Storie di vita vissuta, piccola, quotidiana e banale. Storie a volte crude, a volte disperatamente tenere e commoventi. E chi meglio della tazza di un WC pubblico può raccontarle? Brevi racconti, ficcanti e precisi, che ogni volta partono dalle natiche di chi si siede, interrogandosi poi sulle origini e il perché delle varie situazioni, indugiando anche – per la gioia dei realisti-minimalisti-coprofagi – sulla qualità e la tipologia di ciò che è depositato dalle suddette. Il tutto, condito dalla presenza di un nemico subdolo e perfido: la donna delle pulizie, negazione concretissima e minacciosa di tutto ciò che il WC racchiude e rappresenta. Ma la grande novità sta nella strabiliante abilità dell’autore il quale, lungi dall’essere l’ennesimo idiota con una penna in mano e del tempo da perdere, si scava uno stile tutto suo, personale ed originale, a tratti estremamente poetico ed evocativo (“Lo sciacquone, il mio vomito indotto dall’esterno”; “ah, la memoria che si legge dentro le feci di color marroncino!”; “questa mia nicchia, sapido buen ritiro delle vostre deiezioni”), capace in definitiva di farci parte profonda della (e nella) merda altrui – cosa, questa, assai paradigmatica della realtà italica odierna.
Un'operetta vana & inconcludente - Odio il 90% delle persone che conosco. E anche di quelle che non conosco, senz'altro.
Visite
gennaio 20, 2006
Storie di vita vissuta, piccola, quotidiana e banale. Storie a volte crude, a volte disperatamente tenere e commoventi. E chi meglio della tazza di un WC pubblico può raccontarle? Brevi racconti, ficcanti e precisi, che ogni volta partono dalle natiche di chi si siede, interrogandosi poi sulle origini e il perché delle varie situazioni, indugiando anche – per la gioia dei realisti-minimalisti-coprofagi – sulla qualità e la tipologia di ciò che è depositato dalle suddette. Il tutto, condito dalla presenza di un nemico subdolo e perfido: la donna delle pulizie, negazione concretissima e minacciosa di tutto ciò che il WC racchiude e rappresenta. Ma la grande novità sta nella strabiliante abilità dell’autore il quale, lungi dall’essere l’ennesimo idiota con una penna in mano e del tempo da perdere, si scava uno stile tutto suo, personale ed originale, a tratti estremamente poetico ed evocativo (“Lo sciacquone, il mio vomito indotto dall’esterno”; “ah, la memoria che si legge dentro le feci di color marroncino!”; “questa mia nicchia, sapido buen ritiro delle vostre deiezioni”), capace in definitiva di farci parte profonda della (e nella) merda altrui – cosa, questa, assai paradigmatica della realtà italica odierna.
gennaio 19, 2006
RENATO LO FESSO, Autofficina desiderio, Vitige Macello Editore, € 16,80 Romanzo estremamente intenso e passionale, racconta dell’amicizia fra Giangy, meccanico ottimista ma irrimediabilmente su di peso, e Pepi, suo dipendente presso l’autofficina “DA CASTROZZI GIANGY &co.”. In un crescendo di vicissitudini emozionali, sullo sfondo di un’operosa piana brianzola magistralmente ritratta, Pepi arriva a scoprire il misterioso passato di Giangy, il quale si svela pezzo a pezzo, tra un carburatore da registrare e un paraurti della Yaris che – ordinato, saranno due settimane – non arriva. Finché, un bel giorno, nel bagagliaio di una 126 consegnata da uno strano figuro zoppicante con la scusa di un tagliando completo entro mercoledì (escluse le pasticche dei freni, cambiate da poco), i due trovano un cadavere, barbaramente ucciso con un cavatappi…
Un romanzo del cazzo, che comincia male e finisce peggio, e in cui niente è ciò che sembra. Vale a dire, pare un romanzo, ma è una stronzata. Còmpratelo (e non compràtelo, che sarebbe troppo rispettoso nei vostri luridi & squallidi confronti) e pàgatelo.
gennaio 17, 2006
gennaio 13, 2006
I RICORDI
Mi ricordo, eh se me me lo ricordo, il cavalier Silvio Berlusconi, quello che una volta diceva che i magistrati eran tutti corrotti, fantocci al servizio delle sinistre comuniste e staliniste che lo perseguitavano gratuitamente, e che ora, perché quegli altri idioti si son fatti beccare anche loro, va serenamente e di corsa a deporre e dire quel che sa (perché poi dovrebbe saperne qualcosa?) ai PM, non prima di averlo sbandierato un bel po’. Una volta ha anche sconfitto il cancro, dice. Morto non è, ma vedrai prima o poi gli tocca anche a lui. Sarebbe anche l'ora...
gennaio 11, 2006
I RICORDI
Mi ricordo, oioi come me lo ricordo Alberto-qualcosa, quel tipo che veniva al bar dove lavoravo, e che stava con me dietro il banco, e si parlava e si parlava - io avevo solo 14 anni, lui sarà stato sulla trentina, e portava sempre o quasi una camicia bianca. C’aveva gli occhi verdi, e un gran nasone e i labbroni, e c’aveva pure la ragazza giapponese, che suonava il pianoforte. Diceva cazzate, perlopiù. Una volta vidi pure lei, che era venuta a trovarlo e che aveva tutti i denti in fuori, pareva scema. Poi un giorno lui non venne perché aveva l’influenza. Da allora non l’ho più visto. Sia morto? La vita alle volte è crudele.
gennaio 09, 2006
gennaio 07, 2006
gennaio 05, 2006
I RICORDI
Mi ricordo, sì mi ricordo il mio professore di francese, che d’inverno aveva sempre un vestito di velluto, giacca e pantaloni marroni scuro, con camicia celestina, e d’estate uno grigio chiaro, con cravatta rossa e stessa camicia. Alto, secco, pelato, vecchio. Aveva gli occhi azzurri, e uno di noi diceva che somigliava a una scimmia. Poi sarà morto, credo. Pace; meglio lui che io.
gennaio 02, 2006
Poi morì, penso. Capita. Peccato.