
Come molte altre.