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giugno 19, 2009

SACCONI D'IMMONDIZIA

Eccomi qua, una laurea vecchia di qualche anno (spesa bene), e un ministro del lavoro che dice ai neo-laureati di andare a fare gli imbianchini e i commessi, che c'è tanto bisogno. Si muovano, e perdano quella inutile puzza sotto il naso che hanno.
I giovani imprenditori - freschi giaguari col SUV e il vestitino d'Armani, o plastïone figliòle con la pelle bruciata dal sole e costosissimi reggiseni push-up, venute con la mini e fior di portatili - applaudono entusiasti.
Poi un bell'happy-hour per tutti. Magari Gingy broccola Trizzy, che però starebbe con Fruzzy, giovane imprenditore nel settore del consulting, figlio del patron del luxury brand di punta nel settore dei prodotti per l'ottica. Fruzzy tanto si consola con Mendy, rampolla della casata del counselor, fresca di Master e magari di cazzi che contano.
La crisi, in Italia.
Fossi in grado, vorrei aver tempo per raccontare la mia storia, giorno dopo giorno. Cioè, due cose: uno, non sono in grado; due, non ho tempo.
Certo, è anche vero che un giorno basta: son tutti uguali. Massì, massì... si vedrà, chi se ne frega.
Tanto, tutto passa, anche momenti d'una vita vissuta come a sentir due che scopano dalla stanza di sopra.
Insomma; quel che voglio dire - penso - è che sai che finirà, sì...
Saluti.


giugno 09, 2009

EPIGONI D'OGNI PEGGIOR COSA, o anche:
CONTINUIAMO COSÌ, FACCIAMOCI DEL MALE

I.

Noemi Letizia vestita da star (in definitiva la Paris Hilton de noantri, dove noantri siamo i soliti rozzi provincialotti a bocca spalancata davanti a un dirigibile o a un qualunque baraccone delle meraviglie e lozioni miracolose, pronti ad importare e far nostro oltremodo degradandolo – se possibile, e questo insomma dimostra che è possibile anche far peggio di Paris Hilton e tutto ciò che questa rappresenta, tanto per dire – tutto ciò che di peggio si palesa nel mondo) più la famiglia parimenti griffata tutti insieme, da brava famiglia italiana coi Valori con la ‘V’ maiuscola, a votare con la scorta (chissà – piccola concessione alla demagogia: una scorta pagata da noi contribuenti?), sono l’ottimo specchio del nostro paese e della nostra situazione attuale, uno specchio sporco ma sempre pronto ad accusare gli altri di maggior sporcizia o chissà che (io? Voi, piuttosto!), e una situazione che potremmo senz’altro comprendere nell’ambito del motto del caro Ennio Flaiano, come "grave ma non seria".
Non è seria perché nessuno alla fine prende sul serio quell’uomo che fa il guitto con tutte le signore e regala collier da seimila euro a una misteriosa amica di famiglia che non ha ancora deciso se "fare la politica (con papi, ovvio) o la show-girl"; non è seria perché nessuno dà credito a quell’uomo che satireggiando utilizza mezzi di stato per invitare membri di altri governi, nani e ballerine ai suoi festini goderecci a bordo piscina poi gridando – e di fatto impedendo ogni divulgazione, per quanto può farlo (bontà del villaggio globale, una volta tanto!) – allo scandalo per l’intrusione nel privato da parte di qualche paparazzo importuno; non è seria perché nessuno crede davvero che sia quell’uomo l’unto dal Signore destinato a tirar fuori l’Italia e perché no l’Europa dalla crisi, il tutto a base di formule tipo “la crisi è tutta nel vostro atteggiamento”, “andate e spendete: solo così riparte l’economia”, e via discorrendo.
Non è seria perché – via, diciamocelo! – nessuno crede più davvero che i Comunisti di tutto il mondo uniti (quando mai, tra l'altro, sarebbero stati uniti?) cospirino contro di lui povero cristo, o che all’origine di ogni evento a lui indigesto (il conflitto di interessi, i numerosi processi, la corruzione di testimoni, perfino il divorzio dalla moglie), siano i complotti alimentati dall’odio e dall’invidia e dalla mancanza di amore di tutte le Sinistre.
Allo stesso tempo è grave perché quest’uomo, il quale ci ha sempre squadernato sotto gli occhi il proprio privato a più riprese (l’opuscolo fotografico del ’94 poi riproposto in versione aggiornata nel 2006 ne è solo l’esempio più eclatante, forse perché appunto programmatico di una – quale? – ideologia) facendosene forza scudo e vanto al pari del cerone e del trapianto di capelli (quale può esser la colpa di un fotografo impiccione, quindi? Aver proseguito sulla stessa falsariga?); quest’uomo, dicevamo, fra un frizzo e un lazzo, fra un cu-cu ad Angela Merkel e una guasconeria urlata a Mr. Obama, ha di fatto azzerato – nella pericolosa logica del partito-azienda prima, e del parlamento-azienda poi – il Potere Legislativo, governando con decreti legge ed approvazione a fiducia di una Camera ormai ridotta a Consiglio di Amministrazione, passando quindi a metter le mani sul Potere Esecutivo, accentrando tutto su di sé per interposte persone, col Presidente della Repubblica ormai sempre più solo, a far da saltuario grillo parlante inascoltato. Il prossimo passo, forse il più difficile, ma è per questo che la guerra viene così di lontano (almeno da Tangentopoli), sarà inserire sotto la propria grande ala nera, rendendolo autoreferenziale, anche il Potere Giudiziario, costituito al momento da magistrati assai importuni per l’attuazione di quel caro vecchio Piano di Rinascita Democratica (tra l’altro riproposto – e distribuito ai piani alti dell’azienda – in versione marcatamente Fininvest, in anni a noi più vicini che non il ’76) che segnò i suoi inizi nella scia di Licio Gelli e la P2.
Alla fine, fuochi d’artificio finali, con la modifica della costituzione (scritta dai Comunisti, macchiata da un antifascismo sinistrorso assolutamente da ricoprire – di azzurro magari, ché il nero è desueto e poi bisogna pure innovare) e l’uomo forte che s’insedia a capo di una nuova Repubblica, la Terza, e non ci sarà più bisogno di elezioni, discussioni, dibattiti: pensa a tutto lui, e si legifera s'esegue e s'autoassolve, amen.
Per gli altri ci saranno la televisione con le fiction e i reality, Bruno Vespa come programma politico, e in definitiva un immaginario collettivo (e una scuola) ad usum popoli, magari con colonna sonora di Apicella e tante belle e devote preghiere, per far felice Mamma Chiesa.

II.
In questo quadro, poco più poco meno (penso) una fotografia dei nostri chiari di luna, rimaneva in un angolo – soffusa, quasi un nulla – una piccola luce, una possibilità di dare un segno di vita: ci siamo ancora, siamo qui. E possiamo dire la nostra, almeno fino ad ora.
O almeno: ci poteva essere; ma se Noemi Letizia è lo specchio dei nostri tempi, va da sé che molti non l’abbian colta. Lo sdegno? Il menefreghismo? Chissà cos’altro; tutto ha fatto il resto.
C’è da chiedersi: chi avreste punito col vostro astensionismo? I politici, i quali non sono stati degnati della vostra attenzione e del vostro voto? Ci si sciacquano i santissimi: per un vostro astensionismo pien di sdegno, c’è una cisterna d’invasati, pronti a prostrarsi davanti al dio Silvione, che c’ha salvato dai carri armati sovietici e dalla faziosità inacidita e arida delle Sinistre. Gli altri italiani, che giustamente schifate e coi quali non v’immischiate? La cronica incapacità di strutturarsi come forza vera e propria della Sinistra (centro-sinistra, centro: quel che è), sempre pronta a dividersi in frazioni e frazioncine, come se ancora oggi si dovesse far dibattiti ad incipit "no cioè scusate compagni?"
Avete punito voi stessi: e Silvio - il quale d'altra parte ha pure voluto attendere a dopo le elezioni per render pubblica la notizia d'aver venduto Kakà al Real Madrid, per non sgualcire la sua immagine di vincente (a che punto siamo, poveri noi!) - ne è uscito rafforzato, strappando province e comuni, ribaltando (o essendo in procinto di ribaltare) situazioni consolidate, prendendosi l’intero (o quasi) Sud, indebolendosi forse di poco al Parlamento Europeo, ma a beneficio della Lega, con la quale ha già  (tempismo anche troppo sospetto) provveduto a stringere una salda intesa sul tema elettorale.
Perché? Davvero Franceschini, Di Pietro, Giuliana Sgrena, Sassoli, Topomoto e Autogatto, chiunque vogliate voi; davvero erano peggio che continuare a spianare la strada a questo ducetto mediatico in sedicesimo che strilla contro un qualche nemico (la sinistra disfattista, i fannulloni, gli intellettuali comunisti, i giornalisti di partito - un certo tipo di regime ha sempre bisogno di un nemico, di un uomo nero su cui assommare i peggior torti e le peggior depravazioni, sì da farne poi un tappeto sotto cui nasconder le magagne) ogni volta che una critica o un dissenso sono mossi; davvero è meglio arroccarsi nello sdegno – mi fanno tutti schifo, e quello non lo sopporto, e come si fa a votar quell’altro – e proseguir da spettatori a vedere i problemi veri di una nazione e di un tempo ricoperti e seppelliti da una valanga di gossip o notizie di colore quali gli abboccamenti amorosi del Presidente del Consiglio o del suo vice, tutti quanti difensori della famiglia (divorziati); o la sua memoria storica di personaggi del passato, come ad esempio la Thatcher, che – si badi – ai suoi tempi “era una gran bella gnocca”.
Lasciate passare, lasciate...
chissà che piano piano (nemmen troppo) non vi si ponga nemmeno più il problema, di votare.

Intanto si mette un po' più di bavaglio alla stampa: anche chiorbone (quello vero), mica ha fatto tutto in un giorno, eh!

giugno 01, 2009

ADDIO, TRISTE LUNEDÌ
o anche:
SIGNORA MIA, VEDESSE CHE STRONZO GALLEGGIAVA NEL GABINETTO... UNA COSA DA NON CREDERE


Ci sono momenti in cui anche dover andare a lavorare non è poi così male.

Ad esempio, metti che per il/la tuo/a tytolare sia festa (solo per lui, ovviamente); che il/la tuo/a collega stronzo/a faccia mezza giornata; che altri ancora non ci siano per altri motivi: ed ecco che il pomeriggio ti ritroverai solo, le luci spente e le serrande chiuse, senza niente in procinto di accadere e senza nessuno che ti richieda alcunché. Il fatto poi che non sia effettivamente festa soltanto per il tuo titolare, ma per un sacco di altra gente tranne te, in definitiva, aiuta: e il telefono non suona e niente accade, e ciò ti ferma anche un po' il giramento di coglioni per non esser rientrato (per cosa, poi?) nel sacco dell'altra gente di cui sopra; e quindi puoi rimuginar sul fatto che ti ritrovi tu, la pagina bianca e insomma stronzate magniloquenti come questa. Ah, l'eterna sfida tra il niente e la tua creatività! Il sottile confine tra il vuoto e il pieno, tra il bianco ed il nero, tra la vanità e il capolavoro! Ah, il trar fuori dal cilindro una, ancora una, una di più, inaspettata quanto ingegnosa idea, una bizzarra capriola dello spirito, una scintilla a dispetto di quel che è il quotidiano!
Ok, niente di tutto questo; però, una piccola gioia resta. Decido di alzarmi, di fissare per un attimo il vuoto, magari di levarmi le scarpe: mi dico che avrei potuto portarmi il tagliaunghie, un libro, l'album da colorare, magari quello dei Puffi in pose erotiche, o quello di Willy il Coyote che incula lo struzzo, a spregio. E penso, poi appoggio la testa sulla scrivania, mettendoci le mani sotto, chiudo gli occhi, sento il tempo passare. E nessuno che ti chiede niente; nessuno che pretende la tua vita per migliorar la sua. Ok, è quel che sta succedendo anche adesso, a ben guardare, ma chi se ne importa? Uno può fare il giro del mondo, fuori da queste quattro mura, ma pur facendolo è come se non si fosse mai mosso.
Per vedere contano gli occhi, non tanto quel che gli occhi vedono.
E certa gente, anche fosse sul suolo di Marte, è come se si trovasse al telefono con un fornitore o con un cliente, litigando per misere questioni che a lui per primo non son chiare se uno non gliele spiega e rispiega prima.
Io adesso, su questa scrivania da quattro soldi, con questa parete di cartongesso alla destra, questo troiaio porta raccoglitori dietro, quest'aria finta e queste cazzo di luci al neon sopra, sto spendendo il mio tempo meglio di lui/lei, che fuori da qui non ha uno straccio di barlume di vita.
Toh, e questo è quanto!
Non sono esattamente quel che si dice un dipendente modello. È che – diavolo – che razza d'interesse può avere sistemare un pullman di anziani Teutoni nell'albergo tal dei tali alla tal cifra, risparmiando così la talaltra perché il suddetto albergo ci include nientepopodimenoché le bevande nella quota? O la richiesta d'una nota di credito a tizio, litigando perché diversamente da quanto ha fatto era concordato? O mille altre inezie, fatte passare per capitali questioni che dovrebbero andare ad accrescere il tuo stress e menomare la tua vita qualora non dovessero andare a verso?
Mi sembra più grave il fatto che in nome di tutto questo abbia dovuto rinunciare alla possibilità di tornare negli Stati Uniti, visitando Philadelphia Baltimora e Washington con partenza da New York, il tutto nell'anno dell'elezione di Obama, il tutto per andare a rendergli omaggio e sentirsi – sì, quello sì! – parte, ancorché piccola della Storia.
Si dirà: il fatto che ci vada io (e porti con me nell'ordine: Anpelie, Tetragonium & Marcialla) non sposta d'un centilitro il galleggiante nel pozzo della storia, quella con la S maiuscola; ma forse l'altra, quella con la s minuscola, si sposta per le mie ponderose decisioni? I miei timbramenti di cartellino, i miei contributi maturati, le mie gesta professionali (!), le mie qualifiche (?) e il mio operato quotidiano per conto terzi: quello, cosa sposta, oltreché i miei frullantissimi coglioni?
Mi par ancora una volta assai più grave che il Presidente del Consiglio (e con lui, lo stuolo di media consenzienti ed opinione pubblica ottenebrata) d'uno stato sempre più da barzelletta gridi all'intollerabile intromissione nella privacy per la diffusione di foto attestanti il suo reiterato utilizzo di mezzi ufficiali quali aerei di Stato ed auto blu per trasportare invitati VIP e figliolette (minorenni o maggiorenni, purché bòne) al proprio compleanno, nella villa in Sardegna; che lo stesso sia il difensore sommo dei valori (quali?) della famiglia e si conceda interessanti incontri con minorenni e non, tanto poi le fa ministro; che possa corrompere avvocati a caso per poi sostenere che sia tutto un complotto di giudici comunisti; che per nascondere scomode verità promuova e faccia promuovere una campagna demagogica contro terzi, siano fannulloni del pubblico impiego, sinistra  maligna e catastrofista a tutti i costi, stranieri o clandestini a vario titolo, peraltro castigati da leggi speciali che autorizzano ronde giustizialiste; che la CEI si pronunci ad esempio sulle sue frequentazioni femminili dicendo “ciascuno ha una sua coscienza” – quella stessa coscienza a cui attingere era vietatissimo durante lo sciagurato caso Luana Englaro, quella stessa coscienza che andava appiattita su posizioni retrograde ed antistoriche di vecchi bacucchi che van vestendosi da donna in tema di sesso, famiglia e natività (esattamente tre cose che, stando ai crudi fatti, a loro son precluse, ci avevate mai fatto caso?)
O pensare al continuo declassamento e svilimento di tutto quel che ci circonda, per far sì che sempre meno persone provino ad usar davvero il cervello, rimbecillendo davanti alla solita trasmissioncina per il popolino, al solito film con un po' di puppe e culo e battute di massimo boldi o similare; al solito – per chi ha ancora pretese da intellettuale – librino sega di scrittori che però son già famosi o come conduttori o come personaggi televisivi o come attori o come quel che cazzo vi pare a voi, il tutto purché non scrivano bene e siano troppo originali. E la cronaca o il gossip a far da morboso sfondo, nera o rosa che siano.
Tutto è così sinistramente 1984. E noi siamo i prolet, e c'abbiamo pure le nostre canzoni composte in automatico e preconfezionate.

Altro che sistemare i conti del tuo/a titolare, permettendogli così di comprarsi magari un bel gippone, per farci i cinquecento metri che lo separano dal suo ufficio e andarci alla casa al mare tutti i fine settimana o nei giorni presumibilmente di festa per tutti tranne te. Che poi magari ti chiama pure, ogni tanto, per vedere se lavoro. Oh, lavoro sì, vedi come lavoro!
Testadicazzo.
Sì, ci son momenti in cui andare a lavorare non è poi così male. È suonato una volta soltanto il telefono, e qualche ora è passata. Mi sento meglio di prima, eppure niente è cambiato.
Ciò non va altro che ad accrescere il seguente convincimento:
Che esseri del cazzo che siamo!

maggio 29, 2009

LA GIOIA D'UN LAVORO BEN FATTO (TRALLALLALLALLÀ)
Ascoltate: vi racconto una storia. Una volta avevo una fidanzata, a cui spezzai il cuore. Magari era anche brava, eh? Però all'epoca mi pareva una gran rompicoglioni, e insomma andò come andò. Vabe': cazzi miei. Quel che volevo dire però, era che lei faceva giurisprudenza, e in un exemplum giuridico riportato in un libro che stava studiando in quel periodo, c'era un personaggio col mio stesso cognome (Filobutirro, Anacarlo di nome). Quando casualmente la rividi, qualche tempo dopo, ci tenne a farmi sapere che a seguito precisa domanda del tal professore (penso Anacordo Fezzicone, anni 63 portati con la borsite), all'esame, lei si era manifestamente rifiutata di riferire di quell'exemplum perché quel tizio aveva il mio stesso cognome. Aveva motivato la cosa al professore raccontando la verità. Né più, né meno: non lo diceva perché un suo ex si chiamava così. Ciò le era costato un bel po' in termini di punteggio, disse. Io poi ripresi la mia strada. Penso che lei adesso sia sposata, e stia più che bene, anche in termini di soldi. E sia felice, con qualcun altro.
Tutto ciò per dire, insomma, che non importa quanto ti paia di fare una stronzata, a volte, qualsiasi cosa possa essere o qualsiasi cosa tu possa dire: c'è sempre chi fa meglio di te.
Nel caso appunto, non è colpa mia se dopo aver combattuto nell'ordine: i tarli, un paio di certificazioni ingengeristiche della canna fumaria misteriosamente mancanti, una mensola che è venuta giù, un'infiltrazione con relativo inzuppamento travi dal bagno di quello di sopra, un'invasione di formiche dallo scarico del bidet, una persiana che si staccava minacciando di cadere sulla macchina di quello di sotto, uno pseudo vicino malvagio che ha bloccato i lavori d'un mysero pergolato in ferro imponendomi di chiedere permessi anche al messo pontificio e al cancelliere Otto von Bismarck (pace all'anima sua), una piccola perdita dalla doccia, una forsassite che portava l'elettricità al motorino del depuratore che era stata accidentalmente (sì, un cazzo: IMPERIZIA, NEGLIGENZA, etc) tranciata, un tappo che non faceva il suo dovere, una nuova invasione di formiche ma stavolta da una minuscola fessura nello zoccolo della camerina; non è colpa mia, dicevo, se una volta passato tutto questo mi son detto che era finalmente tutto sistemato e ora mi potevo metter sul divano ad aspettare che si rompesse un tubo. E mese più mese meno, un tubo s'è rotto per davvero e ora la merda pascola libera & fracida nel pratino tra casa mia e un vicino che ancor non c'è e meno male che non c'è sennò arrivavan tosto querele & litigi. La gioia d'un lavoro ben fatto, appunto. Con avgvrî d'emorroidi et ernie inguinali a chi sì ben l'eseguì. Non è colpa mia; è solo Caso, che sempre ci guata, cospira e ordisce. E quando meno te lo aspetti (o anche se te l'aspetti, cazzi tuoi, vedrai eh?) PEM! ti piomba laddietro come un uccello padulo in fiamme.
Però, come dicevo, c'è sempre chi fa peggio. E qualcuno a cui dar la colpa, sempre. Quindi: minimizziamo, passiam sopra, oltre ed ancor più in là: son casi. nulla più. Conta ridimensionare, nella vita.
Il cammino della semplicità è un lungo cammino, diceva Folon. Povero Folon, a proposito. Poveri noi.

Tampoco, l
a gioia d'un lavoro ben fatto però è anche questa, oggi: la mia condivisitrice coatta di sventure, in quella galera minimale che tutti noi possiam chiamar lavoro (chi più, chi meno), m'ha detto, oggi:
“sai che da quando ho letto il tuo libro m'è passata del tutto la voglia di lavorare? Non so davvero più come fare. Mi son passate tutte le fantasie”.
Sì, son soddisfazioni, cazzo. Un libro che funziona.
M'è inoltre sempre parso di far la parte di quello che frenava gli entusiasmi altrui, anche mio malgrado. Ma, di questo, poi eh? Ch'or si fvgge, in cvlo a loro, tutti quanti.

maggio 28, 2009

GUIDARE È UN PÒ PERDERSI IN COMPLICAZIONI DELL'ESSERE (STRONZO)

Installano una scultura nel mezzo di una rotonda. Arte contemporanea, paesaggistica, riqualificante, quel che è. Dieci metri più a ovest (credo, a ovest; ma potrebbe benissimo essere anche sud, o nord-ovest) c'è un bel distributore Tamoil, moderno e luccicante. La scultura è un'enorme clessidra in ferro grezzo, con poetiche ossidazioni ramate. È solo lo scheletro, non si tratta ovviamente di una struttura piena. C'è aria, in mezzo. E in fondo alla clessidra sono ammassati tre pesi, di quelli da bilancia di una volta, anch'essi in ferro ossidato, pieni.

Intorno c'è il consueto prato, e poi la strada, con le macchine che girano come i miei coglioni quando devo andare a lavorare. Come adesso.
Che simboleggi la pesantezza del tempo? È soggettivo... come d'altra parte è soggettivo quale tempo sia effettivamente pesante e quale non lo sia.
Mi piace l'arte paesaggistica. Sì, cazzo.

maggio 27, 2009

SCINDERESTI POI LA GENTE - QUELLA CHIARA DALLA NO (EEEEEEEEHHHHHHHHHHHHH??? - e fanno 'quattrini!)

Nella mia casa ho tre gatti. Un gatto americano e due gatti comuni. I due comuni si chiamano Arturo (quello giallo, seduto sulle zampe di dietro) e Barney (quello celeste, sdraiato), e sono di legno; quello americano è di pezza, a patchwork, e viene dal Vermont e penso si chiami Thelonious, anche se adesso non ci giurerei. Ha un campanaccio stile mucca dei verdi pascoli alpini al collo. Oltre a questi tre, ce ne sono due neri, messi uno a fianco all'altro, con le teste che dolcemente si appoggiano l'una all'altra e i lunghi colli che formano un cuore d'aria nel mezzo. Come stile, una cosa a metà fra il caro vecchio Anubis e due gatti cattivi che mi pareva avessero una qualche minima parte negli Aristogatti, anche se più che tutto simboleggiano certo l'anima nera et amareggiata di me e di mia moglie, che però guardiamo (penso) speranzosi verso un avvenire romanticamente incerto epperò gravido di accadimenti positivi.
In più, altri due fanno da reggi-libri. Ma questi sono soprammobili, inanimati e leggeri.
È bene, ho sempre saputo – che poi sia vero, è tutt'altra faccenda – vivere con dei gatti: perché portano fortuna, danno energia e non gliene frega più di tanto di te; esattamente magari come a te non frega poi così tanto di loro. Ad esempio, io non c'ho mai parlato, né con Arturo né con Barney. Né tantomeno con Thelonious. Idem, penso, mia moglie. Però, loro stanno sempre lì; ci guardano, noi guardiamo loro, li sposto quando spolvero, non mi son mai caduti: ho già qualche ricordo di me che leggo Calvin & Hobbes o guardo Mystic River con loro in zona – sopra, accanto e davanti a me.
E poi ci son fatine appese, una per stanza, e un par di piante marziane che regolarmente appassiscono. Hai voglia a dedicargli attenzioni: diventano gialle, vanno giù, assorbono forse i nostri pensieri cattivi e i nostri malumori. Solo così si può spiegare forse il fatto che siano andate a farsi benedire anche numero due (e dico: due) piante grasse...
è sempre così, in realtà: basterebbe riuscire a non deprimersi, ad attorcigliarsi in inutili ragionamenti, che ti trattengono di là dallo specchio, a non voler vedere tutto nero. E – non solo le piante, ma anche noi stessi – staremmo meglio.
Se solo non suonasse così spesso il telefono, e tutti volessero accerchiarmi coi loro stupidi problemi...
Però, insomma, è questo che intendo, quasi una cosa filosofica: ho i gatti a casa. Pace, niente può nuocermi più di tanto. Chi son tutti questi altri? C'entrano qualcosa, con me?
Io che voglio, in generale? Certo non quel che vogliono loro. Al limite li guardo. E se riesco a fermarmi a guardarli, scopro al massimo che possono passarmi davanti, avanti e indietro mille volte, schiamazzanti, agitati, tutti presi da qualcosa che veramente non concepisco. Ma toccarmi non possono, mai, né devo farci i conti. Perché io sono altrove.
Al limite, apparirò un po' spaesato, fuori posto.
Ma, per quel che mi riguarda, avrò ragione io, e loro vadano affanculo.

maggio 26, 2009

DETTATO SENZA RILEGGERE, CON POCHI MINUTI A DISPOSIZIONE, PRIMA CHE IL CAMPANILE BATTA L'ORA CHE CONTA. LA SOLA, IN UN GIORNO FERIALE.

Ci sono libri che uno dovrebbe rileggere. Né più, né meno. Dovrei provare a ricominciare dall'inizio, penso, e vedere se tutto accadeva perché era una scoperta e una novità, o proprio perché avevo avuto il culo strano e tremendo di beccare tutti gli assi alle prime mani. Come sempre accade, sarà sicuramente una via di mezzo tra le molte ipotesi; ma, nel dubbio, ricominciare a leggere John Fante, Kafka, Vonnegut, Céline, Fitzgerald, Bukowski, Flaiano, i racconti di Maupassant, Carver, Roth e via discorrendo sarà decisamente piacevole. Ho qualche ricordo sempre più a brandelli (non che i ricordi si perdano del tutto, credo... semplicemente, restano via via sommersi sotto mille altre cose, a strati, come diverse ere geologiche, ogni tanto affiorando se qualche volenteroso magari si mette all'opera) di me che alzo la testa da Viaggio al Termine della notte letto sull'autobus avendo difficoltà a capire dove sono (in Africa delirante, a schiacciare insetti enormi? In Place de Clichy? Al Fronte nel '15-'18?); di me sul treno con accanto un tizio con cui condividevo un corso di Letteratura Italiana del Rinascimento che mi chiede chi è l'assassino? mentre sto leggendo Il rosso e il nero; di me che in una casa completamente vuota leggo l'Eneide sul terrazzo, di notte; di me che rido come uno scemo con la gente che mi guarda leggendo di Barney Panofsky o di Alex Portnoy. O quando, sempre con Céline (Morte a credito, stavolta) mi guardavo intorno dopo aver alzato gli occhi e mi pareva di essere in un mondo allucinato di pezzenti e straccioni (io per primo) da cui guardarsi. O ancora, di me che sottolineavo via via le frasi, riportando a penna (orrore! A penna! Non ho mai capito chi rompeva tanto i coglioni perché a penna non ci si scrive sui libri...) le note di Vittore Branca da un'edizione extra lusso del Decameron sulla mia; augurandomi di diventare un barbone mentre leggevo del vecchio Buk; bruciando per profonda empatia mentre ammiravo quel che scriveva John Fante. Ho solo ricordi di me, mi par di capire. Di me che leggo. Questo per notare che come al solito non faccio altro che guardarmi la pancia e autocommiserarmi, ripetendo senza sosta che tutto ciò che ho intrapreso l'ho portato a svuotarsi ed afflosciarsi dall'interno, necessariamente fallendo il colpo. Poi, nella lettura – come in tutte le altre cose, per la verità – conta più che altro lo stato d'animo che uno ci mette. Sei ben disposto? Andrà tutto bene. Forse se leggessi queste cose oggi, sarei comunque nello stato in cui sono, a metà fra l'immedesimarsi giusto una pagina sì e trenta no, e il non capirci un cazzo, del tutto.
Non lo so. Certo è che c'era una specie di grande magia la quale, come mille altre cose, si è perduta. Si è perduta così bene che non mi sembra nemmeno ci sia mai stata, forse. E forse non c'è mai stata davvero.
Per il resto, penso di aver avuto... bah, chissà quanti anni: mi ricordo che prendevo i libri dalla Biblioteca dei Ragazzi – un enorme raccolta di fumetti di Mafalda, volumi sui dinosauri, i libri di Giulio Verne. Ecco, lo chiamavano proprio così: Giulio Verne, tradotto che nemmeno si fosse ancora sotto Chiorbone (certo, a ben vedere... oggi Chiorbone si farebbe un trapianto di capelli e poi giù di sughero e cerone, a far volume), e quelli erano libroni cartonati e belli grossi, con disegni sulla copertina. Non ricordo molto, perché alla fine il tempo passa e la vita ti porta in altre direzioni; ma di sicuro era prima di quello che ricordo distintamente essere il mio primo libro, Il vecchio e il mare, impostomi da quell'acidissima bagascia della professoressa di italiano delle medie. Ricordo che mi parve fantastico, e che mi dissi: che cazzo c'entra lei, con questo libro? Lei che era una vera merda, che ci faceva domande tipo: qual è la funzione dei vescovi? Troia stupida e pazza. Ero offeso di aver trovato qualcosa di simile tramite lei. E non dico nemmeno  poi avrei capito, che lei era così perché doveva esserlo, che noi non potevamo capire, era colpa mia, eccetera eccetera. Lei era una troia stupida e pazza, una persona di merda. E con un'alitosi tremenda.
Però, dicevo. Dicevo che prima di questo ci furono alcuni romanzi di Jules Verne, primo fra tutti il Viaggio al centro della terra, in cui c'erano i mostri. I mostri. Potevo desiderare di meglio?
Insomma, facciamola corta: l'ho ritrovato qualche giorno fa. Al supermercato mi pare. Adesso frequento spesso il supermercato. Casi della vita. Era in edizione da grandi stavolta, Einaudi tascabili, pure con lo sconto e sotto la doppia cifra (ormai qualsiasi libro va dai 12 euro in su!).
Ho ricominciato, e forse un po' di quella polvere, di q
uella magia, c'è ancora, nonostante il lavoro e quello a cui ti porta incontro la vita, con o senza te che sei felice. Erano altri momenti, ed io ero un grand'uomo, con la mia giacca marrone grezza e il thè che prendevo alla macchinetta, uscito dalla sala di lettura, a Firenze.
A volte son solo momenti, poi tutto passa.
Perché tutto passa, come diceva il Buddha. E l'energia va e viene (più spesso, va...), e porta con sé le sensazioni positive, il benessere e l'euforia. O, al contrario, la disperazione, l'accidia e la tetraggine. Certi giorni saresti capace di far tutto, e se anche ti cacassero in macchina ci rideresti su. Certi altri ti arrabbi se il vento porta con sé una nuvola.
Che esseri del cazzo, che siamo!

 

maggio 22, 2009

AMAREZZE®

Trovo amaramente ironico & tragicomico il fatto che la maggior parte delle ore in cui sono sveglio e vigile le debba nel mio piccolo passare in compagnia del mio titolare, dei miei colleghi, di tutta una serie di incresciosi contrattempi, inutili cavilli ed obbligate azioni di cui niente od assai poco m'importa, riservando a mia moglie, ai miei nipoti, ai miei amici, alla mia famiglia e a tutto ciò che m'interessa soltanto ed esclusivamente ritagli di tempo, quand'anche ci riesco.

Questo è come si è strutturata, nel corso dei secoli, la moderna società capitalistico-tecnologica, la quale certo in tutt'altra direzione tira rispetto al configurarsi come il migliore dei mondi possibili. E molti di noi accantonano dunque la propria vita ed abdicano alle proprie scelte e volontà per nutrir di sé e mantenere in vita questo mostro, ormai talmente radicato che ci pare anche del tutto normale e imprescindibile.

Qualcuno se ne accorge, qualcun altro no (e vive meglio, forse), ma questo è un altro dire.

Se solo un marziano arrivasse fino a noi, e avesse modo di vederci all'opera, ecco probabilmente cosa direbbe:

“Per cosa cazzo fate tutto questo, in nome del cielo?”

maggio 11, 2009

ANCORA, PER VOI: DELLA SANA PUBBLICITÀ PROGRESSO®, PER RIMEDIARE ALLA VOSTRA SICURA IMPOTENZA ET CERTA INCAPACITÀ DI CONDURRE UN'ESISTENZA NORMALE E ALLORA VIA, CHE RICORRETE A QUESTE COSE, RAZZA DI COGLIONI, CHE DI SICURO IL PROSSIMO PASSO SARÀ CONSULTARE IL MAGO ANUBI PER UN TALISMANO SYMPATICAMENTE SAGOMATO A FORMA DI SCORIA NVCLEARE DOPO ESSERVI FATTI FAR LE CARTE (TANTO V'ESCE IL TRE DI QUADRI O IL CULO DI SPADE, CHE SIGNIFICANO RISPETTIVAMENTE MERDA 100% E MENISCO)

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