Un'operetta vana & inconcludente - Odio il 90% delle persone che conosco. E anche di quelle che non conosco, senz'altro.
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gennaio 07, 2006
gennaio 05, 2006
I RICORDI
Mi ricordo, sì mi ricordo il mio professore di francese, che d’inverno aveva sempre un vestito di velluto, giacca e pantaloni marroni scuro, con camicia celestina, e d’estate uno grigio chiaro, con cravatta rossa e stessa camicia. Alto, secco, pelato, vecchio. Aveva gli occhi azzurri, e uno di noi diceva che somigliava a una scimmia. Poi sarà morto, credo. Pace; meglio lui che io.
gennaio 02, 2006
Poi morì, penso. Capita. Peccato.
dicembre 16, 2005
È tutto pronto: parto. Di C.X. (ah, mia adorata C.X.! È tutto finito, dunque?) non ho più notizie, almeno da quando mi spedì l’immagine di mio padre, Manlio Proaskinevic o come diavolo si chiama, ormai. Quindi partirò solo. Ahimè! È l’ennesimo ritaglio buio di questa storia. Da quando io proprio io, Manlio Sacchetti, (ops… no, volevo dire: Manlio Lo Presti), ho messo in piedi il mio sogno, sono successe un sacco di cose molto strane. L’ultima, ieri: ho incontrato Astante Torchia Bernardini, gestore dell’albergo “Gli Astrusi Asterischi d’Astante”, di stelle quattro ma dubbie (in realtà è un misero due stelle, ma si dice in giro che abbia a suo tempo corrotto gli ispettori Michelin, blandendoli con un paio di treni delle omonime gomme, ben sapendo che per quella gente vanesia e superficiale l’avere anche i pneumatici della macchina con stampate le proprie cifre è una tentazione irresistibile), e si è lamentato del fatto che da qualche giorno ha un ospite che perde peli in maniera esagerata, e che da quando c’è lui ha già dovuto far cambiare alla cameriera dei piani quattro sacchi all’aspirapolvere. Inoltre, quello gli ha finito la scorta di Guinness.
Mah.
Qualcosa mi è ronzato in testa per un po’, come se fossero parole di una canzone già sentita, ma poi ho fatto finta di nulla. Solo, mi chiedo sempre come mai l’Uomo dai Peli delle Ascelle più Lunghe del Mondo non sia venuto all’inaugurazione. È stato l’unico. E poi, soprattutto: come diavolo mi è venuto in mente di chiamarlo, un tipo così? Cosa c’entrava, in tutto il mio sogno? Non avrà chiamato lui, e non ricordo?
Non lo so. Io so solo che devo partire.
L’ultimo sogno che ho fatto (anche questo è un segno ben preciso, direi) è stato del tutto diverso: sopra un palco celeste e rosa, realizzato solo su dei tubi al neon, c’era C.X. Ballava, una scena che ricordava tanto un qualche film con Rita Hayworth di cui adesso non ricordo il titolo. Mentre ballava, canticchiando mi confessava che era stata l’amante del tipo del quale mi aveva fatto avere il ritratto. Vale a dire mio padre. Scusate se è poco.
Potrei vivere in un guscio di noce e credermi re dell’infinito, se non fosse che ho brutti sogni…
Ma non diamo troppo peso ai sogni – C.X., lì, ha anche detto che non vuole essere cercata più: TETRA DISPERAZIONE! – tutto si risolverà: adesso sono qui (uno dei miei sette gatti, Mytridathe II, il persiano antico, è appena saltato sulla mia scrivania, miagolando) che scrivo queste ultime righe prima di partire da Gianfrusto sul Nerchio, in provincia di Zorro, e magari è pure tempo di bilanci. Sì, insomma… ho già venduto tantissimo (soprattutto cacche); ho il mio bel tesserino magnetico viola verde e rosa, la foto del guru degli scherzi (che ho pure, tra l’altro, scoperto essere mio crudele genitore); conto di scalar presto posizioni su posizioni nella graduatoria dell’ALSCAR grazie ai miei geniali suggerimenti, e via così. Un uomo felice, no? Inoltre, ho fatto scoperte rivoluzionare sul cast di Happy Days, e sul modo in cui Winston Churchill consolidò il suo potere in anni difficili.
E poi… ehi, ma che sta succedendo? Qualcuno di fuori mi chiama… sembra la voce di Cristino… l’avevo lasciato in negozio da solo, un’ora fa… che diavolo… cosa sta urlando…
STA BRUCIANDO IL NEGOZIO!
NO! Le mie cacche…
ODDIO!
Le mie cacche… no… brucia tutto… come mio zio… cioè, padre… no… devo andare a salvarle… io proprio io… brucerò con loro… no…
mmmmmmmmmmeeeeeeeeeeeerrrrrddddaaaaaaAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!
(Suore Orsoline o no…)
dicembre 15, 2005
Decisionismo. Ho affrontato mia cugina, a muso duro. Siccome restava alquanto tetragona alla mia richiesta di collaborazione, l’ho legata ad una sedia e ho minacciato di lasciarla in una stanza con l’amabile compagnia di uno stereo (acceso) e la serie completa di cassette (autografate) di Mino Reitano, che Dito possiede e custodisce gelosamente (è un grande fan del cantante – non solo, pare si curino il look a vicenda). Anzi, già che c’ero – sono un perfezionista, io – ho aggiunto pure, come ulteriore minaccia, la presenza di Dito in carne ed ossa (il quale in verità mal sopporta che le sue preziose cassette girino senza di lui). E così mia cugina si è sciolta, subito – ho già detto che Dito ha una cotta per lei? E dunque, ecco qui quanto ho saputo:
è stato mio padre Prohaska a portarla lì quel giorno, ed è stato mio padre a costringerla a fare quel che ha fatto. Per scherzo, diceva lui. Poi il sole e la natura fecero il loro corso. Prohaska, con l’animo leggermente contrito (che bel genitore ho appena scoperto di avere!), fuggì, e la sua nuova missione per la vita diventò quella di continuare ciò che il fratello aveva lasciato: ne assunse il nome, il cognome se lo inventò (scarsa fantasia, direi) e andò ad abitare prima in Croazia (ecco spiegata la desinenza), poi sulle Highland scozzesi, dove creò un alone di mistero attorno a sé, con l’allevamento di Trote e le spedizioni all’USSC di quei moduli rivoluzionari e innovativi per il mondo degli scherzi di carnevale, il 4 di ogni mese.
Ma tutti vogliono dimenticare. Perché io non voglio capirlo? Perché ho voluto aprire un nuovo negozio di scherzi, e con esso anche le vecchie ferite? Perché, ha concluso mia cugina urlando, sono “COSÌ STRONZO DA FAR IMPALLIDIRE ANCHE LA MERDA DEI CANI?”
Mia cugina ha studiato dalle rigidissime suore Orsoline dell’altero convento “Picchia il Capino, Carmelitana” (PCC) di Marina di Zorro. Ogni tanto però non se lo ricorda…
ah, quasi dimenticavo, alla fine ha aggiunto che un’ambizione di mio padre – cosa piuttosto misteriosa e inverosimile, a dire il vero – era entrare a tutti i costi, per qualsiasi cosa o disciplina, nel Guinness dei Primati.
Mah.
Poi ha aggiunto, sibillina, che “quando i gorilla bevono birra, bevono la Guinness dei Primati”, sorridendo beffarda, compiaciuta del suo enigma. Se lo scioglierò, probabilmente, avrò in mano la chiave di tutto.
A questo punto l’ho slegata, e lei, per tutta risposta mi ha mandato “A FARE IN CULO”. Sempre urlando.
Ah, suore Orsoline, riprendetevela…
basta, la situazione precipita. Non andrò nemmeno il 4 del mese a consegnare il foglio all’USSC (lo spedirò – tanto sono SUO figlio!). Alla faccia di tutti (anche dello zoppo, sì…), rintraccerò mio padre, e gli chiederò conto di quello che ha fatto. Tanto più che nel solito sogno, stanotte, si è insinuato anche Dito, che mi canzona senza motivo. Insopportabile.
Ho già fatto le valigie. Sono pronto. L’A-112 del ’78 è calda; ho pure messo in bauliera la mia muta di gechi indiani (da sempre, non posso dormire fuori casa senza la mia muta di gechi indiani al muro, a mangiarmi le zanzare e gli insetti importuni – odio gli insetti, e loro odiano me). Infine, porterò con me anche qualcosa di mio padre, per intenerirlo coi ricordi quando lo vedrò. Ma in cantina, ci sono solo quelle lattine di birra. Guinness, perlopiù.
“Era un grande bevitore di Birra, tuo padre”, ha detto la mamma sorprendendomi lì.
Mah.
L’ho ricondotta su, mentre diceva qualcosa a proposito di “quel maledetto Napoleone” e di Trafalgar Square.
dicembre 14, 2005
XXVIII.
Incontro Limerno Pitocco, a giro senza meta né scopo. Ciondolava, triste. Io tornavo dall’aver appena noleggiato la macchina, per il mio imminente viaggio verso le Highland Scozzesi, alla ricerca del mio presunto padre. L’ho noleggiata spendendo praticamente niente – è bastato impegnare i denti d’oro e il femore di Cristino, per avere un’auto con tutti i comfort del caso: una A-112 del ‘78, con tanto di tettino apribile e posacenere in madreperla, pieno di mentine dure, per di più colorate.
Dicevo, ho incontrato Limerno Pitocco, ed era alquanto giù. Ho chiesto che c’era, e dopo un po’ mi ha confessato che è depresso perché si taglia ogni volta che si fa la barba. Gli ho risolto questo problema, confidandogli sulla questione un importante e risolutivo segreto (che essendo segreto, e per giunta importante, mi pare logico che non scriverò qui…), e lui per gratitudine mi ha confessato una cosa che mi ha alquanto scioccato. Ha cominciato così, con un tono da rivelazione biblica:
“sai perché ci conosciamo tu ed io, Manlio? Perché si conoscevano i nostri Padri & Avi! E perché si conoscevano i nostri rispettivi Padri & Avi? Perché lavoravano insieme. Già, Manlio…” e qui la sua voce, da cavernosa si faceva più morbida, “l’attività della tua come della mia famiglia era tutta nel ramo contabilità!”
Santi Numi, e chi ne sapeva nulla?
“Il tutto finché tuo zio, colui che è morto nell’incendio del primo Dingo Ceruleo – già, perché quello non era affatto uno zio da parte di madre, come ti hanno fatto credere… no, è il fratello di tuo padre, e si chiamava Manlio. Insomma, quando tuo Zio, Manlio Lo Presti, prese la decisione di aprire il negozio di scherzi, tuo padre, Prohaska Lo Presti (tuo nonno, Cilestrino Lo Presti detto Ceruleo appunto, era un grande fan del giocatore, e ai mondiali tifava sempre Austria…) lo canzonò per tre giorni e tre notti. Di fila. Semplicemente, non concepiva l’idea: la contabilità è roba solida, sicura; l’aprire un negozio di Cacche Finte di Carnevale & Affini, no, almeno ai suoi occhi. Ma tuo zio Manlio tirò per la sua strada ed aprì così il negozio, spolverando ogni giorno con allegria le sue Cacche Finte, lì in bella vista sugli scaffali. Inutile dirti che all’inaugurazione – una festa gioiosa con tanto di intervento di un anziano Robert Mitchum, di Moses Malone agli albori della carriera, di Moira Orfei e un sacco di altri personaggi, tra cui anche l’onesto Zac – tuo padre, il fratello di Manlio Lo Presti, non partecipò affatto, assai piccato”.
Quel goffo personaggio che solo poco prima era depresso perché si tagliava a farsi la barba raccontava bene; aveva un tono quasi da cantilena, fiabesco. Seduto su una panchina accanto a lui, quasi mi addormentavo. E lui andava avanti, e la sua voce mi cullava:
“e piccato, Prohaska, lo era soprattutto per una cosa: passavano i giorni e il negozio andava a gonfie vele! Non se ne capacitava, e piano piano diventarono sempre più tesi i rapporti fra i due fratelli. Finché l’uno decise di fare uno scherzo all’altro. Un giorno che l’aiutante di tuo zio al negozio, tale Luiso Di Pasquale, era in ferie (era nato suo figlio, quel Cristino che adesso lavora per te…), tuo padre condusse lì tua cugina, vale a dire la figlia di tuo zio. La prese in braccio e la mise accovacciata su uno scaffale su cui erano riposte in bella mostra – Luiso era di una precisione maniacale – l’assortimento di cacche. La bambina ci lasciò la sua. Prohaska pensava che sarebbe stato bello vedere la faccia di Manlio mentre faceva per prendere e incartare per qualcuno quella che pensava fosse una sue delle tante cacche finte!”
Mi stavo addormentando davvero, nonostante quello là mi stesse illustrando il mio vero albero genealogico. Come mai non riuscivo a star sveglio? Io, proprio io…
“sfortunatamente nessuno gliela chiese mai, e il sole, dietro la vetrina, fece il resto. Dell’incendio, sai già tutto, penso. Quello che non sai invece, è che tuo padre si rese subito conto della gravità dell’accaduto e in lui si fece strada la convinzione che fosse colpa sua…”
(già, come potè mai pensarlo?, mi chiedevo quasi ironico, mentre ormai i miei occhi cedevano al sonno, e nel dormiveglia irreversibile notavo che Limerno prendeva a ravviarsi i peli che gli spuntavano dalle ascelle, e che parevano lunghi, sempre più lunghi, lunghissimi… pareva anche che si stesse sfilando una maschera… e non riuscivo a capire se stavo sognando – e come allineare logicamente, pensavo, tutti questi eventi, e come collocare poi il fatto che mi stesse pure tornando in mente il fatto che Limerno Pitocco era da sempre completamente glabro, e suo padre faceva il ciabattino a Ramazza sul Chiorbo, lì vicino, e non il contabile? Maledizione, c’era qualcosa che non tornava, provai a dirmi, a partire dal fatto che gli avevo lasciato, a suo padre, un paio di scarpe a risuolare e quello non me le aveva mai rese… ma già ormai stavo scivolando nel sogno, nel mio solito sogno, che venne di corsa e obnubilò tutto quello che successe dopo… mi avvolse, e mi avvolse ancora, e ancora…ancora…).
Mi svegliai più tardi, ed ero da solo. Le parole finali che avevo sentito, o così mi pareva di ricordare, erano: “tua madre da allora è impazzita, e pensa ogni notte di essere l’ammiraglio Nelson. Tuo padre ha capito che il futuro sta nelle cacche, e ha preso il nome e l’attività di tuo zio, altrove. NON vuole essere trovato…”
accanto a me c’era un mucchietto di peli, che presto il vento scompigliò via.
Dannazione… che fare, adesso?
dicembre 13, 2005
Si avvicina il quattro del mese, e io ho preparato un paio di suggerimenti e migliorie che consegnerò all’USSC. (ne ho scritte un paio giacché sono figlio di Manlio Proaskinevic – lo confesserò anche a loro!). Roba esplosiva; conto di guadagnarci punti su punti. Poi, partirò per le Highlands scozzesi. Ormai ho preso la decisone.
Ecco di seguito quello che ho scritto nella sezione apposita del 34/a:
1) La Cacca Finta di Carnevale – Versione Morbida: Quando alla stessa persona fate lo stesso scherzo più volte, quella non ci casca più. È pacifico. Se, ad esempio, le fate trovare per casa una cacca finta in terra, la prima volta reagirà con disgusto, ma la seconda già si abbasserà a raccoglierla, senza più timore, e con sufficienza.
Provate allora l’innovazione che propongo: La Cacca Finta di Carnevale – versione Morbida! La prima volta usate una Cacca Finta tradizionale; la seconda questa. Il fesso di turno si abbasserà a raccoglierla, bonario, dicendovi qualcosa come “ah, ah… mi rifai lo stesso scherzo eh? E dagli con le Cacche Finte! Pensi che sia scemo?”
Farà per prenderla in mano e… Ops! Stringerà qualcosa di morbido! E diventerà verde di raccapriccio & schifo, per qualche istante, e voi avrete la Vostra agognata rivincita!
(Disponibile anche in un’ulteriore versione: Morbida e Odorosa, per una spassosissima terza puntata! Già, irrorata da un’ottima fiala puzzolente! – in questo caso ho proposto la vendita in una confezione sottovuoto, così per conservarne l’odore; oppure una confezione con tanto di fiala a parte, da versare sulla cacca a tempo debito);
2) Formaggio per i Vostri Spaghetti: Quante volte a tavola avrete chiesto un po’ di formaggio grattugiato da mettere sopra i vostri spaghetti, da buoni Italiani spaghetti-pizza-mandolino-baffineri-mafia, con tanto di mento sporco di sugo e canotta decorata con cospicue medaglie d’unto! (bella questa parte, suggestiva – eh, sì, son proprio pöeta!). Se procederete alla sostituzione del tradizionale formaggio con questa polverina gialla che lo imita alla perfezione, saranno garantite le risate, per tutti! Il malcapitato spolvererà copiosamente i suoi spaghetti di (crede lui, il tapino!) Parmigiano Reggiano o Grana Padano, e come per magia, gli spaghetti diverranno un pappone unico e schifoso, assolutamente impenetrabile ad ogni forchetta, del tutto immangiabile. Difatti la particolare composizione chimica di questo falso formaggio aderirà compatta al glutine presente nella pasta, formando sopra di essa una crosta spessa un dito, assai spassosa! Lì per lì lo smarrimento si impadronirà del commensale, e lo smarrimento poi cederà il passo ad una irresistibile ilarità.
Controindicazioni: dopo, gli spaghetti sono da buttare. Le esalazioni venefiche della sostanza inoltre, pare facciano diventare biondi. Ma questo non lo si dice. MAP Docet!
(La trovata, dal punto di vista della realizzazione della sostanza, è di Vinnegard Batrace, il mio chimico di fiducia, il quale ha lavorato per anni nei laboratori dei NAS sez. di Stramazzo, sbattendo la porta quando ha scoperto che le sue ingegnose trovate non erano usate dagli 007 locali, ma solo dalle Fiamme Gialle per farsi due risate alle loro feste private. Quindi, per sfogo & denuncia, è andato a pestare i calli a qualche caporione della sezione, il quale lo ha subito destituito, anche perché non sta bene, ha aggiunto questo, “che Lei mi monti sui piedi così, che mi fanno anche male, tra l’altro… senza contare che così la Sua faccia è a cinque centimetri dalla mia, e la mia segretaria, fuori può pure pensare che ci stiamo baciando! Virilità, anzitutto, almeno per i fulgidi tutori della legge!”).
dicembre 12, 2005
XXVI.
Sono prossimo alla pazzia. Quel maledetto sogno continua a tormentarmi. Di più, si arricchisce ogni giorno che passa. In origine era solo un comunissimo incubo, in cui mi appariva qualcosa di molto simile ad uno spettro, con dei serpenti per capelli, ed enormi ragni scuri al posto delle mani (avvicinandomi, però, scoprivo che erano serpenti e ragni di gomma, di carnevale). In faccia, assomigliava vagamente ad un visone, ma con la barba. Lo spettro rideva, e dopo un po’ cominciava a tossire e grattarsi dappertutto. Questo, finché si dissolveva. A questo punto dal nulla guizzava una trota, una bella trota fario, grossa e sana. Nemmeno un’iridea o una salmonata: no, una trota fario, la quale pensava bene di dirmi, con voce cavernosa (non si pensa mai a che tipo di voce possa avere una trota fario, almeno finché questa non si decida a parlarti – veramente sorprendente): “PARTI, FESSO!”
Poi, qualcosa è cambiato, man mano che i giorni passavano: dapprima, a condurmi al cospetto dello spettro compariva un vecchio zoppo, ravvolto in un tabarro unto, da straccione; poi allo spettro si è sostituito l’Uomo dai Peli delle Ascelle più Lunghi del Mondo, che col tempo teneva stretta a sé la mia vedovella preferita (ah, mia C.X.! Come puoi farlo? Non con uno come lui!); finché ecco come mi si propone al momento – e sono comunque pienamente consapevole del fatto che anche stanotte potrebbe essersi già rinnovato. Angoscia, angoscia tremenda.
Provo a raccontarlo, per farne esorcismo:
è il quattro del mese, ed io busso ad una porta enorme. Ho indosso la mia vestaglia d’ordinanza. Viene ad aprirmi uno zoppo piuttosto malconcio, tutto coperto da un razzimato tabarro. Mi guarda e mi dice, beffardo: “alla faccia dello zoppo!”, poi mi fa cenno di seguirlo. Mentre mi conduce da qualche parte (e io so già dove andremo), si gratta frenetico, e ad ogni passo pesta una cacca di cane. Ogni volta si gira, e ammiccando mi dice: “meno male che è finta!”. Poi scompare. Dal niente allora appare l’Uomo dai Peli delle Ascelle più Lunghi del Mondo. Mi guarda, comincia a ridere beffardo, e allunga un braccio nel buio che lo circonda. Lo ritira pieno, vale a dire con avvinghiata ad esso C.X., la quale ha ai piedi un paio di coturni rosa (le stanno a meraviglia, va notato). Dopo avermi detto qualcosa che ogni volta non riesco a ricordarmi, paiono sparire entrambi a bordo di una nave, mentre C.X. pare baciarlo. Io, qui, solitamente comincio a piangere copiosamente. La nave è guidata da Winston Churchill, e invece che nell’acqua, naviga per una verdissima e folta foresta shakespeariana, foresta dalla quale escono un visone inseguito da un feroce dingo azzurro, un coniglio bianco, e Ralph Malph (Donnie Most) con i capelli in fiamme. Quindi si fa buio, e appena i miei occhi si abituano all’oscurità mi ritrovo faccia a faccia con una persona che ogni volta stimo essere il cav. Aperitivio Terrazzy, e invece è Roberto Malone. Quest’ultimo mi mette in mano – dannazione: di tutti, proprio lui? – una boccia di vetro, dentro la quale Ares Tavolazzi & Ellade Bandini stanno amabilmente nuotando. Non c’è acqua lì dentro, ma solo la mia salsa Crescione & Bottarga. Guizza un elefante, con Moira Orfei in groppa, e quando è in aria mi sputa in faccia una trota (l’elefante, non Moira Orfei, che non si permetterebbe mai, ammetto). La trota è Fario, ancora. La scaccio con la mano, e quella, da terra, mi spara questi versi:
Amor è que’ che mi guida e conduce
nell’opera la qual a scriver vegno;
Amor è que’ ch’a far questo m’induce,
e che la forza mi dona e lo ‘ngegno;
Amore è que’ ch’è mia scorta e mia luce,
e che di lui trattar m’ha fatto degno;
Amor è que’ che mi sforza ch’i’ dica
un’amorosa storia molto antica.
Prima che possa riconoscerci il Ninfale Fiesolano di Boccaccio, la voce nasale di Valentino Zeichen (la riconosco ogni volta!) stride: “Parti, e raggiungi tuo padre!”
Così, ovviamente, sciupa la metrica, inzeppando un ottonario che nulla c’incastra con la serie di endecasillabi troteschi di poco prima, ma questo lui non lo sa – d’altra parte, il Quattrocento è finito da un pezzo… gliel’ho pure detto non so più quante volte. Senza contare che il Ninfale Fiesolano è pure del secolo prima.
Devo partire, devo andare alla ricerca di mio padre. Il mio PRESUNTO padre! Solo, vorrei tanto che C.X. venisse con me! Ma è come se non esistesse più. Che sia stata un sogno, anche lei?
dicembre 10, 2005
XXV.
Qualche notizia sparsa, prima di dar conto di un sogno che mi sta angosciando da un po’.
Ho saputo da fonti che non posso citare (in realtà me l’ha raccontato Dito – ok, non avrei dovuto dirlo, ma tanto lui è un povero mentecatto…) che ad aizzare Gianfrusto contro di me è stato Glenn P. Strömberg, il quale a tempo perso fa il sindacalista. Razza Dannata! Bel ringraziamento per aver letto e diffuso il suo libro! Beh, diciamo che qualche fialetta puzzolente nascosta nel di lui frigorifero, in Finlandia, dovrebbe esibirgli tutta la mia gratitudine! Manderò Limerno, appena la compagnia aerea Mule Lines di Staziona sul Pìloro (CX – ah, mia adorata C.X.! Dove sei?) si decide a risarcirmi l’abnorme debito che il loro direttore ha contratto verso di me, a dadi.
Inoltre Barkley, dagli USA, mi sta oberando di e-mail. Vuole, fortissimamente vuole, la ricetta della mia salsa Crescione & Bottarga. In segno di amicizia mi ha mandato una sua ricetta, che si chiama Timballo di Totano e Taleggio (Taleggio & Totano’s Timballo); ma io non cederò. In primis, perché è un segreto tramandato da generazioni, e poi perché Barkley non è sincero: l’American Way to cook anything: part 12 (ho tutta la raccolta, nella biblioteca di famiglia) riporta una ricetta assai simile. Soltanto, c’è il Mulo al posto del Totano (Mule & Taleggio’s Timbals). Che disonesto! Mi sono pure accorto che mi ha fregato il mio aspira-briciole da tavola preferito, dono di uno scià di Persia amico di un mio avo.
Ah, a proposito… io & il mio fòndaco siamo stati inseriti sul sito dell’ANSIA! Ci doveva essere qualche osservatore in incognito, alla mia festa d’inaugurazione. Ha parlato benissimo di tutto, dagli elefanti di Moira Orfei (non di lei, però, che ha definito “la tronfia e supponente Moira degli Elefanti”) a Cristino (“solerte e ligio commesso, il dipendente che ogni mastro di bottega vorrebbe sempre avere – mèches a parte”), e raccontando infine con una finezza di penna pari al barone Vivant Denon, l’episodio del cane di Giacometti. Invero, ho dei sospetti sull’identità di questa persona: alla festa era presente anche il noto pornodivo Roberto Malone, il quale girava sempre con un taccuino in mano, e ogni tanto ci scarabocchiava qualcosa sopra. La cosa mi ha fatto venire dei dubbi, dubbi che sono alquanto aumentati allorquando, ieri, Capogrossi ha telefonato, e parlando è venuto fuori che il secondo lavoro di Roberto Malone (e di molti altri divi dell’hard, a quel che dice lui), è quello di osservatore per molte riviste specializzate.
Maledizione, però… quel sogno mi avvelena i giorni e le notti. Riguarda mio padre. Il mio PRESUNTO padre…