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ottobre 30, 2007

Stanco della solita minestra? Della solita vita in bianco e nero? Del fatto che la vicina (bionda, fianchi larghi ma sodi, faccia da lontra a disagio e du’ puppe così) di casa preferisca intrattenere con copule & atti matriali varî i peggio para’ della vicina caserma “Vitige Bercello II detto Trippen”, invitto eroe di Macedonia e medaglia al valor militar-anfibio per le pedisseque imitazioni dell’astice a bollire con le quali intimorì il vil nimico in occasione della myssion di pace “S.T. – Sterminali Tutti”, tenutasi in Armenia dal 22 al 31 luglio 2005, con la partecipazione straordinaria di boNbe & altri congegni fuori da ogni codice d’onor militare & miliziano. Insomma giù, vieni anche tu al

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CIPIGLIO®


CIPIGLIO® - l’unico esercizio che ti offre la certezza del successo, anche muliebre. Forti (ma non garantiti) probabilità di fellatio, anche dopo la cena o dopo il passaggio in camerino per provarsi i nostri esclusivi quanto ambiziosi capi, per lui e per lei.
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CIPIGLIO® - e subito sentirai dentro di te il coraggio per prendere finalmente in mano la tua vita (e questo bel pajo di coglioni), ergerti fiero e scacciare con mano ferma e pugnace i fastidïosi paracadutisti che concorrono con te al tafanario della tua bella (troia – tanto loro ce l’avranno già pigiato in mille guise).


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Entra fiero, e mettiti a sedere con far sicuro & dispregio del più debole, dello zoppo e del minore.


Certo, poi pàgaci, magari. Ciò, onde evitare spiacevoli conseguenze, per noi quanto (soprattutto) per voi.

ottobre 29, 2007

La ‘R’ più arrotata dell’Avvocato Agnelli buonanima, la voce un po’ rauca per le sigarette da working-stress – “la mia amica Ines ha i denti quasi completamente neri, per il fumo”, puntualizza ammirata – l’accento fortissimamente milanese – noblesse oblige, nonostante non sia originaria del posto, (né ci ha voluto rivelare da dove venga) – N.C.T. è un personaggio estremamente importante nel mondo delle Public Relations lavorative milanesi. Marketing Manager, Advertising & P.R. Expert, Seller d’alto rango nonché rigorosissima imprenditrice free-lance di se stessa, ha fra i suoi meriti il rilancio del marchio Zoppas, l’aver agganciato il ricco cliente cileno Diego Montoya de tu Madre, e molti altri brand. Inoltre, ha visto il cazzo di Zucchero “Sugar” Fornaciari.
Non si è mai sposata, per – dice lei orgogliosa – “doveri di carriera”. Preferisce rimanere anonima, ancorché – aggiunge – sia molto probabilmente un tentativo inutile.
E allora ascoltiamo di
quell’importante esperienza. Il cazzo di Zucchero, dico. Ce ne gioverà.


“AlloRa – ascoltare la sua ‘r’ è già di per sé un’esperienza appagante – anzitutto, mi faccia diRe, peRò, che non mi sono mai sposata, sì, peRò a volte scopavo con dei diRigenti. Con un paio potevamo pure sposaRci.

Comunque sia, la mia azienda mi aveva dato la missione di seguiRe a livello di marketing e P.R. ZuccheRo. In occasione di cene di lavoRo coi vari brand facevo anche da inteRpRete. Io lo tRattavo malissimo, ZuccheRo. Anche peRché eRa veRamente una peRsona odiosa, che aveva pRetese che non stavano né in cielo né in teRRa. Una volta, duRante un incontRo per un recruitment in DanimaRca, a cena, RicoRdo che feci in modo di tiRaRlo fuoRi dal tavolo, con una scusa, e a quattR’occhi gli dissi: «ZuccheRo – io lo chiamavo ZuccheRo – ma sei fuoRi? Non puoi pRetendeRe cose del geneRe. Ma chi ti cRedi di essere? Quello si alza da tavola e se ne va». DavveRo, guaRdi, gente brava davvero, tipo MoRi Kanté ad esempio, con cui avevamo avuto a che faRe la settimana pRecedente, eRano tutt’altro tipo di peRsona.
Aveva anche un modo tutto suo di poRsi; molto aRRogante, diciamo. AltRe volte non capiva un cazzo di quel che l’inteRlocutoRe diceva e alloRa si giRava verso di me, chiedendomi ansiosissimo «cosa ha detto? Cosa ha detto?»; «ZuccheRo, cazzo! – Rispondevo io – stai calmo», e cominciavo a tRadurgli, a quel coglione. AltRe volte ancoRa faceva inteRventi completamente fuoRi luogo. Io lo sbRanavo con gli occhi, sul posto, e poi dopo gli dicevo: «ZuccheRo, ma che cazzo dici?».
E poi eRa aRRapatissimo, ZuccheRo. CeRcava in tutti modi di poRtarmi a letto. Una volta, dopo un incontRo in un albeRgo di PadeRno Gonzagone con un impResario belga per una sponsoRshiping, venne a bussaRe in cameRa mia. Io gli apRii e me lo tRovai subito lì, imploRante. Voleva entRaRe. Io gli dissi: «ZuccheRo, cazzo vuoi, oRa? Vai a faRe in culo!» Lui peR tutta Risposta si tiRò giù i pantaloni e tutto il Resto. Rimase a cazzo di fuoRi, lì sulla soglia. Disse:
«eh, ma che male c’è se ci sono due persone che vogliono fare l’amore!»
Io Risposi, pRendendolo per il culo:
«mah, io ne vedo soltanto una, ZuccheRo!»
E lo spinsi fuoRi dalla poRta e gliela Richiusi sulla faccia.
Lo lasciai lì nel coRRidoio dell’albeRgo, a biRillo di fuoRi. Maledetto ZuccheRo!”

ottobre 27, 2007

ED ORA, STRONZONI INCOLTI ED ABBRUTITI DALL’ALCOOL E DAL FETIDO GUANO CHE VI COLA SUI POMELLI (?), UN PO’ D’ALTA & SANA LETTERATURA. IL NOTO TRADUTTORE RAUL “BONGO” LAMORCHIA SI È CIMENTATO – BONTA’ SUA, IO NON ME NE SAREI DAVVERO GIOVATO – CON LO SCRITTORE KIRGHIZISTANO (NON SUCCEDE MAI UN CAZZO IN KIRGHIZISTAN. COME MAI? VE LO SIETE MAI CHIESTO? CONOSCEVATE L'ESISTENZA DEL KIRGHIZISTAN? ESSÌ CHE SON VICINI ALL'IRAN, ALL'UZBEKISTAN, ALLA CINA, POSTI PIENI TRADIZIONALMENTE DI GRANE & UCCISIONI ARBITRARIE. NESSUNO LI VUOL CONQUISTARE, NESSUNO NE STERMINA UN'ETNÌA, NESSUNO NE RECLAMA LA SOVRANITÀ SPODESTATA CON LA FORZA DA QUALCUN ALTRO. CAZZO FARANNO IN KIRGHIZISTAN PER STAR COSÌ TRANQUILLI?) PULCHRAM K. ISHMET BETUCCHI, REGALANDOCI LA TRADUZIONE DEL SUO NUOVISSIMO QUANTO PROFONDO ROMANZO DIPENDESSE DA ME TI GRATTUGEREI IL CAPO A FURIA DI NOCCHÌNI (INVERO, SI TRATTA D'UN TYTOLO PROVVISORIO, TIPO ERRIPÒTTER), IN USCITA IN ITALIA NEL BRUMAJO PROSSIMO (O ANCHE NO), PRESSO LE EDIZIONI LIMITROFE (LIMITROFE RISPETTO A COSA? MA A QUESTO BEL PAJO DI COGLIONI, MI PARE OVVIO)

“Mi chiamo Lorbetti Baurilio, come tutti – ma anche questa frase non è mia. Faccio o farò un lavoro qualunque, tipo rispondere al telefono e prendere appuntamenti, o ordinare materiali per costruire porte e infissi in legno. A volte sono felice; molto più spesso, triste. È che son sempre di più le cose brutte, rispetto alle cose belle; o comunque le prime pesano di più, come disse qualcun altro che ora non so bene. O magari è che è sempre più facile e comodo esser tristi. Siamo così stupidi che alla fine, penso, la cerchiamo proprio, la tristezza. E vogliamo che ci inquini tutto, anche se ci troviamo a vivere un momento bello. Che diritto abbiamo di vivere un momento bello, se si deve esser tristi perché le cose brutte sono di più rispetto a quelle belle? Perché dovremmo scindere e riuscire a attingere a presumibilmente piccole oasi di felicità, se tutto intorno è tristezza? Sai la fatica, alzarsi in piedi e scuotersi di dosso la cappa grigia che ci tiene giù, seduti piantati a terra nell’autocommiserazione e nella flagellazione della nostra personalità derelitta, ricercando il momento esatto in cui qualcosa è andato storto, perché dio solo sa se noi, proprio noi, non ci saremmo meritati quel destino, e allora dev’esser stata per forza una mancanza di un attimo, un calo di tensione, una leggerezza esecrabilissima, qualcosa che è accaduto e non ce ne siamo accorti e che ci ha fatto precipitare giù, giù, giù, in un limbo grigio e senza cielo, in cui per forza ci dev’essere negato ogni altra cosa che non sia quella, la tristezza. D’altro canto, come possiamo essere felici se tutto quello che dobbiamo fare, sempre, è rispondere al telefono per prendere appuntamenti, o ordinare materiali per costruire porte e infissi in legno? Produrre cuscinetti frenanti per sistemi meccanici? Registrare fatture? Promuovere la vendita dei nostri prodotti e servizi; i migliori, Signore, nel campo della telefonia fissa e mobile, mi creda? A voi, ve ne frega qualcosa?
Passo giorni interi senza ridere. A volte penso di essermi scordato come si fa. E invece non me lo scordo mai, sembra incredibile. Quando sono felice tendo a parlare di più, a sentire un fuoco dentro, che è forte, è contagioso, energia che si sviluppa – potrei costruirci un grattacielo, abbracciare una donna, suonare il pianoforte; scrivendo costruisco frasi subordinate, una pletora di congiunzioni, disgiuntive, avversative, pronomi relativi, i quali vanno a mostrare all’esterno quanto sono vivo, che ho ingegno, un ingegno e una voglia di vedere o questo o quello, che non è fine a se stessa, ma è un feroce bisogno di sapere, conoscere, capire, sentendosi magari i brividi addosso quando si entra in un concetto, si esperisce una nuova sensazione davanti a un quadro, si è felici perché si assapora che la vita è qualcosa di più.
Ma poi mi ricordo che il mio destino è sempre lì che mi attende, la mia dannazione continua, la mia tristezza sotto le ceneri di un attimo. E quindi torno triste, censurandomi e dando l'alt a tutto il resto. Perché: che diritto ha uno di essere felice e sentire tutto quello, se c’è sempre, poi, il basso continuo della tristezza? Quando sono triste tendo a chiuder tutto dentro, a veder tutto velato e fonte di fatica immane. Non scrivo, ma se scrivessi sarebbero frasi cortissime e secche. Così. Non c’è niente da dire, nella tristezza. È inutile e faticoso. Che senso ha capire un concetto? Perché una nuova sensazione? Prendersi la briga di fare, quando tutto quel che dobbiamo fare è vendere complementi d’arredo per il bagno, telefonare e piazzare prodotti gestionali per l’ufficio, archiviare documenti protocollati, produrre circuiti stampati per dio sa cosa. Tutte cose di cui non c’è mai fottuto un beneamato cazzo, gesù. E tutte cose che finiscono per contare più della nostra vita. Perché? Se, giocoforza, ci capita qualcosa di bello, lo viviamo quasi come una colpa, da sminuire o cancellare al più presto. Siamo un continuum che ha necessariamente un colore – ed è sempre più facile che sia il grigio, o il nero – non un agglomerato di momenti vari e diversi. Una dis-armonia grigia e triste che preferisce desiderare qualcosa d’altro e di lontano, invece di ragionare e scindere le cose e godersi o  proteggersi, a seconda del momento. Perché?"

ottobre 24, 2007

SEBBENE CI SIANO ZONE & PERIODI DELLA MIA VITA (PRATICAMENTE TUTTA, GIORNO PIÙ GIORNO MENO) CHE MAI E POI MAI VORREI AVER VISSUTO, TIPO QUANDO ANDAVO A SUONARE WONDERFUL TONIGHT IN PIAZZA A TABAGISMO MILIZIANO VAL DI SOPRA COL MIO PARENTE PANETTONE® CHE CANTAVA E STRIMPELLAVA, EMULO PROVETTO DI UMBERTO SMAILA E TUTTA QUELLA FOTTUTISSIMA GENÌA (PER TACERE DI QUANDO SALTAVA GLI A CAPO O PERSISTEVA A CANTARE SUGLI A SOLO STRUMENTALI); SEBBENE TUTTO CIÒ, PVRTVTTAVIA (SÌ, PROPRIO PVRTVTTAVIA) STUPIDITÀ MI MÒVE A DAR NOVELLAMENTE LA STURA A


I RICORDI

Mi ricordo, sì mi ricordo, la professoressa Bertelli. Orbene, la professoressa Bertelli – insegnante d’inglese presso il regio istituto delle pie suorine maculate e repubblichine, scalze e senza portafoglio “Aurelio Fierro” eroe d’emigrazione & lagrime – sosteneva d’essersi fatta potenziare l’udito, all’esclusivissimo fine di impedire il loro sporco gioco agli alunni che suggerivano ai compiti o alle interrogazioni. Nonostante fosse alta un metro e un cazzo e avesse capelli color della stoppia degli spaventapasseri, elegantemente raccolti in un taglio a paggio/mocio vileda, tutti la temevano molto, e l’avevano soprannominata PROFOCOP. Quando qualcuno non sapeva la classicissima segaccia nulla, alla lavagna come davanti all’apodittico foglio protocollo bianco piegato in due, la professoressa Bertelli sorrideva serafica ma inesorabile, guardando negli occhi il malcapitato che credendosi fvrbo, aveva ardito suggerire alla stolidissima phya de’ suoi sogni, confidando magari in future ricompense al cambio dell’ora (toccata poppe/dito-nel-culo/masticone rrrapido): “è inutile che ci proviate, vi sento, ho l’udito potenziato”. Non era permesso neanche alzare la testa dal foglio. La professoressa Bertelli era sposata col professor Bertelli, il quale invece insegnava lettere e aveva la voce perennemente fioca e dei meravigliosi denti da cavallo, tantoché teneva le labbra arricciate per farli  vedere meglio. Il professor Bertelli andava in giro con un orridissimo shearling peloso e (ce ne sarà di gente strana, al mondo?) le scarpe coi tacchi. Molto alti. Dopo un po’ di tempo nella stessa scuola entrò la figlia dei due, che insegnava Tedesco, e aveva altre particolarità, tipo i metodi da nazista e l'interrogazione-confessione.
The Bertellis sapevano a memoria tutto lo scibile, dividendoselo.
Comunque la si voglia mettere, poi gli anni son passati veloci come merde che seccano sui binari del tempo (ah, son pöeta!), e adesso (sempre che non sia morta, sepolta & mangiata da’ vermi – si sa: la vita è crudele et inesorabile) la professoressa Bertelli probabilmente avrà fatto installare nella parte esterna della coscia destra una pistola laser (nella sinistra c'è già lo scanner delle inclinazioni di pensiero dell'interlocutore), utile per terminare qual dei riottosissimi alunni moderni osi anche solo pensare di suggerire al compagno in difficoltà il past tense del verbo to bring.

ottobre 22, 2007

COSA GIUNTA CAPO HA. O - ALLE VOLTE - ANCHE NO. MA CIO' - COMUNQUE SIA - NON E' BELLO?
 
"Nel ringraziarla per l'interesse dimostrato (1), la invito a visionare il nostro sito: www.media-work.org.
In questo modo avrà la possibilità di conoscere meglio l'opportunità che Le offriamo: nella sezione Programma Affiliazione ed ancor più nella sottosezione Affiliati (2), potrà comprendere appieno per quale motivo parliamo di "rivoluzione" nel settore delle Risorse Umane.
Come avrà modo di capire, visionando il sito, stiamo cercando persone in grado di fare la differenza, con un marcato spirito imprenditoriale e che alla domanda "in quale azienda lavori?" VOGLIANO poter rispondere: "Io lavoro nella MIA azienda, lavoro per ME STESSO!" (3)
Dopo aver visionato il sito, se la risposta alla domanda "in quale azienda lavori"?, è sempre: "Io lavoro nella MIA azienda, lavoro per ME STESSO!", allora ci invii una mail di risposta alla presente indicando in Oggetto: VOGLIO FARE LA DIFFERENZA (4).
Provvederemo immediatamente ad attivare la seconda parte della selezione.
La ringraziamo nuovamente per l'attenzione dimostrata nei nostri confronti (5) e nell'augurarLe di realizzare il Suo sogno, la salutiamo cordialmente.
Il responsabile sviluppo
L. T. (6)"

________________
 
(1) quale interesse dimostrato? Quando? Chi diavolo siete, voi? Chi v’ha mai cercato?
(2) scusi la sintassi
(3) cfr. nota precedente
(4) ahahahah scusi eh? Ma a scrivere tutte queste puttanate, a volte mi ci scappa anche un po’ da ridere, spero capisca, se non capisce è uguale
(5) chi le avrebbe dimostrato attenzione? Quando? Chi diavolo siete, voi? Chi v’ha mai cercato?
(6) Latrina Tonante? Leprecauno Troncato? Lamezia Terme? Lèvigamelo Tutto? Leccami il Turgore? Che tipo di usanza porcella è, esattamente, quella di firmarsi con le iniziali?

ottobre 20, 2007

MORCEAU #39, in la minore con piselli e crosta di pepe

“Chi diavolo è quell’elegantone che balla come un tortiglione, là?”
“Quale elegantone?”
“Laggiù… il misto fra Ricucci, Umberto Smaila e Mauro di Francesco”
“ah, quell'elegantone. Non lo so; so solo che è il fidanzato di quella con cui balla, quella mora…”
“fidanzato? C’avrà cinquant’anni, c’avrà…”
la festa volgeva al termine, più o meno. Ricucci-Smaila-Di Francesco ballava come se avesse avuto diciott’anni, invece dei suoi cinquanta, sfoggiando una rovescia improponibile su jeans attillati, camicia bianca, scarpe a punta e panciotto lucido su giacca blu. Tremendo.
Io mi diressi al bar. Chiesi un caffè; lo zucchero ci cadde come uno stronzo nel cesso. Plop. Dall’alto, un blocco unico. Plop.
Poi notai quell'altro, con un look che pareva mirabilmente sintetizzare fra un buon vecchio zio itle e un Oscar Wilde da cartolina, zazzera a ciuffo e baffetti a sfregio su vestito grigio antifrastico con cravatta a calzino.
Guardai fuori. Fuori era molto freddo. O pioveva, il che fa più o meno lo stesso.
Niente avrebbe valso il mio mug che fumava; non fosse che non era affatto un mug.
E non fumava.

ottobre 14, 2007

when it is truly time,
and if you have been chosen,
it will do it by
itself and it will keep on doing it
until you die or it dies in
you.
there is no other way.
and there never was

(C. Bukowski, so you’d want to be a writer?)


what you do is take whatever luck comes your way and pretend
you know more than you ever
will.
right?

(id., the Mexican fighters)

ottobre 12, 2007

Ah, quanto tutto è molto quïeto, quanto tutto è molto calmo, dacché son dysoccupato, e mia optima occupatio è rifare il letto, risciacquar stoviglie-scodelle-terraglie, tender panni anziani. Son qui con un mug del MOMA, nero nero come il caffè modello Starbucks che c’è dentro, con tanto di spruzzata di cannella e sugar-in-raw da frugare. Potrei lumare dalla finestra del mio loft un po’ di miseria, giù da basso, e scrivere di rabbia & frustrazione il Grande Romanzo che il mondo brama. Potrei mettere il camicione di flanella a quadri e guardar la pioggia sui vetri appannati dal vapore sprigionato dalla mia tazza di caffè, pensando pensieri acutissimi & lucidi su come questa società schiacci l’uomo e tutte le sue migliori aspirazioni, tenendolo compresso in una prigione che si chiama lavoro&dovere. Ma sono il tytolare dell’unico (un dei pochi, via…) blog che sdogana la merda e tutti i suoi derivati. Inoltre, non ho un loft, e non piove. Se guardo dalla mia finestra vedo una casa deserta colle persiane anziane, e un bel po’ di putridissimo pacciame. A dirla tutta non ho nemmeno il caffè con me. C’ho pensato sì a farmelo, poi mi faceva una fatica strafottutta, quindi niente. Tutt'al più un biscottino alla lampreda.

Tutto ciò premesso et considerato, cosa assai più a misura sarà il tornare ad occuparsi di ciò che mi si confà maggiormente, che nel caso in questione mi pare siano i

RECORD DI PALESTRA™

Quest’oggi (sì, quest'oggi una sega, neanche fossero quotidiani, ma vaffanculo): SFIGA®


Sfiga® dispone di due belle file di denti, in bocca. Due sopra e due sotto, come gli squali. Si badi bene, non si tratta di una manciata di denti sparati a caso; no, son due file, una davanti e una dietro, ordinatissime, solo magari un po’ pigiate. Perlopiù son tutti canini, non affilati. Sfiga® porta un par di tristissimi occhialini tondi, da vista ma con le lenti che s’oscurano, ed ha una capigliatura a metà strada fra il paggio con ciuffo (che si ravvia con la mano – brivido terrore & raccapriccio!) e il tortino di merda colato sulla calotta cranica, la quale è incredibilmente tonda ma sgraziata. Sfiga® pare un po’ Dan Aykroyd di qualche anno fa, solo meno interessante e più Sfiga®, se si capisce quel che intendo. Sfiga® è nerd e brindellone ma col buzzo, ed ha il mondo in gran dispitto. Il suo umorismo, pur essendo buono d'animo (si badi, quasi come Fungo - qualcuno studi la sintomatologia dei due casi), è vicino allo zero. Fa esercizi quieti e inutili; par fatto col trincetto, e ti saluta e dice “ah, io son contrario al computer”. Peccato che anche il computer sia contrario a lui. Sfiga® l’ha detto - pare - anche al suo professore. Fa statistica, o qualche cosa di matematicamente inutilissimo. Come si può, come, non volere bene a Sfiga®? Si può, eccome se si può. Tutti possono essere odiati. Anche voi. Ancor più se siete Sfiga®, con la vostra dentatura meravigliosa.


ottobre 10, 2007

Ed ora, per il consueto (consueto?) angolo dell’aforisma, tre massime/quesiti zen. Si badi, per rendere il tutto più interessante (interessante?) di fatto uno dei tre non è valido o vero o comunque applicabile ad una ipotetica filosofia zen (es. te rivògamelo pure nel ciarrapìco, che tanto non men cale, a me, son zen io sissì). Si provi a indovinare quale. Chi vince diventa zen (o anche zang, dipende dal cognome) seduta stante, e sarà omaggiato di relativo giardinetto pènco e mini-rastrello utile anche per grattarsi fra le scapole nella pausa pranzo.

a) È possibile vedere un gatto nero in una stanza buia, se il gatto non c’è?

b) Per quanto tempo si può asciugare un lavandino con una spugna da piatti?

c) Come può un albero fare rumore cadendo in una foresta, se schiaccia quelli che erano lì per sentirlo?

Tentate la sorte, su, stronzoni! E ricordate che, per quanto sia certamente meglio un amico oggi di una gallina domani, un po' di brodo però costa sempre poco. Così disse il saggio, prima d'illuminarsi e divenire un ottima fonte di calore indotto (a cosa? Ma al mal fare, è chiaro!).